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for this is what I feel

Tag: Lady

  • Tell me something beautiful

    Sento partire questo pezzo dallo stereo; gli occhi bendati, sono già persa nel vortice dei colpi, delle sensazioni violente e laceranti. Senza deciderlo sillabo il testo della canzone, lasciandomi trasportare più lontano. A 2.55 l’atmosfera si sospende, la voce angelica sospira il suo canto – e certo che me lo aspetto, ma l’impatto della musica e delle mani del Padrone che mi calano addosso mi travolgono ugualmente. Di colpo, affondo in subspace. La potenza dell’impatto mi urta fuori dal mio stesso corpo.
    Lo so che al Padrone non piace molto che stia in subspace – lo privo di una parte delle mie reazioni, avvolta come sono nel mio bozzolo. Ma non lo faccio apposta ad andarci, anche se certo non me ne andrei mai.
    Il Padrone mi sculaccia ancora un poco: mugolo, canticchio e ridacchio tra me. Poi si ferma, ed il tempo è come sospeso; mi cullo in subspace e mi dondolo a cavalcioni della cavallina in questa strana quiete. Una parte lontana della mia coscienza si accorge – e si stupisce – che in quel momento, nuda, esposta e con la pelle bruciante, mi sto addormentando.
    Tale è il mio abbandono.

  • Catetere

    Accetto perché conosco com’è. Mi è toccato metterlo per ragioni mediche e non di gioco, quindi so che non è così terribile. Sono felice di poter soddisfare quella luce sadica accesa negli occhi della mia Lady.
    Quando mi stendo, comunque, tremo.
    Tengo le braccia piegate, le mani chiuse vicino al viso, in una posizione che per me è di protezione; tengo le gambe larghe sul lettino da clinical, e tremo.
    Non ho propriamente paura, o forse sì. Non temo il catetere in sé; temo gli sguardi. Si raccoglie intorno molta gente e io sono lì: esposta, allargata.
    Chi lavora su di me è molto bravo e professionale, molto attento, cosa di cui sono grata: non è passato molto tempo da quando ero molto ipocondriaca, terrorizzata da contagi inesistenti. Una volta non avrei mai accettato di fare clinical, di nessun tipo. Li osservo armeggiarmi addosso coi guanti, aprire le confezioni sterili, usare disinfettante e lubrificante.
    Il mio Padrone, ai piedi del lettino, schiocca le dita e mi riporta da Lui, accertandosi che stia bene. Confermo.
    Io sono …non so come sono. Mi tremano le gambe, mi batte forte il cuore. Non sto male, non sto nemmeno bene. La pratica è disagevole in sé.
    Il fastidio fisico di quando il catetere viene inserito è trascurabile, lo sento all’inizio ma mi adatto quasi subito; non è doloroso. E’ solo umiliante. Solo.
    Di colpo realizzo cosa mi terrorizza.
    Non ho scelta: piscerò davanti a tutti. Non ho alcuna possibilità di oppormi: il catetere bypassa ogni tipo di difesa o volontà. Potrei stringere i muscoli, chiudere le gambe o urlare che non voglio; ma non ho il controllo.

    Non.
    Ho.
    Il.
    Controllo.

    Inghiotto aria a vuoto, il cuore in gola. Vibro fino nelle profondità del mio essere. Questo degrado; questa umiliazione: mentre mi distruggono mi risuonano dentro.
    Sono strana.

  • Il mio posto

    Il mio posto

    C’è un posto per me, ed io so qual è.
    E’ un posto in basso, un posto in cui non ho il permesso di alzare lo sguardo. E’ un posto che mi fa sentire bene, pacificata, al sicuro.
    Ogni tanto lo dimentico: mi siedo sulle sedie, rispondo in modo sfacciato, o spero di ottenere più di quanto mi è dato. Dimentico dove è giusto che stia, dove sto davvero bene.
    Il mio posto mi viene ricordato con facilità; basta uno sguardo, una parola, un gesto; un silenzio, anche. Oppure me ne rendo conto da sola, e torno a cuccia con le orecchie basse e la coda tra le gambe. Mi accoccolo e torno tranquilla, rinchiusa e racchiusa.

    Ora sono qui: mortificata, dispiaciuta.
    Non voglio andarmene dal mio posto; desidero solo che mi sia concesso restarci.

  • Brat

    In ginocchio, passo la spugna sul pavimento. Quando alzo gli occhi, vedo che il Padrone mi sta osservando; abbasso subito lo sguardo e frego con più solerzia. Lui ridacchia.
    “Sai qual è la cosa divertente?”, chiede, rivolto a Sua moglie; “Che non ha ancora capito una cosa. Intanto, io mi diverto”
    Rialzo lo sguardo. Stava parlando di me, certo; giro gli occhi attorno, sperando di cogliere un indizio di ciò che avrei dovuto capire, ma non ne ho idea. Lui sogghigna.
    “Be’, ma, sa, Padrone”, esordisco, “io sono felice che lei si diverta, quindi ci metto tanto a capire”. Le parole mi escono senza che riesca a fermarle, la faccia mi si tira in un sorrisetto furbastro. Rimango stupita di me stessa.
    Lui sbuffa una risata: “Ma tu guarda che faccia da culo”, ride.
    Io ritorno a concentrarmi sul pavimento.
    Sono stranamente euforica, non riesco a smettere di ridacchiare tra me. Mi sento una peste. Non sono mai stata una peste; o forse sì. Solo non sapevo di esserlo. Sono linguacciuta e pungente, faccio battutine sarcastiche e taglienti; mi vengono spontanee. Mi vien da sé fare la facciadaculo.
    Pensavo di essere più docile, più sottomessa; invece, mentre non è in dubbio la mia indole sub, mi comporto in modo pestifero, qualche volta. In alcuni momenti mi sorgono le battutine ma mi trattengo, per decenza, conscia che non è nel mio ruolo dire certe cose – non dovrei nemmeno pensarle, forse! Ma in altri mi scappano. Poi, mi stringo nelle spalle e mi faccio piccola piccola, sperando di far ridere, di ricevere un’occhiataccia o uno sculaccione che mi facciano piacere, che mi “puniscano” tra mille virgolette per la mia sfacciataggine.

    In quei momenti torno indietro alle scuole medie, quando punzecchiavo il sedere della mia compagna di banco con la punta del compasso perché si arrabbiasse, mi saltasse su e mi insultasse. Era un gioco, non c’era nessuna vera rabbia; era un primissimo, larvale, inconscio rapporto Dom/sub. Torno a quelle risate, a quelle finte botte, al suo sguardo fiammeggiante e al suo sogghigno nel potermi punire della mia provocazione.
    Mi batte ancora forte il cuore.

  • Sospesa

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    Inizio a respirare con la pancia; il petto è compresso, stretto dalle mie stesse braccia che mi abbracciano, legate dalle corde. Con il cambio di respirazione, mi rilasso. Mi lascio andare.
    Ad un certo punto sono sospesa a testa in giù; inspiro, rilasso il collo e lascio andare la testa. Le corde mi sostengono, appesa. Mi accorgo di sorridere; tengo gli occhi chiusi e lascio spazio alle sensazioni.
    Le sapienti mani di Davide La Greca (alias Maestro BD, eccellente bondager) mi sfiorano; fanno scorrere le corde intorno al mio corpo, avvolgendomi la carne. Sento il suo profumo quando quasi mi abbraccia per far passare le corde: è un tocco delicato, gentile eppure sicuro, preciso.
    Il mio Padrone SadicaMente e Sua moglie Lady Rheja osservano, anche loro emozionati dal momento. La musica ci avvolge, le luci soffuse sospendono il tempo.
    Il bondage non è un mio fetish; eppure ora, lontano dal caos di una festa, nella tranquillità di un Dungeon privato, capisco quanto sia meraviglioso lasciarsi legare.
    Sentirsi costretta, immobilizzata; fidarsi, e divenire libera. Volo appesa a questa struttura; oscillo, respiro, mi abbraccio mentre mi abbracciano le corde; mi sento in pace, al sicuro. Non ho più paura.

  • Onirica – IV

    Sono in giro in bicicletta, sulla mia mountain bike. Incontro Lady Rheja alla guida di un furgone bianco piuttosto vecchio, la sorpasso abilmente sulla destra mentre lei fatica a superare un sottopasso un po’ basso, ma poco dopo mi fermo dove c’è una rotonda e la aspetto. Lei accosta e scende, parliamo. So che siamo nella sua città.
    Guardo nel furgone ed è spoglio, di metallo grigio, con quattro seggiolini avvitati in fila su un lato; il furgone naturalmente è rettangolare, ma dentro è rotondo, infatti è anche un vecchio aereo. Penso che avrei paura a volare su quell’aereo, così piccolo e dall’aria poco sicura (nei miei sogni i viaggi in aereo non sono mai tranquilli).
    Sui seggiolini ci sono alcune ragazze: l’altra slave dei miei Padroni, una sua amica che so che vuole provare il bdsm ed è lì per questo, ed una terza ragazza, minuta e bionda, che so essere una che i miei Padroni hanno preso ad una festa, con cui giocare e basta, senza impegno. Appare smarrita, è molto carina. Più tardi, mi riferirò a lei chiamandola “toy”.
    Le ragazze scendono per sgranchirsi e pascolano nei dintorni. Parlo con la mia Lady. Stanno andando alla loro casa in montagna (che è in realtà la casa dei miei nonni dove passavo le vacanze da bambina) per passare il weekend tutti insieme, il Padrone deve raggiungerle ora per partire. Mi dice: “Non ci siamo ancora andati di questo inverno, alla casa, ed è uno spreco perché c’è il riscaldamento che va. Almeno la usiamo”. Annuisco e penso tra me che ci sarà un sacco da mettere in ordine, tutta la roba accatastata da tirare fuori; dico: “Per fortuna vi portate un sacco di slave per fare il lavoro!” Lei ride.
    A me dispiace di essere in bicicletta; li devo raggiungere in montagna seguendoli. Rifletto: “Forse potrei mettere la bici sul furgone e venire con voi”. Mi dispiace non fare il viaggio insieme a loro; inoltre sono preoccupata per il freddo. Lady Rheja fa un’espressione dispiaciuta e mi dice che non si può; io capisco che è perché il furgone dopo lo lasceranno in montagna, lo devono riconsegnare al legittimo proprietario, che è un loro amico. Io annuisco; tra l’altro, so di essere la slave più “anziana”, quindi devo fare uno sforzo in più. Ho una responsabilità nei confronti delle altre ragazze.
    Ora siamo sul pianerottolo della casa della mia infanzia; mi sporgo nella tromba delle scale e vedo il Padrone, in uniforme da SS, che sta salendo; guarda in alto e incrociamo lo sguardo.
    Quando ci raggiunge, lo prendo in giro: “Certo che è coraggioso, Padrone, ad andare a chiudersi in una casa con cinque donne!” Lo dico con un certo timore, mi sto permettendo una confidenza. Anche lui ride e mi sento sollevata; mi prende la testa tra le mani e mi bacia sulle labbra, in modo rude ma con affetto. Mi si rimescolano le viscere per l’emozione.
    Noto che si è rasato la barba e gli dico che sta bene così. Lui fa un cenno col capo.
    Tutti insieme, salgono sul furgone e partono; io resto ancora un poco a cercare di capire se devo legare la bici e andare in autobus, o se farmi forza e pedalare.

    Mi sveglio con voglia di caffè ed una certa, strana malinconia, tipica dei sogni. In un unico sogno sono apparsi tre cardini della mia vita onirica: l’aereo, la casa dove sono nata e la casa dei miei nonni. Tanti ricordi, tanti sentimenti, tutti mescolati; e la presenza forte, imperativa, di ciò che sto vivendo ora, dei miei Padroni, del fortissimo senso di appartenenza che provo.
    C’è qualcosa, in questo sogno, ma ancora non so cosa. Mi cullo nel suo ricordo e proseguo nella vita di veglia.

  • Venire aperta ed aprirsi

    Alzo la testa solo per un istante, quanto basta perché l’immagine dell’enorme strap-on nero che Lei indossa mi baleni allo sguardo e mi si imprima nella retina. Riabbasso il capo e tremo di aspettativa.
    La mano di Lui mi solleva per i capelli e mi sposta, facendomi mettere piegata contro lo schienale del divano.
    Lei mi accarezza il culo, mi graffia, mi schiaffeggia. Me lo appoggia e spinge.
    E’ grosso. E’ duro. E’ freddo.
    E’ spaventosamente freddo; mi ghiaccia dentro. Spinge contro il plug che preme in risposta. Lei inizia a muoversi.
    Stringo i denti, contraggo il viso in una smorfia e d’improvviso eccolo: “Crampo!”, strillo.
    Non è la safeword ma è una comunicazione sufficientemente chiara.
    Lui entra nel mio campo visivo, accorre per aiutare; Lei si blocca: “Dove?”, chiede.
    Non ho tempo di vergognarmi né di elaborare una risposta più pudica: “Alla figa!”, esclamo.
    C’è un attimo di sospensione; poi Lei scivola fuori, dandomi sollievo, mentre Lui scoppia a ridere. Rido anch’io, conscia dell’assurdità della cosa. “Era troppo freddo”, spiego, mentre Lui si rotola sul divano dalle risate.
    Dopo qualche minuto il dolore ed il freddo sono passati, ed il dildo di silicone è stato scaldato sotto l’acqua calda. Quando mi torna dentro è tiepido.
    “E’ ancora freddo?”, chiede Lei.
    “E’ ancora grosso”, rispondo io.
    Li sento ridacchiare.
    Lei spinge. E’ davvero grosso, ma poco alla volta mi lascio andare, mi lascio aprire. Inizio ad ansimare e a gemere. Lui viene a stendersi sul pouf del divano davanti a me; intravvedo il suo sorriso sardonico. Cerco di nascondere il viso nei cuscini, mentre sento crescere il piacere che provo.
    “Guardami”, ordina.
    Alzo il viso piano; il mio sguardo inciampa nell’evidente rigonfiamento nei suoi pantaloni, ma lo so di non avere il permesso di guardarlo, quindi proseguo ad alzare gli occhi fino al suo volto.
    Sogghigna.

    Lo strap-on è duro e insensibile; lo sento, lo so. Mi scopa senza riguardo, non avverte dolore o fastidio.
    La mia Lady ne è cosciente e si muove con cautela, all’inizio. Lo fa entrare poco alla volta, spinge piano; ne entra un po’, poi un altro po’. Si muove con delicatezza, con quel grosso coso nero.
    Io mi sento aprire. La differenza con uno vero è evidente, ha una durezza che la carne non conosce; è una specie di indifferenza. Lo strap-on non ha mai finito, non è mai placato; non si può sperare nella pietà offerta da un suo orgasmo. Resta sempre duro.
    Penetra sempre più a fondo; la sua cattiveria si unisce all’attenzione della mia Lady nel mettermelo e al divertimento del mio Padrone che guarda. Sfonda le mie barriere anche mentali; rilasso infine i muscoli e mi lascio penetrare. Mi puntello come posso nei cedevoli cuscini del divano per oscillare in risposta, per andare incontro, per farmi aprire di più. Ora è caldo e scivola, lubrificato dai miei umori.

    Non ce la faccio più: godo.
    Mi sento paonazza in viso, bruciante di vergogna a dover guardare il mio Padrone, a mostrarmi a Lui così cagna e così in calore, ma non riesco più a imperdirmelo: ho abbandonato infine quel controllo cui tengo tanto, sono sciolta nella Sua volontà.
    Non riesco più a fermarmi, non voglio: ora è Lui il mio unico limite.
    Ottenuto il permesso, godo.

  • Lady

    Stesa sul tavolo, aperta, tengo le palpebre chiuse, tentando di non guardare in viso il Padrone (non mi è permesso) e di non abbagliarmi coi faretti sul soffitto. Giro la testa, mi contorco, i muscoli che si contraggono in spasmi di dolore al susseguirsi dei colpi, della cera, di tutto.
    Apro gli occhi cercando un appiglio, un sollievo, un aiuto. E vedo Lei.
    Sorride trasognata, guarda Lui, osserva quello che mi fa e come io reagisco. Allunga le mani per graffiare, colpire, toccare anche Lei. Bisbiglia per attirare la Sua attenzione; mentre Lui infierisce col cane, Lei gli fa cenno e mi accarezza l’esterno coscia, immagino suggerendo il prossimo bersaglio, e rabbrividisco.
    E’ sempre così sorridente, allegra, giocosa; mi manda faccine sul cellulare, immagini bdsm, foto dei piatti deliziosi che cucina. Ride e scherza con me tanto che spesso dimentico che è la mia Lady, la moglie del Padrone, che Le devo un profondo rispetto e che ci deve essere un certo distacco, anche se non tanto quanto con Lui.
    Vederla ora così compresa di quanto sta accadendo, con quel sorriso dolce e sadico sul viso, affascinata dalle possibilità di infliggermi dolore, dal mio contorcermi, divertita… mi fa scendere il cuore nello stomaco. Mi ricorda chi è, chi sono io, quali sono i nostri ruoli l’una verso l’altra.
    Mi brillano gli occhi al brillare dei Suoi; mi si mozza il fiato in gola al Suo dimostrarmi quanto può essere sadica – tanto che confondo la Sua mano con quella del Padrone.
    Sorrido a vederla sorridere mentre mi guarda, per un brevissimo attimo sospeso, tra un colpo e l’altro; torno a strillare e saltare e, mentre richiudo gli occhi, mi rimane l’immagine del Suo viso che si illumina e del Suo sorriso che si fa più grande.

  • Arrotare

    La “r” di “rosso” che tremola tra la lingua e i denti; produce bollicine sul palato ma non esce.

    Ho goduto?
    Non lo so. Troppe sensazioni, piacere, dolore. Il vibratore sulla figa, i colpi sul culo.
    Forse ho goduto: i colpi successivi fanno estremamente male, sono più sensibile.
    Forse no: la tensione non si allevia anche se il clitoride ormai mi duole e basta; anche il piacere è diventato una tortura.
    So solo che strillo e salto.
    E quando il cane cala per l’ennesima volta, sulla coscia stavolta, urlo un urlo di gola, di dolore che morde atroce e crudele e in quel momento lo sento: sento il Suo piacere sadico nell’infliggermi quel dolore che è solo terribile dolore – e non dico la safeword. Aspetto il colpo gemello sull’altra coscia (che non tarda ad arrivare) e mi contorco.
    Una parte di me si dispera: perché mi odia? perché mi fa questo? Ma un’altra parte sa: questo è quello che ho scelto, questo è quello che voglio. Mettermi al servizio del Suo piacere, abbandonare il mio solo desiderio egoista e lasciare che Lui si diverta. Il mio piacere non sia più solo il rumore bianco di un orgasmo devastante che annebbia il cervello, ma sia il faticoso assaporare di riflesso ciò che Lo rende felice.

    Aspetto ancora qualche attimo, la safeword arrotolata sulla punta della lingua, abbarbicata e pronta; comunque non posso, non potrei proseguire, non ce la posso fare più. Ma Lui posa gli strumenti.
    Mi accarezza, mi passa le mani calde sulle cosce martoriate. Ha finito, capisco che ha finito. Mi rassicura, mi blandisce senza dire una parola; solo le sue mani addosso, a contatto, delicate ora.
    Non mi sta davvero accarezzando; non sono propriamente coccole. Mi passa le mani sui segni e so che apprezza i solchi in rilievo lasciati dal cane. Il suo gesto è deciso, forte senza essere duro. E’ sempre la mano del Padrone, solo di diversa qualità.
    Mi morde, sento il sentore umido della Sua bocca, i denti che mi stringono la carne. Penso: mi divori, Padrone; non lasci nulla di me.
    In quel momento smetto di singhiozzare ed il respiro mi si fa più calmo, lento e profondo. Lentamente, ritorno.
    Mi fa alzare e mi accompagna a stendermi alla mia cuccia; barcollo e crollo distesa. Mi accarezza la testa e mi stende addosso una coperta di pile azzurro; ne assaporo il tepore.

    Senza quasi accorgermene, scivolo in un confuso dormiveglia fatto di immagini della sessione appena conclusa, delle voci dei Padroni che chiacchierano, del bruciore dei segni sulla carne che struscia sulla stoffa.
    Mi lascio avvolgere in quell’oblio, e riapro gli occhi solo per guardarLo.

  • Il Padrone e la Lady

    A dicembre sarà un anno che appartengo al Padrone. E come a lui, a sua moglie, la mia Lady.

    Su facebook a volte sorrido, vedendo pagine di sub americane che scrivono post con cuoricini e catene scrivendo “Due mesi insieme, Master!”. Due mesi?!… Certo, quando un rapporto è intenso anche un giorno dura una vita.
    E questo? Anche questo mi sembra duri da una vita, o due.
    Ripensando agli inizi, alcune cose erano diversissime, ed ora mi sembrano naturali. I miei limiti altissimi che piano piano si sono abbassati, all’alzarsi della fiducia nei Loro confronti. La diffidenza della mia Lady, che mi ha raccontato di aver pensato “Che vuole questa?!” quando la prima volta ho mandato un sms di buongiorno al Padrone; ed ora ogni giorno lo mando anche a Lei.
    Il Padrone rimane un mistero, per me. Chissà cosa pensa.
    Quando sono in sessione, con Lui, volo. Il resto del tempo, in Sua presenza o meno, sono su un ottovolante. Momenti intensissimi di consapevolezza, di desiderio; poi, ogni tanto mi sale la bile; lo sconforto. Vorrei fortissimo che Lui dicesse, facesse, che mi chiamasse, che… che… non lo so. Mi sembra di non ottenere quello che vorrei. Ma cosa vorrei, non saprei dirlo.
    Pensandoci, capisco: faccio resistenza.
    Resisto alla Sua educazione. Vorrei essere educata in un certo modo, per ottenere certi risultati, che però ho deciso io. Questo è il mio problema, ciò che mi fa dibattere nella sensazione che qualcosa strida. Perché invece di cedere, di lasciarmi andare, di accogliere il Suo desiderio, la Sua guida, di diventare ciò in cui Lui mi vuole plasmare, mi focalizzo su cose che ho letto, fantasticato, vissuto in precedenza. Mi convinco che Lui dovrebbe fare questo e questo, così e così; come se ci fosse un modo giusto e Lui vi si discostasse; e quello che non arriva, o arriva diverso, lo ritengo sbagliato. Così mi incazzo. Da sola, s’intende; faccio i capriccini (chissà se si percepisce via whatsapp). Pesto i piedi, trattengo il respiro, penso “ecco, se anche adesso lui fa quello che voglio io, io non lo voglio più, ecco, così impara!”. Credo di potergli bucare il pallone.
    Invece no. Mi frega sempre. E meno male.
    Perché poi si muove, verso di me o accanto a me, al Suo ritmo, secondo la Sua decisione. Ed io d’improvviso dimentico tutte le mie idiosincrasie, le mie stronzate, i miei capricci e mi rendo conto che non desidero che seguirlo.
    Ieri ho capito: cazzo, sono top from the bottom. Cerco di fargli fare quello che voglio. Io! Io che ho sempre pensato di essere docilissima, sottomessissima! Eppure.
    Solo che, comunque, non funziona.
    Finisco una sessione col dispiacere di non essere rimasta in subspace se non per bervi periodi e lo sento dire a Lei: “Certo, perché io la riportavo di qua”.
    Allora capisco che non fa nulla a caso.
    Quando sono in sessione divento una stronza egocentrica egoista accentratrice e voglio voglio voglio; m’incazzo che la stimolazione varii o non arrivi come avrei voluto io: per godere, per andare in subspace; e nella mia miopia dò la colpa a lui. In effetti è corretto, ma per il motivo sbagliato: penso che magari non sia capace, invece lo è troppo. Lo fa apposta.
    Quando poi cedo a sentire e basta, finalmente, divento molle, smetto di avere paura e il maledetto, amato controllo mi abbandona, o meglio lo lascio andare. Allora non desidero più il subspace, o quel colpo proprio là proprio così; accetto ciò che arriva perché arriva da Lui. Non distinguo più le percezioni: credo sia Lui a stringermi un capezzolo ed invece è Lei, con pari sadismo, di cui non la credevo capace.
    Allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, mi dibatto in una voglia feroce e vischiosa che Lui mi dica quello che voglio sentirmi dire, quando voglio e come voglio e soffro, soffro che non accada. Invece, quando infine riesco a non restare tesa in un’attesa spasmodica, quando davvero attendo indicazioni, ricettiva, allora sono in pace. Non desidero cibo per riempire quello che mi sembra un vuoto, perché quel vuoto è già pieno dell’attesa di un ordine. E tutto ciò che arriva è un raggio di grazia.
    Così come per Lei, la mia Lady, con cui chiacchiero tanto apertamente, con tanta leggerezza, ed è una boccata d’aria fresca rispetto al rigore che avverto col Padrone. Finché non mi colpisce, con una parola od un’immagine, quando meno me l’aspetto: e rimango fremente, nell’angolo in cui mi viene ricordato che devo stare.
    In quei momenti, capisco che è esattamente così che desidero che sia: senza che lo desideri io, senza che mi sforzi per imporlo; che mi venga dato, imposto, inflitto, donato.

    Li sottovaluto.
    Contro la mia stessa volontà, mi accorgo di sottovalutarli. L’uno o l’altra soli od insieme. Me ne accorgo ogni volta che mi lasciano a bocca aperta, spesso boccheggiante, la pelle increspata, il sesso contratto. E non posso che ringraziare per la lezione costante che mi impartiscono.