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for this is what I feel

Tag: autostima

  • Compassione

    Una parte difficile nel mio cambiamento è restare compassionevole nei confronti della me stessa che ero prima.

    Accettare che una volta io sia stata una persona diversa: più ingenua, più tossica anche, meno consapevole, che ha fatto scelte che ora non farei più. E accettare che sia sempre stata io, anche se non lo sono più; guardare a quella precedente versione di me non con rabbia o con disprezzo ma con compassione; fino a comprendere che non devo disconoscere completamente la me stessa di un tempo per poter essere la me stessa di adesso.

    Ascoltare ciò che quella me mi racconta: la sua storia, le sue esperienze, i suoi sentimenti. Non per cancellarli o nasconderli, e nemmeno per idealizzarli o giustificarli, ma per imparare da essi.

    Se cancello le mie tracce sarò condannata a ripercorrere gli stessi sentieri.

  • Serena

    Come tre settimane fa ero sfinita, adesso mi sento rasserenata. Sempre stanca, ma in un certo senso ho accettato la fatica.

    Davvero non c’è nessuna prescrizione, nessuna necessità in senso filosofico; nessun giudice che decide del mio diritto ad esistere in una forma o in un’altra, nessuna Legge o Verità che mi obblighi ad essere in un determinato modo per poter essere degna.

    Posso vivermi quello che mi sento, e se non me lo sento posso sempre ripensarci.

    Certo ho ancora così tante cose da fare, così tanti pensieri; ma ho deciso di conviverci. Un po’ alla volta faccio, penso, risolvo; intanto vivo. Magari non sono ancora del tutto a mio agio, ma ho scoperto che sono più a mio agio se accetto il disagio che se cerco di evitarlo: ciò che rifuggo mi controlla, ciò che accetto mi accompagna.

    Il mio riposo non è più una fuga.

  • The only way out is through

    Una cosa che ho imparato è che per affrontare e superare i momenti difficili, le sfide, le emozioni laceranti, l’unica via per uscirne è passarci attraverso.

    Più cerco di scansare o evitare il dolore, più questo mi divora le viscere e non mi lascia riposare. Macino stronzate sui social fino ad avere male al pollice per troppo scroll, mangio porcherie fino ad avere mal di pancia, ascolto podcast fino a non distinguere più una parola, eppure quel dolore è sempre lì. Allora l’unica via è immergermici: prendere un gran respiro e andare, buttarmi di sotto e sperare di uscire dall’altra parte. E poi, dopo avere saltato, quando ci sono in mezzo, tutto è molto più gestibile di quanto non avessi pensato prima.

    Perché il vero coraggio non è l’assenza di paura ma agire nonostante la paura. Agire alla faccia della paura, dell’ansia, del senso di non farcela.

    Sono molto più forte di quanto creda.

    E se qualcuno ha sperato che non lo fossi, mi ha quasi convinta, ma si è sbagliato.

  • Anticipazione e nostalgia

    Quando avevo appena iniziato a sperimentare il BDSM, ad esplorare le pratiche e le sensazioni, ero colma di anticipazione ed entusiasmo. Tutto era nuovo: passavo ore a fantasticare, a scrivere racconti e fantasie, a immaginare cosa avrei potuto fare, cosa avrei potuto provare. Ogni cosa che mettevo in pratica era una bomba di emozioni, il coinvolgimento estremo anche con il minimo stimolo.

    Poi, man mano che il tempo passava e accumulavo esperienza, mi riempivo non solo di anticipazione ma anche di ricordi, di conoscenze. Ciò che avevo sperimentato diventava materiale per ulteriore anticipazione, fino a diventare aspettativa, speranza, desiderio di riuscire a replicare emozioni e sensazioni.

    Passato ancora del tempo, con il termine delle relazioni e il contraccolpo emotivo, la tristezza della perdita e la sofferenza della mancanza mi hanno riempita di nostalgia: malinconia per ciò che era stato e non era più e la vana speranza che tornasse. Accanto all’anticipazione, la nostalgia ha iniziato a crescere sempre di più, fino a rubarle spazio. Il mio senso di anticipazione ha iniziato a calare: sapevo già cosa aspettarmi, che sensazioni avrei potuto provare, e sapevo anche che non erano sempre uguali né sarebbero state intense e potenti come la prima volta che le avevo provate; sarebbero state diverse, forse nemmeno così belle: l’esperienza me lo diceva.

    Per lungo tempo anticipazione e nostalgia si sono bilanciate, prendendo a turno di volta in volta più spazio in me, scambiandosi, alimentandosi l’un l’altra.

    Adesso per la prima volta la nostalgia mi pare vacua, e l’anticipazione si è quasi spenta. Non fantastico, non immagino, non mi aspetto grandi cose. Programmo qualcosa di pratico ma tutta l’emozione legata al D/s sembra svanita. Come scrivevo qualche tempo fa, forse è che non ci credo più.

    Hanno giocato un ruolo anche l’immensa fatica emotiva della pandemia e l’impegno costante e continuo per tirarmi fuori dall’ansia e dentro il nuovo lavoro, di sicuro; inoltre sono cambiata e ho abbattuto pareti che erano anche aspettative, che erano anche contenitori di nostalgia. Sono uscita dall’altra parte stanca, ma anche più forte; disillusa, ma anche più consapevole di me, dei miei limiti, dei miei bisogni.

    La nostalgia che provo ora è quella della mia inesperienza: una volta tutto era molto più facile, più semplice. Ma non si torna indietro dalla complessità. Chi sono ora non è chi ero e non è ancora chi sarò. L’anticipazione che provo ora è sottile e non irruenta come un tempo: ma ho ancora voglia, nonostante tutto, ed è bello averla.

  • Forse sono io

    Le mie relazioni, fatta salva quella con mio marito, sono finite, e sono finite tutte abbastanza male. Incomprensioni, gelosia, ferite inflitte a sé e all’altro. Bugie.

    Allora mi dico: forse sono io.

    Sono io che non sono capace, che non so come si gestisce una relazione, che scelgo le persone sbagliate, non compatibili. Non posso poi lamentarmi che sia andata male.

    O forse sono io che non capisco quando una relazione è finita. Dovrei sapere leggere meglio i segnali, i messaggi, le assenze. Eppure anche se io per prima sono una che fatica moltissimo ad essere diretta, penso ancora che se non ce lo diciamo non sia reale. Ma ecco, forse sono io che non so essere diretta e chiara.

    O forse sono io che mi illudo, che anche se ci siamo parlati penso che ci sia ancora qualcosa, che ci sia altro da dire, da condividere, da capire, da sentire. Alla fine i sentimenti non si spengono a comando. Forse sono io che indulgo in quell’illusione.

    O forse sono io che sono troppo avanti, troppo consapevole, preparata, esperienziata, comprensiva o chissà cosa rispetto all’altro che non si sente al mio livello e quindi si allontana (ok, no, non ci credo davvero; questa è la versione consolatoria del “non mi merita”).

    O forse sono io che non ho saputo farlo cambiare, non gli ho voluto abbastanza bene, non ho fatto o detto o creduto abbastanza e quindi forse sono io che ho fatto fallire tutto.

    O forse sono io che trovo più facile darmi la colpa che riuscire a distribuire equamente le responsabilità.

    Anche stanotte, che non riesco a dormire, penso che forse sono io.

  • Coi tuoi occhi

    Ho un brutto rapporto col cibo e con l’idea stessa di ingrassare. In termini odierni ho una forte grassofobia interiorizzata. Sono sovrappeso e lo vivo molto male, ma allo stesso tempo il cibo è un rifugio e uno sfogo, quindi si ingenera un circolo vizioso.

    Ricordo che a 11 anni fantasticavo di trovare la lampada di Aladino e studiavo quali desideri esprimere per ottenere il massimo con sole tre possibilità, e ricordo chiaramente che uno dei tre era sempre “restare per sempre 38 kg a prescindere da quanto mangi”.
    Ricordo anche perfettamente che a 13 anni mi sentivo orribile perché ero arrivata a pesare 46 kg.
    A posteriori, ragionando con lucidità, per quanto sicuramente non potessi essere molto alta, dubito che a 13 anni chiunque pesi 46 chili possa dirsi obeso. Forse a 5 anni. Ma a 13, alta più o meno un metro e mezzo (come adesso), direi che ero ampiamente in peso forma.
    Più o meno in quel periodo ho preso a mangiare di nascosto e compulsivamente, così ho realizzato la mia paura di essere grassa. Una paura che non era mia, in realtà, ma di mia madre, che ho ereditato dalla sua ansia e dai suoi comportamenti.

    Così, mi trascino addosso una sensazione di disprezzo per il mio aspetto fisico come fosse una condanna.

    E poi tu mi fai delle foto. Foto in cui sono legata, nuda, a terra o appesa; in cui le corde mi stringono la carne, anzi: la ciccia. La corda stringe, il rotolo straborda. Osservo queste immagini e ho un moto di ribrezzo verso me stessa. Eppure, contemporaneamente, mi vedo bella. Nonostante veda il mio sovrappeso sovraesposto, vedo anche altro.

    Mi vedo coi tuoi occhi.

    Vedo l’abbandono, il dolore, il piacere, tutte le sensazioni dipinte sulla mia carne. Torno a quell’istante, a ciò che sentivo da dentro e lo vedo rappresentato all’esterno. La tua foto, il tuo sguardo lo rivela.

    Allora riesco ad andare oltre all’apparenza, al dispiacere di vedermi con un aspetto che mi hanno educata a percepire come brutto, e a vedere anche io la mia anima denudata e felice in quella carne sofferente.

    Attraverso i tuoi occhi, riesco a vedermi.

  • Sono proprio io

    Sono proprio io, sono qui. Sono io che sto facendo queste cose, che sto dicendo queste cose, che sto vivendo queste cose.

    A volte, d’improvviso, mi coglie questa consapevolezza improvvisa: l’avvenimento che si sta svolgendo ora, che io credevo sarebbe potuto succedere solo a qualcun altro, o solo come fantasia, sta accadendo davvero e al centro ci sono io.

    Mi succede sul lavoro, quando mi scopro a gestire responsabilità di cui non mi sarei mai creduta capace. Di colpo mi vedo sia da fuori di me sia da dentro, come succede nei sogni: sono io ma sono anche qualcun altro. E prevale l’emozione razionale di accorgermi che sono proprio io, in prima persona, e lo sto facendo, ci sto riuscendo.

    E mi succede, ma ad un livello molto più animale, più basso, viscerale, profondo, quando sto subendo una pratica BDSM. Qualcosa che non avrei mai creduto possibile, che mi afferra e mi scuote e mi smuove emozioni e sensazioni che non mi conoscevo; in mezzo a questo turbine non solo ci sono io ma ne sto anche godendo, mi sto lasciando aprire, rivoltare ed esporre fino a restare senza parole, senza fiato. Sono proprio io nel momento in cui resto senza me stessa.

  • Valore

    Talvolta tutta la fatica è dovuta al solo fatto che ricerco l’assoluto.

    Talvolta ragiono ancora pensando che se qualcosa (qualsiasi cosa) non è totale allora non è nemmeno minimamente abbastanza. Invece forse la cosa più preziosa che ho imparato durante il lockdown è stata la three minutes rule: se non ho tempo (o voglia, o altro) per fare un’ora di esercizio (o scrittura, o altro), posso farne tre minuti. Come, tre minuti, ma è pochissimo, dovrei fare un’ora! Ma non ce l’ho un’ora, così quello che faccio è rinunciare del tutto. Invece: meglio tre minuti di zero. Meglio poco che nulla. Meglio un risultato parziale di nessun risultato. Meglio l’imperfezione di una perfezione inarrivabile.

    Quando allora accetto che il valore che vorrei per me stessa non sia assoluto, ma relativo, allora sto bene. Il mio valore non è assoluto: è mio, e questo è tutto ciò che conta.

  • Non importa

    È quello che dico quando qualcosa mi ferisce, o quando desidero qualcosa che non posso avere, o quando qualcosa che mi aspettavo (da qualcun altro o da me stessa) non avviene.

    Non importa.

    Quando me lo dico, è un segnale che quella cosa, invece, importa. Spesso importa molto. Ma accettare la ferita è talmente doloroso che preferisco chiudere me stessa ad ogni sensazione, diventare di sasso, insensibile (credere di riuscirci) e sostenere che non importa, non era importante, anzi, non me ne è mai importato nulla fin dall’inizio, figuriamoci.

    Sono così abituata a lasciare da parte cose cui tengo fingendo indifferenza che è diventato un automatismo; fatico a ridestarmi da quel torpore. Di contro, mi attivo su cose che non hanno valore per me (magari perché lo hanno per qualcun altro) e la confusione che ne deriva mi lascia attonita e arrabbiata senza capirne la causa.

    Mi piacerebbe imparare a capire cosa davvero non importa. Cosa posso serenamente lasciare andare, su cosa posso non preoccuparmi, a cosa posso dire di no con un’alzata di spalle. Capire cosa è importante ha questa preziosa controparte: capire cosa non lo è.

    Mi piacerebbe imparare a dire: mi importa.

  • Fail

    Quando ho iniziato a scrivere con regolarità, quando, a gennaio, ho deciso che avrei pubblicato un post ogni lunedì e venerdì, ho pensato che prima o dopo avrei fallito. Avrei dimenticato di pubblicare, non sarei stata pronta. Ed era uno dei pensieri che mi suggeriva di non iniziare nemmeno. Ma sono partita.

    In alcuni periodi sono riuscita a programmare in anticipo più di un post; alcuni giorni ho programmato il post poche ore prima dell’orario; altri giorni ho finito di scrivere a sera e pubblicato in ritardo.
    Ma non ho mai saltato un giorno. (Certo, un venerdì non ho pubblicato ma perché ero in vacanza, non era un errore). Fino a ieri: ieri sera si è avverata infine la mia profezia iniziale.

    Dopo un weekend molto impegnativo (855 km in 48h, dormito poco), complice l’essere in ferie, ho perso il filo che fosse lunedì e non ho pubblicato. Ho saltato il mio appuntamento.
    Quando me ne sono resa conto era passata mezzanotte. Ci sono rimasta male: il mio obiettivo è sempre la perfezione (con annesso terrore del fallimento). E, allo stesso tempo, mi sono sentita rasserenata. Ecco, ho pensato: è successo. Non devo più avere paura che succeda, perché è successo e non è crollato niente. Nessuna condanna (l’unico mio giudice sono io), nessun giudizio senza appello: una volta mi sarei affossata nel senso di colpa; ora si riprende.

    Anche in questo, per fortuna, sono cresciuta.