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Tag: fatica

  • Voglia di avere voglia

    Sono così stanca.

    Arrivo a sera stravolta, accartocciata. La necessità persistente di mantenermi attiva, attenta, concentrata durante il giorno, di destreggiarmi tra le innumerevoli richieste al lavoro (e anche extra lavoro), mi nutre e mi distrugge. Mi piace riuscire a fare tutto, ma quando finisce la giornata sono finita anche io.

    In questo affaticamento la mia libido si abbassa a livelli di sussistenza. Non ho le energie per avere voglia, così mi iberno.

    C’è però una voglia che non smetto mai di sentire, ed è la voglia di avere voglia.

    Mi manca sentire il desiderio, la spinta che da dentro mi scioglie e mi contrae; ho voglia di struggermi, agognare, stringere le cosce, inarcarmi e sospirare. Ho voglia di sentire quella voglia pervadermi e rendermi calda, attraversarmi ad ondate alterne di piacere negato e soddisfatto, riempirmi fino a traboccare e aprirmi come un frutto maturo.

    Mi infilo sotto le coperte e, mentre mi abbandono ad un sonno ristoratore, mi cullo in questa strana voglia traslata, dolce e malinconica come la nostalgia.

  • Pilates semenawa

    Il pilates per me non è semplice ginnastica: è terapia fisica per mantenere in asse la mia schiena, dove le mie vertebre tendono a fare un po’ di testa loro. Il lavoro di rafforzamento del core (muscoli addominali e lombari) mi serve da busto naturale, per evitarmi dolore e pratiche più invasive e pericolose.

    Ma non solo.

    E’ terapia fisica anche nel senso che mi aiuta a mantenermi in contatto con il mio corpo, con cui ho un rapporto diciamo conflittuale. Ma ho bisogno di sentire il mio corpo, di scendere dalla torre d’avorio che è la mia testa e calarmici, diventare percezione fisica.

    In qualche modo, il pilates attiva sensazioni simili a quelle che provo in sessione. Simili ma contrarie: nelle corde mi lascio andare, sul reformer devo mantenere il massimo controllo, stringere muscoli, fare attenzione alla posizione della schiena, del bacino, delle gambe, di tutto.

    Eppure allo stesso modo finalmente spengo il vociare dei miei pensieri e sento col corpo. Respiro, riposo nello sforzo, mi rilasso nella fatica fisica.

  • Stanca

    Gli impegni mi inseguono, la fatica mi affossa. So di avere preso l’impegno più importante: quello con me stessa. Scrivere.

    E però lunedì sono stata male, e la settimana è stata terrificante. Sono, anche io, umana.

    Mi è stato detto: datti il permesso di fallire.

    Terribile: solo la prospettiva di fallire mi angoscia. Ma cos’è il fallimento, per me? Cosa significa? È deludere gli altri, sentirmi immeritevole, inadeguata. Allora, forse, ogni tanto, magari, posso lasciare andare questo senso di opprimente aspettativa che da sola mi carico sulla schiena e che mi piega in una sofferente stanchezza che non erotizzo in alcun modo.

    Ho fallito di scrivere; continuo a scrivere oltre il fallimento, attraverso il fallimento. Immersa in una fatica che è un pantano e mi rallenta ma non mi ferma.

    Non voglio che mi fermi.

  • Braci sotto la cenere

    La stanchezza mi spegne: mi pare di non avere nessuna voglia di nulla. Non mi va nemmeno di masturbarmi. In questa condizione il denial non funziona: se mi viene tolto qualcosa di cui non ho voglia non è interessante.

    Mi rendo conto che è una strategia di sopravvivenza, la mia. Perché se non ho la possibilità di fare BDSM – per mille motivi, gli impegni, il lavoro, altre priorità, adesso pure la pandemia, eccetera – vado in letargo. Sopisco anche la speranza di poterlo fare. Se non spero, non posso restare delusa; se non ho aspettative, non potranno venire disattese. E comunque, apparentemente non ho più voglia, quindi vado bene così.

    In realtà non vado per niente bene. Sono sempre di malumore, malmostosa. Vorrei avere voglia e non ce l’ho.

    Ma io lo so che ce l’ho, in verità: è solo che non si vede. Il mio corpo la conserva al caldo, in un luogo nascosto dentro di me, pronta ad essere smossa, svegliata. Come braci sotto la cenere. Ravvivare quel fuoco è semplice, ed ogni volta mi stupisco di quanto sia facile riaccendermi, con gli stimoli giusti.

    La parte difficile, forse, è restare aperta al pensiero di riceverli; imparare a non credere a quella falsa mancanza di voglia.

  • Darsi il permesso

    Una volta avevo bisogno che qualcun altro mi desse il permesso.

    Non per una cosa specifica: in generale. Darmi il permesso di vestirmi carina, di andare da qualche parte, di avere stima di me, di mangiare determinate cose. Non ero in grado di decidere per me stessa: mi sembrava di non averne diritto, che fare o chiedere o prendere qualcosa solo per me stessa fosse un atto di presunzione intollerabile, che mi avrebbe ascritta tra gli stronzi.

    Avere un Padrone cui delegare questa parte della gestione di me che mi era così difficile era perfetto, liberatorio, lineare, consensuale. Perché mi era anche chiaro, a livello razionale, che non era corretto che una persona dipendesse dal permesso di qualcun altro. Non siamo mica più nel medioevo; se un’amica mi diceva “il mio ragazzo non mi permette di fare x o di indossare questo” mi indignavo (e mi indigno tuttora). Quindi poter negoziare in modo consensuale questa rinuncia di autonomia era l’uovo di Colombo.

    Per fortuna, una delle cose che mi venne insegnata dal mio primo, vero, Padrone era che avevo diritto a chiedere per me. Certo quell’insegnamento trovò molta resistenza da parte mia, e tornai indietro molte volte. Uno dei problemi fu che era un circolo vizioso: accettavo quell’insegnamento perché veniva da lui; andava bene perché non ero io, ma lui, con la sua autorità, a permetterlo. Interiorizzarlo era tutto un altro paio di maniche. Quindi una volta finita la relazione D/s persi colpi. Quello che era entrato dalla porta usciva dalla finestra (per parafrasare il modo di dire).

    Oggi, dopo tanto destrutturare e scavare per scoprire le mie radici, va molto meglio: ho (quasi) imparato a capire cosa desidero e chiederlo, o cercarlo, e questo mi rende non solo una persona più completa ma anche una migliore sottomessa.

    Poi, a tratti, faccio una gran fatica: mi dibatto tra i miei desideri inespressi, la frustrazione di sentire che meriterei di più ma non sono capace di accettarlo e l’attesa che qualcun altro mi legga nel pensiero e venga a realizzare quello che nemmeno io so che vorrei.

    Per fortuna, ho un Padrone. Per tutto il resto, c’è Mastercard!

  • Lasciare che quel nodo si sciolga

    Io so di vivere la maggior parte del mio tempo in modo molto molto irrigidito. Tengo tutto a freno, tutto a bada: controllo, controllo. Ho una app per tenere traccia delle cose da fare, ho promemoria, ho appunti, ho google calendar, ho liste. DEVO tenere tutto sotto controllo, ricordarmi tutte le cose da fare e farle tutte senza fallo. Se invece di 100 faccio 99, non va bene: non è abbastanza. Dovrei fare almeno 100, meglio se 110. Ma non sento mai di avere fatto 110, figuriamoci 100. Tutte le 99 cose fatte spariscono dal mio orizzonte come dalla lista delle cose-da-fare della app (visto che sono fatte): nel mio cervello restano solo le cose ancora da fare, che mi ronzano attorno come falene ad una lampada, ricordandomi fino allo sfinimento che non ho fatto tutto.

    Così, finisco per essere estremamente sostenuta, tesa, proiettata verso gli infiniti obiettivi da raggiungere; per dirlo in veneto (che rende): mi insusto.

    Quando qualcosa interferisce, sia esso il traffico, la pioggia, o una persona, mi sale un nervoso spaventoso. Eppure lo so che il punto non è l’imprevisto, ma l’eccesso di rigidezza in partenza. Mi sento così chiusa, annodata su me stessa, sugli impegni, sul tu devi, ingabbiata in un vortice di impegni che non mi lascia scampo.

    Poi, qualche volta, riesco a mollare un po’. Per qualche istante rilasso le spalle, respiro a fondo, chiudo gli occhi e lascio che quel nodo che mi sento nel petto si sciolga.

    Ho fatto abbastanza; ho diritto ad essere stanca, a riposare, a guardare il tramonto e non il cellulare. Posso non completare anche questo compito, pensarci domani. Posso dire: non ce la faccio; e non condannarmi per questo.

    Davanti al sole che scende infuocato dietro le nuvole basse illuminandole di rosa e di azzurro; o respirando a fondo l’aria pulita che viene dal prato e dal fiume mentre mi perdo con gli occhi nella contemplazione della natura; o ascoltando il canto del corpo che fatica nello sforzo fisico, quando pedalo o cammino e vado distante; o mentre sono nelle tue corde e sotto i tuoi colpi, con la carne costretta e la mente libera.

    Almeno, per un poco, riposo.

  • Valore

    Talvolta tutta la fatica è dovuta al solo fatto che ricerco l’assoluto.

    Talvolta ragiono ancora pensando che se qualcosa (qualsiasi cosa) non è totale allora non è nemmeno minimamente abbastanza. Invece forse la cosa più preziosa che ho imparato durante il lockdown è stata la three minutes rule: se non ho tempo (o voglia, o altro) per fare un’ora di esercizio (o scrittura, o altro), posso farne tre minuti. Come, tre minuti, ma è pochissimo, dovrei fare un’ora! Ma non ce l’ho un’ora, così quello che faccio è rinunciare del tutto. Invece: meglio tre minuti di zero. Meglio poco che nulla. Meglio un risultato parziale di nessun risultato. Meglio l’imperfezione di una perfezione inarrivabile.

    Quando allora accetto che il valore che vorrei per me stessa non sia assoluto, ma relativo, allora sto bene. Il mio valore non è assoluto: è mio, e questo è tutto ciò che conta.

  • Troppe cose da fare

    In alcuni momenti penso di non farcela, di non starci più dietro, di non riuscire più a seguire tutto. Mi sento affaticata, anzi: sono proprio stanca. Vorrei solo buttarmi in un angolo, magari con una coperta, chiudere gli occhi e riposare. Non sentire la pressione, la costante presenza sul fondo della testa che mi dice: c’è da fare questo e quello, sei in ritardo, hai dimenticato quella cosa. Riposare.

    Ma il mio riposo è quello del guerriero: solo al termine della lotta. Non conta quanto possa essere ferita o contusa o distrutta: se c’è ancora da fare, da combattere, allora non è ancora il momento di fermarmi.

    Nel turbinare degli impegni la fatica annebbia quasi tutto. Sembra di osservare il mondo da dietro una coltre di fumo. Le sensazioni sono offuscate, le voglie ottenebrate: come faccio a volere qualcosa, quando non ho fiato nemmeno per respirare?! Con quali forze potrei seguire un qualsiasi desiderio? Risparmio energie e viaggio sul minimo.

    E poi ogni tanto, a caso, la stanchezza è tale che non riesco più nemmeno a tenere su i filtri per escludere ciò che non credo di poter sentire perché troppo stanca.

    E la voglia è sempre lì.

  • Il mio desiderio viene per ultimo

    A tratti, in momenti difficili, o di stress, o di eccessive richieste da parte di altre persone cui fatico a tenere testa (ad esempio mia madre), insomma nei momenti di fatica, torna in me molto forte una sensazione viscerale, netta, con i contorni dell’assoluto, che si presenta alla mia mente come l’Unica Vera Verità: non ho diritto di desiderare, di chiedere. 

    L’unica cosa che mi è concessa è stare zitta e sperare, anelare, pregare perché il mio desiderio inespresso, o meglio che non può essere espresso, combaci con quello della persona di fronte e venga così soddisfatto – non perché l’ho chiesto io ma perché lo ha voluto l’altro, che è colui che può decidere. 

    In passato, senza capirlo bene, ho provato a traslare questo istinto nel BDSM dove ha acquistato un senso, una dignità, un riconoscimento, un onore. La schiava senza desideri propri è un’ottima schiava (dicono. Credo. Mi sono convinta). Ma in realtà è solo un modo orribile di stare, per me, perché si risolve in un labirinto senza uscita in cui mi dibatto: non una scelta ma un obbligo ontologico.

    Se fosse un kink vissuto consapevolmente, che avessi negoziato, andrebbe bene; se fosse una reale responsabilità che mi prendo e che propongo all’altro, perché possa assumerla con pieno e chiaro consenso, andrebbe bene. Ma è invece un istinto primordiale, un tracciato che è stato inciso in me da piccola, che percorro come se non ci fosse un’altra via. Che ho infilato subdolamente e inconsapevolmente nelle maglie delle mie relazioni, senza chiarezza, covando risentimento se l’altro non si prendeva quella maledetta responsabilità di soddisfarmi, di leggermi nella mente e fare quello che vorrei ma che non posso dire che vorrei. 

    Un poco alla volta questo labirinto è venuto alla luce. Ho alzato gli occhi e mi sono accorta di essere sia la scienziata che il topo. Ho capito che non c’era nessuna necessità superna che mi obbligasse a dibattermi in questo dilemma. Ho compreso anche, dolorosamente, che era una terribile red flag che sventolavo. 

    Nei momenti di fatica ancora ci ricado, il solco è così profondo. Ma il senso di liberazione, di sollievo, anche di gioia che provo quando infine riesco a divincolarmi da queste pastoie mentali e ad esprimermi, a dire: io desidero, io vorrei, io preferisco; ecco, in quel momento torno a respirare. Non è qualcosa che faccio per qualcun altro, né un’attesa di qualcun altro che venga a salvarmi.

    Mi salvo da sola, un faticoso ma fondamentale passo alla volta.

  • Non importa

    È quello che dico quando qualcosa mi ferisce, o quando desidero qualcosa che non posso avere, o quando qualcosa che mi aspettavo (da qualcun altro o da me stessa) non avviene.

    Non importa.

    Quando me lo dico, è un segnale che quella cosa, invece, importa. Spesso importa molto. Ma accettare la ferita è talmente doloroso che preferisco chiudere me stessa ad ogni sensazione, diventare di sasso, insensibile (credere di riuscirci) e sostenere che non importa, non era importante, anzi, non me ne è mai importato nulla fin dall’inizio, figuriamoci.

    Sono così abituata a lasciare da parte cose cui tengo fingendo indifferenza che è diventato un automatismo; fatico a ridestarmi da quel torpore. Di contro, mi attivo su cose che non hanno valore per me (magari perché lo hanno per qualcun altro) e la confusione che ne deriva mi lascia attonita e arrabbiata senza capirne la causa.

    Mi piacerebbe imparare a capire cosa davvero non importa. Cosa posso serenamente lasciare andare, su cosa posso non preoccuparmi, a cosa posso dire di no con un’alzata di spalle. Capire cosa è importante ha questa preziosa controparte: capire cosa non lo è.

    Mi piacerebbe imparare a dire: mi importa.