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Tag: consapevolezza

  • La mezza misura

    Sono abbastanza competente da sapere che non sono abbastanza competente.
    Conosco a sufficienza per sapere che non so tutto quello che dovrei sapere.
    Sono dimagrita ma i vestiti non mi stanno ancora come vorrei.
    Sono sufficientemente consapevole di me per comprendere che in alcuni aspetti mi manca ancora consapevolezza.

    E’ come quando cercavo di farmi crescere i capelli: la maledetta mezza misura. Finché li avevo a spazzola erano comodi e stavano a posto; ora che li ho lunghi posso legarli, acconciarli, in un modo o nell’altro stanno a posto. Ma mentre crescevano avevo ciuffi scomposti, troppo corti per legarli ma troppo lunghi perché stessero giù, e per quante forcine, cerchietti e gel comprassi e usassi non c’era verso di trovare loro un aspetto decente.

    Anche con la competenza, la consapevolezza e qualsiasi altra fase di passaggio è così: la mezza misura è la parte più difficile da gestire. Non è che non veda i progressi già fatti, ma paradossalmente mi fanno sembrare l’obiettivo ancora più distante da raggiungere. Nella mezza misura si tratta di resistere e passare oltre, sopportarla per attraversarla, senza cedere alla frustrazione (quante volte sono sbottata e mi sono tagliata di nuovo i capelli a spazzola perché non sopportavo più la mezza misura, e ho dovuto ricominciare dall’inizio?).

    Ad un certo punto si scollina, lo so: poi tutto è in discesa, almeno fino alla prossima salita. Si tratta di tenere duro in un momento in cui la fatica sembra inutile.

  • Da capo

    Si riparte dalle basi e si torna sui propri passi, per ripercorrerli con occhi nuovi.

    Non posso e non voglio pensare di essere arrivata, di sapere già. L’esplorazione non ha confini, ciò che credo di sapere posso impararlo di nuovo in modo diverso, con significati ulteriori che adesso posso comprendere.

    Ora è il momento della riflessione e dello studio. Per una relazione ci sarà tempo, o forse no; ma riparto dall’unico posto possibile: da me.

  • Purpose

    Una relazione D/s mi dà scopo.

    Uno scopo immediato, potente, pervasivo. Fare le cose per lui, dedicare il mio tempo e la mia persona a lui, a soddisfare i suoi desideri, le sue richieste. Orientare i pensieri verso di lui, organizzarmi intorno alle sue necessità. Metterlo al centro.

    Andare ad un evento con il Padrone mi fa sentire tranquilla perché ho uno scopo preciso: stare con lui. Seguirlo, servirlo. Essere presente per lui. Venire riconosciuta per essere sua.

    Se sono sola, senza un D/s, mi sento un po’ persa; mi ritrovo senza quello scopo.

    E però è uno scopo estroflesso. Potente, pervasivo perché emotivamente carico, connesso con le mie viscere e il senso di appartenenza che sento così profondamente in me. Ma estroflesso. Per questo è facile: non mi richiede che l’impegno pratico di attualizzarlo. Non mi richiede decisione. Non mi richiede responsabilità. (O meglio: mi illudo che non mi richieda responsabilità.) Non una personale: la semplice responsabilità di portare a termine il compito al meglio è tranquilla, esterna. La decisione sul cosa resta a lui, a me attiene solo il come.

    Ma appena viene a mancare questo scopo esterno, resto come imbambolata. E adesso? Chi sono io, ora che non ho nulla da fare, nessuno per cui farla?

    Allora ecco: mi serve uno scopo introflesso. Uno scopo mio. Uno scopo mio che non sia solo trovare qualcuno che me ne dia uno.

    Questo è il mio scopo ora: capirmi.

  • Domande

    Adesso ho più domande che risposte. Più riflessioni che azioni.

    Ogni tanto (ogni volta che serve, e si capisce quando serve, se ci si ascolta) mi faccio delle domande: su chi sono, cosa faccio, perché desidero quello che desidero, cosa mi ha portato ad essere chi sono.

    Posso migliorare? Il miglioramento cui penso è qualcosa che mi appartiene, che desidero io, o che mi viene stimolato da fuori? Ma anche: questo stimolo esterno è motivato, sensato, fruttuoso, coerente? O è forzato, peloso, manipolatorio, inadatto? E’ un input che mi invia l’universo per sospingermi perlomeno a riflettere? Questo sicuro. Sta a me comprenderlo e farlo mio o lasciarlo andare.

    Leggo, studio, mi confronto con altre persone, provo a cercare punti di vista differenti, idee, suggerimenti, indicazioni, esperienze altrui da cui imparare. Cerco di uscire dalla mia bolla.

    In questa apertura succede che arrivi quella sensazione: un improvviso vuoto allo stomaco, il cuore che salta, la bocca si apre e gli occhi si spalancano: è il riconoscimento. Una cosa che ho visto, letto, sentito è arrivata. Ha colto nel segno dentro di me, l’ho riconosciuta per vera, è qualcosa che mi serve, che devo raccogliere e curare, approfondire: mi cambierà. E’ una chiave di lettura, un chiarimento su me stessa, sulle mie motivazioni, sui miei reconditi meccanismi, sulle mie emozioni.

    Di colpo torno attiva, mi smuovo se ero ferma, mi rassereno se ero cupa: ho ritrovato la via. E si va.

  • Anticipazione e nostalgia

    Quando avevo appena iniziato a sperimentare il BDSM, ad esplorare le pratiche e le sensazioni, ero colma di anticipazione ed entusiasmo. Tutto era nuovo: passavo ore a fantasticare, a scrivere racconti e fantasie, a immaginare cosa avrei potuto fare, cosa avrei potuto provare. Ogni cosa che mettevo in pratica era una bomba di emozioni, il coinvolgimento estremo anche con il minimo stimolo.

    Poi, man mano che il tempo passava e accumulavo esperienza, mi riempivo non solo di anticipazione ma anche di ricordi, di conoscenze. Ciò che avevo sperimentato diventava materiale per ulteriore anticipazione, fino a diventare aspettativa, speranza, desiderio di riuscire a replicare emozioni e sensazioni.

    Passato ancora del tempo, con il termine delle relazioni e il contraccolpo emotivo, la tristezza della perdita e la sofferenza della mancanza mi hanno riempita di nostalgia: malinconia per ciò che era stato e non era più e la vana speranza che tornasse. Accanto all’anticipazione, la nostalgia ha iniziato a crescere sempre di più, fino a rubarle spazio. Il mio senso di anticipazione ha iniziato a calare: sapevo già cosa aspettarmi, che sensazioni avrei potuto provare, e sapevo anche che non erano sempre uguali né sarebbero state intense e potenti come la prima volta che le avevo provate; sarebbero state diverse, forse nemmeno così belle: l’esperienza me lo diceva.

    Per lungo tempo anticipazione e nostalgia si sono bilanciate, prendendo a turno di volta in volta più spazio in me, scambiandosi, alimentandosi l’un l’altra.

    Adesso per la prima volta la nostalgia mi pare vacua, e l’anticipazione si è quasi spenta. Non fantastico, non immagino, non mi aspetto grandi cose. Programmo qualcosa di pratico ma tutta l’emozione legata al D/s sembra svanita. Come scrivevo qualche tempo fa, forse è che non ci credo più.

    Hanno giocato un ruolo anche l’immensa fatica emotiva della pandemia e l’impegno costante e continuo per tirarmi fuori dall’ansia e dentro il nuovo lavoro, di sicuro; inoltre sono cambiata e ho abbattuto pareti che erano anche aspettative, che erano anche contenitori di nostalgia. Sono uscita dall’altra parte stanca, ma anche più forte; disillusa, ma anche più consapevole di me, dei miei limiti, dei miei bisogni.

    La nostalgia che provo ora è quella della mia inesperienza: una volta tutto era molto più facile, più semplice. Ma non si torna indietro dalla complessità. Chi sono ora non è chi ero e non è ancora chi sarò. L’anticipazione che provo ora è sottile e non irruenta come un tempo: ma ho ancora voglia, nonostante tutto, ed è bello averla.

  • Forse sono io

    Le mie relazioni, fatta salva quella con mio marito, sono finite, e sono finite tutte abbastanza male. Incomprensioni, gelosia, ferite inflitte a sé e all’altro. Bugie.

    Allora mi dico: forse sono io.

    Sono io che non sono capace, che non so come si gestisce una relazione, che scelgo le persone sbagliate, non compatibili. Non posso poi lamentarmi che sia andata male.

    O forse sono io che non capisco quando una relazione è finita. Dovrei sapere leggere meglio i segnali, i messaggi, le assenze. Eppure anche se io per prima sono una che fatica moltissimo ad essere diretta, penso ancora che se non ce lo diciamo non sia reale. Ma ecco, forse sono io che non so essere diretta e chiara.

    O forse sono io che mi illudo, che anche se ci siamo parlati penso che ci sia ancora qualcosa, che ci sia altro da dire, da condividere, da capire, da sentire. Alla fine i sentimenti non si spengono a comando. Forse sono io che indulgo in quell’illusione.

    O forse sono io che sono troppo avanti, troppo consapevole, preparata, esperienziata, comprensiva o chissà cosa rispetto all’altro che non si sente al mio livello e quindi si allontana (ok, no, non ci credo davvero; questa è la versione consolatoria del “non mi merita”).

    O forse sono io che non ho saputo farlo cambiare, non gli ho voluto abbastanza bene, non ho fatto o detto o creduto abbastanza e quindi forse sono io che ho fatto fallire tutto.

    O forse sono io che trovo più facile darmi la colpa che riuscire a distribuire equamente le responsabilità.

    Anche stanotte, che non riesco a dormire, penso che forse sono io.

  • Covert contract

    In auto voglio stare io seduta dietro. E’ una cosa che mi piace, mi fa sentire “piccola”, inferiore, mi conferma e mi rassicura nel mio ruolo di sottomessa.

    Non me lo chiede nessuno: lei fila diritta al posto davanti, tu alla guida. Io mi siedo dietro con uno strano senso di straniamento: ho ottenuto quello che volevo, ma in qualche modo mi sento scontenta che non sia stato detto, che non mi sia stato chiesto. Mi sento a disagio soprattutto perché mi rendo conto che non ho nulla di cui lamentarmi.

    Il giorno dopo, ripensandoci, capisco: non c’è niente di negoziato, niente di esplicito. Quello che sto agendo è un covert contract. Ho deciso da sola che se A allora B, ma non è stato realmente negoziato ed esplicitato. In molti sensi, è ingiusto: proietto le mie aspettative, le mie fantasie, senza che l’altro ne sia al corrente, e mi risento persino se vengono disattese.

    Faccio la schiava, mi mortifico e mi sacrifico nel servizio, ma faccio tutto da sola: non me lo stai chiedendo, non ne abbiamo parlato. Faccio una cosa che spero abbia valore per te (la spesa, la lavatrice…) e me ne sei riconoscente, ma non ne ricevo il ritorno che vorrei; non solo: non ne ricavo il piacere che vorrei. Perché non è un tuo ordine, ma una mia iniziativa: l’intero presupposto del servizio crolla miseramente come il castello di carte che è.

    Tanto varrebbe masturbarmi. E’ un po’ così: il mio servizio è una masturbazione. Tu non hai nessuna richiesta, nessuna pretesa, niente ordini, niente protocolli, niente di niente. Il che non è sbagliato, di per sé, e sicuramente non mi hai mai illusa a riguardo. Ma se io mi aspetto il protocollo perché secondo me il rapporto D/s implica il protocollo, sto forzando su di te un covert contract. Sto inventando un patto che non c’è, perché non è negoziato, non è concordato. Per quanto labile, è una violazione del consenso.

    Tutto questo mi riporta alla mia incapacità di comunicare chiaramente desideri e necessità; mi aspetto ancora che il Padrone sia in grado di leggermi nella mente, che esista una regola condivisa per cui “le cose si fanno così”, che insomma io non sia costretta ad aprire la bocca e parlare, esprimermi, presentare me stessa e i miei bisogni.

    Mi pare di essere così egoista a chiedere, ma non sono forse più egoista a non chiedere ed aspettarmi comunque il risultato che voglio?

    Mi resta addosso la malinconia della consapevolezza che non è realistica la fantasia di un Padrone onnisciente, in grado di leggermi senza difficoltà, capace di colmare quei vuoti che io stessa non so comprendere e dedicato a realizzare ogni mio più recondito desiderio senza la vergogna di doverlo dire ad alta voce. E anche il dispiacere di avere proiettato tutto questo senza chiarezza.

  • Non si torna indietro

    Una volta provato il BDSM, se è la tua cosa, non si torna indietro. 

    Non si torna più al caro vecchio sesso vanilla, quello semplice, quello “normale”. O meglio: si può ancora fare, ovviamente; si fa. Ma non è più la stessa cosa. Per quanto bello, non si può più fare solo quello. Almeno, per me è così. 

    Dice Janet nel Rocky Horror Picture Show: “I’ve tasted blood and I want more”. Ed è proprio così. 

    Quando ho letto che si poteva fare, che non era solo una mia fantasia, è stata una rivelazione. Quando l’ho provato, è stato un riconoscimento: era una cosa che conoscevo già, che la mia carne sapeva, che mi apparteneva come io vi appartenevo. 

    La prima volta che ho fatto sessione ho sentito che tutti i pezzi andavano a posto, che avevo trovato La Risposta. Ero completa, finalmente. Mi sono sentita brillare. 

    Poi non è stato così semplice, neanche un po’. Ma non sono tornata indietro. Anche nei momenti più bui in cui le cose non andavano bene e stavo male, non ho pensato di non volerlo più fare. Sapevo che lì c’era una parte importante di me, una voce che dovevo ascoltare, un desiderio che volevo soddisfare; serviva solo farlo bene, con le persone giuste per me, nel modo migliore per me. 

    Non è una cosa che faccio giusto per divertimento, di cui potrei fare a meno. 

    Non è nemmeno una cosa che faccio. E’ una cosa che vivo.

  • Estrovertitudine

    Poi invece in alcune situazioni sociali navigo sorprendentemente bene.

    Capita quando sono serena; allora anche i momenti di straniamento non mi sfasano, ma ci passo attraverso e ritorno nella realtà condivisa un solo passo più in là. Affronto il timore della socialità con coraggio, parlo, mi confronto con gli altri.

    Se sono in un gruppo in cui mi sento accolta, in cui so di poter mostrare ogni lato di me stessa, mi tranquillizzo. Perdo la paura del giudizio e mi apro. Mi integro, ascolto, mi racconto.

    Succede così al Munch Magnagatti.

    Tutti sono in uno stato d’animo curioso, aperto, desideroso di confrontarsi: lo si può quasi percepire nell’aria. Mi lascio trasportare da questa atmosfera. Il cibo è buono e la compagnia ottima.

    Mi accorgo allora di non essere sola. Le mie esperienze non accadono né sono accadute in un vuoto: anche se non lo sapevo, sono condivise, simili, mi collegano ad altre persone. Quello che ho da dire viene ascoltato, quello che dicono gli altri lo ascolto e me ne abbevero. Non smetto mai di imparare.

    Ci sono persone a me affini, che mi fanno sentire capita nel mio sentire. E persone così diverse che è una crescita già solo poterle ascoltare. Nessuno detiene la Verità, ma ognuno si porta a casa una piccola verità, la propria, germogliata nella condivisione.

    Rientro a casa alle due e mezzo del mattino sorridente e felice.

  • Introvertitudine

    C’è un momento, mentre sono con altre persone in un gruppo numeroso, in cui d’improvviso mi traslo su un diverso piano di esistenza, in cui sono ancora lì ma non ci sono; vedo e sento, ma non sono più in grado di interagire.

    Sono sfasata.

    Non capisco se gli altri si accorgono ancora della mia presenza, o se diventi anche invisibile, o solo parzialmente visibile (credo quest’ultima). La mia voce diventa ovattata, flebile: mi pare di parlare ad alta voce ma nessuno mi sente. Gli altri parlano tra loro e io non riesco più ad intervenire, non so nemmeno più cosa dire. Tutti si conoscono tra loro e io non conosco nessuno, nessuno conosce me, né mi riconosce. Mi muovo tra i gruppetti che chiacchierano e interagiscono ma non riesco ad inserirmi; resto al margine esterno, esclusa. Non lo fanno apposta: non sono più sullo stesso piano di realtà condiviso dagli altri; non sono loro ad ignorarmi, sono io che sono fuori dalla loro percezione.

    E’ una sensazione devastante. Vorrei potermi avvicinare, essere ascoltata, riconosciuta. Ma in quei momenti è impossibile. Mi coglie la drammatica consapevolezza di non sapere come fare a interagire. In questo sfasamento, perdo le mie capacità sociali.

    Allora faccio un sorriso di circostanza, ascolto, annuisco, faccio come se le persone stessero parlando anche con me, anche se non è così. Combatto il disagio e il desiderio di andarmene, visto che non appartengo più a questo consesso. Faccio l’ospite, la tappezzeria, divento parte di quel mobilio di cui ti accorgi ma non ti accorgi davvero: è lì ma ci giri attorno. A volte, è un punto di vista privilegiato: osservo il mondo da fuori, in modo onirico, noto dettagli, prendo appunti mentali, mi godo a vedere gli altri stare insieme, come fosse una proiezione cui solo io sono invitata.

    Poi il sogno si spezza, qualcosa cambia di nuovo e torno ad allinearmi con la realtà comune: qualcuno mi guarda, io dico qualcosa, mi torna una risposta, riesco di nuovo a scambiare sorrisi e parole.

    Mi resta la paura di non sapere cosa sia successo, il timore di quando questo sfasamento accadrà di nuovo. Prima che succeda saluto, mi allontano e penso che vada bene anche così; so che non è una colpa né un’incapacità ma solo una circostanza: prendo la socialità che riesco a prendere, tutto il resto rimane fuori dalla mia portata.