subservientspace

for this is what I feel

Categoria: vita

  • Lotta

    Le mie debolezze sono più forti di me.
    Ma più forte delle mie debolezze è il mio Padrone.

    L'obbedienza e la sottimissione mi tengono insieme, mi impediscono di cedere e di farmi del male da sola.
    La consapevolezza della mia appartenenza mi accompagna in ogni istante e mi salva.

    Non è stato facile.
    Più di una volta ho messo alla prova il mio Padrone per vedere se riuscivo a fregarlo, pregando di non riuscirci, supplicando che se ne accorgesse e si dimostrasse capace di tenermi.
    Non sono mai riuscita a imbrogliarlo, a scansare gli ordini "tanto non se ne accorge", a fingere con successo; e di questo gli sono grata.

    Ora riesco a vivere abbastanza tranquilla, protetta e incanalata da argini sicuri che mi impediscono di sbandare e capovolgermi.
    Ho ancora della strada da fare sul mio percorso. Ma confido di potercela fare, seguendo il mio Padrone.

  • Dedicata al mio Padrone

    Ho sollevato la mia marea nella ricerca di una spiaggia su cui gettarmi a riposare.
    Ho lasciato che il mio cuore si gonfiasse e coprisse gli scogli delle coste che mi venivano incontro, che mi si offrivano fingendosi accoglienti. Le mie stesse emozioni in piena mascheravano le asperità e mi illudevano.
    E quando andavo a frangere i miei flutti, mi schiantavo sulle rocce aguzze, tagliandomi; ferita risaccavo e allora mi apparivano tetri gli scogli, che mi accusavano di non essere stata abbastanza in piena da superarli, da smussarli.
    Era colpa mia la presenza dei rift, delle barriere frangiflutti di cemento; questo mi veniva detto. Anche se quando arrivavo le trovavo già lì, anche se mi gettavo con tutta me stessa in piena per scagliarmici oltre, sempre mi respingevano accusatorie.
    Finché non ho seguito umiliata la mia risacca. Sono tornata indietro in me stessa, respinta. Ho lasciato le coste, credendo di non esserne degna. Mi sono gonfiata negli abissi al largo, ritirandomi.
    Sciabordando ho lambito altre coste, timorosa. Stavolta no, non mi ci sarei slanciata, no, sarei rimasta bassa marea, trattenuta e rancorosa.
    Ho trovato sabbia bianca e corallo. Barriere leggere che si lasciavano accarezzare dalle mie onde; possenti, immense, ma profonde e placide, non innalzate sopra il livello del mare a ergersi contro.
    Un poco alla volta ho lasciato che la mia marea crescesse e tornasse a fidarsi e, infine, a frangersi in piena su quella spiaggia; e la spiaggia ha accolto i miei flutti feroci e salati, mi si è distesa davanti e mi ha lasciata stendermi, aprirmi, a perdita d’occhio; mi ha permesso di rilasciare la potenza del mio cuore in piena senza ostacolarmi.
    Ora pacifica mi ritiro indugiando, lasciando conchiglie come doni preziosi; mi rilasso nel ritmo naturale della mia marea, senza più sentirmi in colpa di essere oceano.

  • Serva di scena

    Datemi mille anni da vivere come servo di scena, piuttosto che come primadonna.

    La primadonna vive nell’affanno di una perenne insoddisfazione, all’inseguimento di una parte più importante, più ampia, di più battute, del proscenio. Mai contenta, mai appagata, sempre a scalciare, in lotta con le altre per rubare il palcoscenico, per prendere la luce e mettersi in mostra.
    Il servo di scena lavora nell’ombra, in secondo piano, magari non ha nemmeno battute da dire; sposta gli oggetti, lavora sul palco e dietro le quinte, organizza, manovra, fatica. Non per sé, ma per lo spettacolo. Lavora perché tutto sia in armonia e la rappresentazione sia un trionfo per tutti. Umile, silenzioso, libero.
    Libero di muoversi dove e come è meglio che vada; libero come un servo. Non deve mantenere la postura, non ha un contegno da esibire, un ruolo da ostentare; non ha un costume che lo impaccia né una parrucca che lo intriga. Non deve restare seduto impettito su uno sgabellino a fare il conte o la marchesa mentre magari un velario cade o si rompe un mobile sul palco; può correre avanti, chino, fare e brigare, recuperare gli oggetti caduti, aggiustare, sistemare e liberare la scena. Essendo sé stesso, mostrandosi qual è: servo di scena.
    Un ruolo basso? Sì, come sono basse le fondamenta di un edificio.
    Senza una primadonna si lavora ugualmente; ce ne son altre subito pronte a prendersene le battute.
    Senza servi di scena uno spettacolo non si regge in piedi.

    Datemi da essere serva di scena, da lavorare libera, con l’orgoglio di sapere che ciò che faccio è prezioso, senza necessità di ostentare ma con la consapevolezza di sapere esattamente come funziona il delicato e preciso meccanismo del teatro, con la pacata imperturbabilità di sapermi indispensabile anche se la primadonna non lo sa.

    L’umiltà ha una grandezza che l’orgoglio non conosce.

  • Momenti

    Va tutto molto bene e contemporaneamente va tutto molto male.

    Momenti in cui è tutto ottimo; momenti in cui tutto è uno schifo.
    Momenti in cui sono la regina del mio mondo; momenti in cui tutto il male è colpa mia.

    Per la prima volta in vita mia ho vuotato il sacco di me stessa e ho visto che non conteneva solo sassi, ma anche diamanti. Da sbozzare e rifinire, certo, ma diamanti. I sassi pesano, però. Pesano perché non sono riuscita a lasciarli tutti sulla riva, ancora. Alcuni sono molto belli, mi sembrano molto belli.
    Da bambina, lungo le rive dei torrenti o sulle spiagge sassose del mare, raccoglievo spesso sassolini colorati, resi lucenti dall'acqua, e ne portavo a casa sacchetti interi, che poi dimenticavo in qualche scatola in soffitta.
    Da adulta ho l'abitudine di raccogliere un sasso in posti significativi e riportarlo a casa con me, muto testimone di un bel momento vissuto, o ricordo di un luogo visitato.
    Questi sassi nel sacco di me stessa, invece, non ricordo di averli caricati tutti da sola. Sono grossi e pesanti. Alcuni li riconosco come miei da quando ero bambina; altri si sono aggiunti nel tempo. Un po' sono solo miei, un po' li hanno accatastati altre persone della mia vita.
    Ora il mio Padrone mi aiuta a lasciare di nuovo questi sassi sulla riva, perché le onde tornino a consumarli lentamente, a bagnarli per farli brillare, ma senza che mi pesino ancora sulle spalle.
    Ma alcuni, alcuni… sono così lucidi. Così colorati. Non riesco a trattenermi dal tornare alla riva per ricaricarmeli sulle spalle. E pesano, pesano. Ma sulla riva appaiono così belli! Come posso lasciarli lì?
    I sassi sbattono nel sacco e urtano i diamanti, li coprono. A volte i diamanti non sembrano nemmeno molto belli: sono opachi, coperti dalla sabbia portata dai sassi, sono informi e spigolosi, ancora non lavorati. Gli altri sassi sembrano più belli.
    E poi, se lascio un sasso, ho il terrore che crei una valanga. Preferisco allora non lasciare nessun sasso: che pesi sulle spalle a me, poco danno; ma se rotolando trascinasse detriti e travolgesse le persone cui voglio bene… non me lo perdonerei mai.
    Non sono responsabile dello smottamento invidioso dei sassi, mi dicono. Ma non riesco a togliermi dalla testa che se quel sasso non fosse stato lì, se io non l'avessi lasciato lì per il mio personale sollievo, non sarebbe successo nulla. Così vago tra le macerie cercando il mio sasso, per espiare, per ricaricarmelo sulla schiena, per riprendermi il peso delle mie colpe; e intanto carico altri detriti.

    Poso il sacco, ne tolgo un sasso; la serenità mi pervade, danzo; ma poi torno al mio sacco come un condannato al patibolo, internamente convinta che non possa essere felice, perché la mia felicità fa male agli altri. Ed è questo il mio sasso più pesante e più colorato.

  • Sbarco in Normandia

    Combatto contro le mie paure una lotta senza quartiere, giorno per giorno, minuto dopo minuto, senza tregua.
    Combatto per la consapevolezza del mio diritto a essere felice – non per il mio diritto a essere felice, quello non può essere in discussione, deve esistere ed essere reale. Ma me ne manca la consapevolezza e vivo come se non esistesse.
    Ogni volta che mi avvicino al bunker, che sto per rubare la bandiera, che sono vicinissima alla meta, sotto i piedi mi esplode una mina di terrore.
    Attacchi di panico, di ansia, paura di ammalarmi, di far soffrire chi amo, di qualsiasi cosa. Le mie paure giocano sporco, colpiscono alle spalle, sotto la cintura; colpo basso dopo colpo basso minano le mie difese, mi convincono che non ci sia speranza di vittoria.
    Ma tremano. Sono loro ora ad avere paura. Perché la mina esplode ogni volta più vicina alla meta. Esplode, sì, mi ributta indietro, sì, ma ogni volta raggiungo una postazione migliore, riparto da più vicino; guadagno terreno. La consapevolezza si fa più vicina, e con essa la possibilità, che finalmente potrò concedermi, di vivere appieno il mio diritto ad essere felice.
    Questo sbarco in Normandia mi sembra ancora una follia. Ma non posso, non voglio più rimandare una soluzione a questa guerra che si è protratta troppo a lungo. E’ il momento di condurre l’assalto finale e liberarmi.
    Non sono sola in questa battaglia.
    Grazie Maestro.
  • Argini

    Mi abbatto sulla mia vita come un fiume in piena sugli argini. Schiumo, ribollo, viva, costretta in limiti che mi sono auto-imposta. Il cielo è plumbeo, le acque torbide, la violenza del fiume minaccia e si ingrossa.
    Devo restare acqua cheta, ma mi rodo l’anima.
    Sui ponti vedo gli sguardi preoccupati di chi mi abita intorno.
    Se tracimo, travolgo. Se travolgo, annego.
    Devo tracimare, devo. Sento la furia piena delle acque che mi sconquassano, mi getto contro i muraglioni, cieca, feroce, non voglio abbattere ma devo, devo, mi premo dentro per salire, scavalcare, terrorrizzata dalla distruzione che porterò, tutto trascinerò con me, tutto nel gorgo profondo.
    Non si possono che innalzare mura più alte per contenere le acque, non è così? Rinunciare al fiume come risorsa, smettere di percorrere le vie fluviali, chiudere, costringere, innalzare, incanalare. E più chiudo più mi innalzo, più le acque costrette risalgono le pietre, a cercare aria, a cercare sfogo, a cercare spazio.
    Il sollievo del fiume è il canale.
    Forte, profondo, gli argini di cemento fatti per resistere, per permettere il deflusso: apre la sua diga e si inchina per far passare il fiume, che lo urta, lo maltratta e lo inonda; con violenza tracima nel canale, ma non ne turba la placida solidità; il canale è capace, è capiente, sa dove andare. Accompagna il fiume perché non soffra, perché non distrugga. Lo porta dove sa che deve andare: a se stesso, oltre il confine della città.
    Il canale trattiene l’irruenza del fiume con ferma decisione, con autorevolezza lo guida, con affetto ne accoglie le acque; lo filtra perché si sfoghi, lo ascolta perché possa mugghiare, lo lascia sfogare perchè possa, finalmente, scorrere.
    Scorro.

    Defluita la furia, infine placata tornerò placida a bagnare gli argini amati, accolta nell’abbraccio del mio letto naturale, il luogo cui appartengo.

  • Non voglio più

    Dal piacere più intenso al dolore più atroce.
    Dall’eccitazione più voluttuosa all’angoscia più parossistica.
    In un istante.

    Non è facile la mia via, ancora dopo anni la strada è accidentata, cado, mi sbuccio le ginocchia e piango. Piango.
    E mugolo "non voglio più".
    Come se chiudermi al mondo, a me stessa, alle mie oscure pulsioni potesse liberarmi e placarmi, potesse farmi stare bene. La ghisa non sente, il ghiaccio non ode, il piombo non soffre. Invece sì. Intrinsecamente.

    Voglio ancora, invece.
    Mi rialzo, mi asciugo le lacrime. Ancora una volta, sulla via. Imparato qualcos’altro, un altro frammento di me va a posto e ne appaiono altri, prima invisibili, da sistemare.
    Il dolore viene sparso, schizza i volti delle persone a cui voglio bene; lavarlo via è sempre difficile. Ma è l’unica cosa da fare.
    E riprendere il cammino, più sincera, più completa, più segnata di prima.

    Ed è giusto così. Il cuore si rimargina piano, nuove cavità accolgono nuove sensazioni, all’infinito. E’ immenso e solo io non me ne rendo conto.
    Posso amare all’infinito.

  • Desideri

    Desideri che si accavallano, che si inseguono nella mia mente, lungo il mio corpo; mi si insinuano tra le gambe e mi solleticano, schiudono il mio sesso e lo rendono umido.
    Desiderio di passeggiate lente per il centro, mano nella mano, con solo la nascosta consapevolezza del legame che ci unisce; desiderio di venire legata e frustata ferocemente su tutto il corpo, con l’esplicito intento di godere. Desiderio di coccole, impalpabili carezze, sorrisi e confidenze; desiderio di umiliazioni, crudeli insulti, colpi e ferite.
    Questi due desideri, tenerezza infinita e violento infierire, vanno a braccetto dentro di me, non riesco a scinderli. Sono dedicati alla stessa persona.
    Mio amico, amante, marito, Padrone.
  • Dialogo

    «Ma c’è una cosa che ancora non ho capito»
    «Che cosa?»
    «In tutto questo, chi è in effetti il tuo Padrone?»
    «Bè, naturalmente è Lui il mio proprietario…»
    «No no, intendo: chi è che ti domina? Chi ti sta sopra?… Mica tutti e tre spero, poverina!!»
    «Ehm, veramente, è proprio così! E altro che poverina, ne sono davvero felice!!»
  • Serve una mano?

    Mi stendo a terra.
    La sua presenza è densa e riempie l’aria intorno a me, anche se non posso vederla. Mi scivola accanto, e posa delicatamente un piede sulla mia schiena nuda. Piano, piano, affonda il tacco a spillo delle sue meravigliose decolletes di lacca nera nella mia carne rosa. Preme la punta, mi schiaccia, mentre il tacco mi incide.
    Poi lo toglie. Fa ancora un passo accanto a me.
    Ancora posa con alterigia, con immensa meravigliosa signorilità il suo delicato piede su di me. Mi annullo sotto di lei, ed è uno splendido annullarsi, che mi innalza fino alle più alte vette della gioia e del piacere. Mentre il suo tacco mi scava la carne, dolorosamente, gemo e mi contorco sul tappeto, le gambe divaricate, il sesso umido.
    Mi cammina addosso a lungo, segnandomi e portandomi sulla soglia dell’orgasmo. Ansimo e mi struscio sul pavimento, cercando di affondarvi dentro, per essere ancora più piccola, più insignificante, più annullata sotto di lei.
    Invece lei mi fa alzare, mi fa stendere sul divano, il sedere quasi giù dal cuscino. Mi ferma le gambe aperte, larghe, alte. Mi ordina di stare ferma.
    Mi osserva a lungo, sorridendo, mentre indossa un sottile guanto di lattice e prende del lubrificante. La guardo armeggiare con quelle cose, non so cosa voglia farmi, ma resto ferma, aperta, ansimante, le palpebre pesanti, la bocca dischiusa.
    Comincia a toccarmi piano, mi masturba dolcemente e mi penetra con un dito. Io gemo, mi contorco, sono così eccitata. Chiudo gli occhi e mi abbandono a lei, nelle sue mani, alla sua mano.
    La sento penetrarmi, masturbarmi. Un dito, due dita, tre… Mi piace da pazzi, mi allargo di più e la lascio entrare. Poi capisco. Riapro gli occhi. Il cuore mi pulsa nel petto e nel sesso.
    Lei mi fissa negli occhi e comincia a far entrare tutta la mano.
    Mi sento aprire, aprire in due.
    Non è doloroso. Ma è forte.
    La sua mano è affusolata e sottile, e mi entra quasi completamente. La fermo io, quando mi chiede se voglio proseguire, perchè mi sento aprire e ho paura. Paura di cosa? Non lo so bene nemmeno io… Non è nemmeno paura, è una sensazione di essere un tunnel, essere cava, venire esplorata come una caverna ombrosa e umida che cede al passaggio dell’esploratore che ne viola il segreto…
    E’ una sensazione primordiale che non sono ancora pronta ad affrontare.
    Lei esce da me. Lui sorride, mi fa ciao-ciao con la sua enorme mano virile, gli occhi gli brillano. Io deglutisco, sorridendogli a mia volta. Sorridiamo tutti, mentre torniamo.
    Nei giorni successivi, continua a chiedermi se mi serve una mano, sghignazzando.