Una forcina alla volta, mi sciolgo i capelli. Sfilo l’elastico e smuovo i lunghi ricci, ravvivandoli dopo la lunga costrizione nello chignon. In questo momento ritorno del tutto dallo spazio di slave. E’ segno che non sono più presso il Padrone, sto tornando a casa.
A volte compio questo gesto trasognata. A volte dimentico di farlo. A volte lo faccio in modo goffo, già mezza addormentata, e solo perché appoggiando la testa le forcine mi si sono conficcate nel cranio, facendomi male. A volte, invece, lo faccio con un forte senso di malinconia, di lontananza e nostalgia. Forse, delusione. Capisco che preparo la strada al sub drop, ai profondi sospiri che mi accompagneranno fino al prossimo incontro; ai pensieri convoluti.
Lascio che i capelli mi cadano davanti al viso, che si arrotolino intorno al collo mentre mi sollevo il cappuccio della giacca sopra la testa. Mi avvolgo in me stessa usando i capelli come un bozzolo; mi richiudo e mi raccolgo, per conservare il calore, per farmi piccola. Mollo le cime della mia coscienza e mi lascio andare alla deriva; confido nel mare che mi culli, che col suo dondolìo mi dia quiete.
Bene o male approdo sempre, di nuovo, sulle sponde del mondo reale, di una nuova quotidianità da affrontare. Con lo sguardo un po’ più offuscato, o un po’ più perso in lontananza: rivolto a qualcosa che è dentro di me. In uno stato transitorio che so passerà, riportandomi in lidi più dolci ed accoglienti.
Categoria: vita
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Ritorno
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Impegni
Due settimane frenetiche; sveglia presto, lavoro al pc, pulizie, preparativi, viaggi, lavoro in cantiere, serate con parenti, giri da amici, emozioni, cibo sbocconcellato in macchina mentre mi sposto da un luogo ad un altro.
La mente finalmente libera di stare zitta, soverchiata dal lavoro fisico, dall’avere molto da fare e poco tempo per elucubrare.
In questi giorni il cellulare arriva sempre a sera scarico. E anch’io: mi infilo a letto tardi sempre cotta di stanchezza, ma una stanchezza bella, appagante. Consapevole di aver fatto qualcosa di utile, calda del calore delle belle parole ricevute.
Giornate vissute lontano dal Padrone, separati dalla fatidica vita reale.Ma in un posto speciale nella mia mente, io non smetto mai di essere la Sua slave.
Anche se sto facendo tutt’altro, se mi dolgono i muscoli sotto sforzo o se strizzo gli occhi nel sole al tramonto, di ritorno a casa; anche lontana mille miglia, mi basta un pensiero fugace, un ricordo, l’immagine del Suo sogghigno.
Allora vibro; mi contraggo come se avessi ricevuto la scossa. Apro la bocca in un singulto e sono di colpo là, nella mia cuccia. Sono l’altra me stessa, quella che in realtà non smetto mai di essere; perché essere slave è parte di me e mi dà forza.Sono sempre ai Suoi piedi, Padrone.
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Sospesa
Inizio a respirare con la pancia; il petto è compresso, stretto dalle mie stesse braccia che mi abbracciano, legate dalle corde. Con il cambio di respirazione, mi rilasso. Mi lascio andare.
Ad un certo punto sono sospesa a testa in giù; inspiro, rilasso il collo e lascio andare la testa. Le corde mi sostengono, appesa. Mi accorgo di sorridere; tengo gli occhi chiusi e lascio spazio alle sensazioni.
Le sapienti mani di Davide La Greca (alias Maestro BD, eccellente bondager) mi sfiorano; fanno scorrere le corde intorno al mio corpo, avvolgendomi la carne. Sento il suo profumo quando quasi mi abbraccia per far passare le corde: è un tocco delicato, gentile eppure sicuro, preciso.
Il mio Padrone SadicaMente e Sua moglie Lady Rheja osservano, anche loro emozionati dal momento. La musica ci avvolge, le luci soffuse sospendono il tempo.
Il bondage non è un mio fetish; eppure ora, lontano dal caos di una festa, nella tranquillità di un Dungeon privato, capisco quanto sia meraviglioso lasciarsi legare.
Sentirsi costretta, immobilizzata; fidarsi, e divenire libera. Volo appesa a questa struttura; oscillo, respiro, mi abbraccio mentre mi abbracciano le corde; mi sento in pace, al sicuro. Non ho più paura. -
Pronto?
Mattina presto; mentre vado verso l’ufficio, il cellulare aziendale suona.
Mi si rimescola la pancia: chi sarà? che succede? Frugo nel marsupio e recupero il telefono mentre guardo la strada; tiro un occhio allo schermo ed è un numero sconosciuto, non riesco a capire se sia un cellulare o un fisso.
Inghiotto a vuoto ed il tempo si dilata.
Mi si presentano alla mente una miriade di possibilità. E’ un qualche cliente che ha delle lamentele da fare; un fornitore che mi vuole chiedere qualche specifica che non conosco. Magari è uno dei capi che mi chiama da un numero privato e vuole lamentarsi che non sono ancora arrivata (anche se non sono in ritardo), o che non ho fatto qualcosa, o non l’ho fatta ancora o non come voleva lui.
Lo stomaco mi si stringe, deglutisco a vuoto.
Questa telefonata, cui non vorrei nemmeno rispondere, mi si presenta come una specie di nemesi, anzi, di summa di ogni nemesi. Nella prospettiva, nella mia sola immaginazione, è una chiamata che mi sbatterà in faccia i miei peggiori errori, errori così stupidi ed irrimediabili che ancora non so di averli fatti; mi obbligherà a subire una marea di merda, di umiliazione e di disperazione. Mi farà sentire uno schifo.
Scivolo col dito sul touchscreen.
“Pronto?”
“…Salve. Parla Gabetti?”
“…No”
“Oh scusi, ho sbagliato numero!” -clic-
Rimango per un attimo attonita. Poso il telefono sul sedile accanto, incredula.
E’ sempre così: ogni volta che mi faccio soverchiare dall’ansia preventiva lo faccio a vuoto. Spreco energie preziose per preoccuparmi di cose che non sono ancora successe, che facilmente non succederanno mai. Un mal di pancia inutile.
Sospiro e cerco di tornare coi piedi per terra, ad affrontare le difficoltà quando (e se) si presentano. Che poi, quando accade, me la cavo egregiamente. Quello che mi uccide sono le proiezioni che crea con incredibile realismo la mia stessa mente. -
Castità forzata
Chi disprezza compra, si dice.
Chi non può comprare, secondo me, disprezza ancora di più. Così capita a me, almeno.
Dopo quasi tre settimane in cui non mi è permesso masturbarmi, inizio a mettere un muso terribile; mi ripeto che tanto non me ne frega, figurati, non ho nemmeno voglia, non ho tempo, ho altro cui pensare.
E poi mi stendo a letto e lei mi chiama. Mi ci metto su una mano a coppa, coprendola; la sento calda.
Se mi sfioro (raccontandomi che capita “per sbaglio”) si sveglia immediatamente. Come una gatta che ti cammina in faccia pretendendo attenzioni, anche lei è altrettanto delicata e sottile nell’imporre la propria presenza.
Mi rigiro cercando di tornare alla mia pretesa, distaccata superiorità: pfui, non ne ho mica bisogno…
Il tempo passa anche in fretta, se non ci penso. Se davvero ho molto da fare, se durante il giorno sono tanto presa, tanto impegnata – e di solito è così – non sto lì a pensarci, né mi manca (o così mi pare). Ma quando arriva la sera, il tepore del letto mi riporta tra le mie braccia, lontano da pensieri ed impegni. Lei è lì, fa un po’ l’offesa (ero qui che ti aspettavo, sai).
Distolgo lo sguardo, mi scuso, mi giro dall’altra parte e cerco di addormentarmi subito. Allora smette di farmi il muso e torna languida: mi ricorda quanto sia bello lasciarsi andare al suo languore; mi si accoccola dentro e inizia a blandirmi: cerca di convincermi a disobbedire, trovando scuse che sembrino plausibili per ottenere soddisfazione senza che ne subisca le conseguenze, s’inventa storie per cui non sarebbe proprio proprio disobbedire …e quasi quasi le credo, vorrei crederle, vorrei cederle e godere, collassando svuotata in un sonno drogato.
Infine mi addormento ugualmente, ma con un senso di mancanza.
È forse, davvero, una compulsione, una dipendenza; ma è una così dolce compulsione, una così bella dipendenza che mi dispiace abbandonarla. Se anche è un vizio, vorrei non smettere mai di essere viziosa in questo modo. -
Ghiro
Ci sono momenti, periodi nella mia vita, in cui mi ritirerei solo in letargo.
Mi avvolgo in un bozzolo di coperte – vere o solo mentali – e mi appisolo. Non voglio più saperne niente, di quel mondo freddo ed ostile là fuori. Voglio solo dormire, lasciare che l’inverno mi passi oltre senza doverne affrontare le asperità; alzarmi solo per l’urgenza ormai improrogabile di fare pipì e tornare ad abbozzolarmi al calduccio. Mangiare, bere, dormire; sognare. Aprire un occhio, guardare l’ora e voltarmi dall’altra parte. Masturbarmi, magari, e riavvolgermi in me stessa, farmi cullare dal dolce intontimento post-orgasmo; sentire solo tepore.
Invece.
Invece la vita mi richiama, mi trascina fuori dalla mia cuccia calda. Mi attira, mi lusinga; mi promette avventure. Mi alimenta desideri, voglie di altro che non sia solo l’indolenza. Voglia di far partire un movimento invece che resistere solo nell’inerzia.
Allora esco, respiro nell’aria fredda e guardo il vapore del mio fiato alzarsi verso il cielo; torno a imparare a guardare in alto, a guardare lontano; oltre le nubi grigie, oltre la nebbia, oltre il gelo. Lascio che il freddo mi scaldi, mi stimoli un calore che sia mio, interno, non qualcosa di avvolto attorno che mi impantana ma una fornace ardente che mi smuove.
E dopo aver bruciato, aver corso, aver affrontato questo ghiaccio, mi torna daccapo la stanchezza, il bisogno di ritirarmi in letargo.Un inverno così: dentro la grotta, fuori nel lago.
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Tempo e fatica
Questa settimana che va concludendosi è durata tantissimo. Mi sembra sia passato un mese.
Ho lavorato molto; ho parlato con molte persone, ho pensato moltissimo. Non ho quasi passato un minuto senza essere concentrata su qualcosa, che fosse di lavoro o personale.
Ho cercato di rimanere a fuoco su questioni importanti che richiedevano una decisione, e sono riuscita ad arrivare ad una conclusione.
Ho provato ad essere precisa nei miei compiti; di obbedire a tutti gli ordini e a tutte le indicazioni. Non sono sicura di esserci riuscita: ho cercato delle scappatoie.Ciò che mi spaventa e mi fa recedere dall’impegno non è la fatica in sé di portare a compimento tutto; è la prospettiva della fatica, l’idea che sarà difficile, faticoso, impegnativo, che mi richiederà di essere attiva ed attenta.
Invece, quando vi sono immersa, la fatica diventa un peso distribuito che riesco a sostenere. Anzi: mi stimola a dare il meglio di me.
Quello che mi frega sono i compiti che hanno a che fare con me stessa; le cose che mi dovrebbero fare stare meglio, migliorarmi – ma che richiedono comunque attenzione ed impegno. Dieta, astinenza.Quando l’obiettivo sono io stessa, fatico a restare concentrata; cedo alle tentazioni, alla pigrizia, all’autoindulgenza.
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La me stessa forte (delirio)
Quando mi trovo vicino a qualcuno che si trova in un momento di debolezza – qualcuno triste, arrabbiato, spaventato, intimorito – allora divento d’improvviso calma, focalizzata, forte.
Tutto mi si dipana davanti con chiarezza. Ogni difficoltà diventa perfettamente affrontabile; nulla mi è più precluso. Di colpo mi sento invincibile, capace di tutto. Divento supportiva, sicura di me. Cerco di infondere coraggio, ottimismo; sdrammatizzo senza fatica le stesse cose che, quando sono debole, mi massacrano. Minimizzo i problemi, dò buoni consigli che io in prima persona non saprei seguire.
Smetto magicamente di avere paura.
Per aiutare chi ho vicino, salterei nel fuoco. Mi prendo in carico la paura degli altri, scartando la mia.Sembro non credere di meritare quanto meritano gli altri.
Per me stessa non riesco ad essere forte, a volte non voglio; ma datemi qualcuno da difendere, e diventerò un leone.
Mi assumo il compito – non richiesto – di salvare o risolvere la vita a chi mi è accanto. In questo modo mi ritrovo invischiata in responsabilità che non mi competono affatto, e il mio senso di forza – il mio delirio di potenza – finisce sprecato. Torno a precipitare nell’autocommiserazione perché non riesco a gestire una cosa ingestibile, una vita altrui.Ho energie nascoste che rimangono precluse a me stessa, che faccio esplodere a caso attorno a me, che investo in modo cieco.
Davvero ho bisogno di maggiore consapevolezza di me. -
La me stessa debole (rantolo)
Io non credo di meritare di stare bene e sentirmi forte. Se mi sentirò forte temo che dovrò arrangiarmi e non potrò, non saprò più affidarmi; ho paura di perdere me stessa perché penso che me stessa = debole.
Mi inquieta di più il pensiero di non avere punti fermi piuttosto che il fatto che il mio principale punto fermo sia che sono un disastro.
Se sto bene e mi sento forte, in breve si fa strada dentro di me la convinzione che non durerà, non può durare; che presto starò male di nuovo, dovrò stare male perché sono sfigata e sono condannata ad esserlo – quindi mi adopero io stessa per tornare a star male. Invece di rafforzarmi e incoraggiarmi a capovolgere questa stupida convinzione, a dimostrare a me stessa quanto valgo.
Penso: ho fallito già più volte: questa è la prova che fallirò ancora.Vorrei che qualcuno da fuori mi risolvesse la vita, e sono perennemente offesa col mondo perché non accade; eppure, non sono disposta a cedere il controllo né a dar retta a chi dei buoni consigli me li dà.
Perché questi buoni consigli sono di solito di prendere in mano con forza le redini della mia vita e guidarla; tutti hanno fiducia nelle mie capacità, tranne me.Forse forse, almeno un piccolo dubbio potrei farmelo sorgere.
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Tu
In questo blog tu finisci per restare un poco in disparte. Perché qui parlo dell’altra me, quella bdsm, quella sottomessa; parlo dell’altra mia relazione, quella D/s.
Ma tu non scompari mai dal mio orizzonte; mentre scrivo, qui, al computer, tu sei seduto accanto a me. Al tuo computer. Facciamo insieme quasi la stessa cosa, ognuno per sé ma vicini. Come quando mi dici che ti piace sentirmi roppettare d’attorno mentre sei al pc. Anche a me piace: ti giro intorno, faccio altre cose, quando ti ritrovo sul mio cammino ti accarezzo, ti bacio.
A te per primo e a te solo delle persone che conosco da una vita ho parlato del bdsm, tanto tempo fa. Quando ho iniziato a capire chi ero (oltre a chi sapevo già di essere) non ho pensato nemmeno per un istante di nascondermi ai tuoi occhi. Mi sono aperta a te, mio faro di luce; ti ho coinvolto. Ho cercato di superare le tue obiezioni, aggirare le tue paure; con dolore, con fatica, abbiamo avanzato assieme in questo strano mondo, sconosciuto anche per me.
Infine i nostri sentieri, qui, si sono separati. Ma continuiamo a camminare insieme, nella vita. Ciò che ci distingue non ci allontana.
Ogni tanto mi fermo ad accorgermi di quanto ti amo e mi trema il cuore da tanto è forte questo sentimento; mi colma tanto che temo di non riuscire a contenerlo tutto. Allora lascio che mi trabocchi dentro, che si espanda; mi permetto di amarti, di amare immensamente, nonostante la paura, il tremore, e sempre il timore di non meritare tanta meraviglia.

