subservientspace

for this is what I feel

Tag: masochismo

  • Bianconiglio

    Socchiudo appena gli occhi e trovo il Suo viso accanto al mio. Si è chinato per guardarmi in faccia. Sogghigna.
    “Ci sei?”, chiede.
    “Mmmsiiii Padrone…”, mugugno io.
    Ride. “Sei nella tana del bianconiglio, eh?”
    Sorrido. L’immagine è perfetta. “M-mm”, concordo. E’ proprio così, sono scivolata giù e cado, cado. Incoerente, penso: certo che questa tana è piena di cose, radici, e prendo un sacco di pacche cadendo. Ridacchio tra me.
    Lui si alza e si allontana; giro la testa per seguirLo con lo sguardo e Lo vedo avvicinarsi alla valigia coi giochi. Richiudo gli occhi.
    E poi sento il sibilare del cane mentre lo prova nell’aria.
    Spalanco gli occhi di colpo.
    E’ di nuovo dietro di me e sento che mi picchietta il cane, rapido e leggero, sulla coscia destra, poi sulla sinistra, poi sul culo, come a saggiare dove colpire.
    Mi sveglio completamente e mi irrigidisco: ho paura. Ho paura, aiuto, quello fa male, non sono pronta, non mi sento pronta. Eppure non voglio sottrarmi, e quindi mi aggrappo alla cavallina con tutte le mie forze, stringo gli occhi e aspetto ansimante il colpo duro, il colpo forte, il dolore bruciante e persistente.
    Che però non arriva.
    Lo vedo posare il cane e tornare ridendo da me: “Credo che ora tu sia tornata completamente tra noi, non è così?”
    “Sì, Padrone”, esclamo a voce alta, ed è proprio come ha detto. La paura ha spazzato via il dolce dondolio del sub-space, la testa vuota, la non-presenza; mi ha afferrata nella mia caduta e riportata su, fuori dalla tana del bianconiglio.
    Sono di nuovo del tutto lucida e Lo detesto e e Lo stimo per la volontà e capacità che ha di non lasciarmi in pace nel mio spazio mentale privato, nel volermi con Sé sempre, pronta a subire come vuole Lui, non permettendomi di escluderLo o di usarLo come mezzo per il mio intontimento.

  • Meat puppet

    Aggrappata alla cavallina, gli occhi semichiusi. Mi sembra perfino sbagliato tenerli aperti e guardare, spiare cosa fa, cosa potrebbe stare per farmi: come se barassi, rubassi un’informazione. Così li tengo chiusi e mi lascio andare alle sensazioni. Respiro a fondo.
    Il dolore dei colpi mi culla, quasi.
    Ad un certo punto, durante una pausa, mentre Lui cammina altrove (forse a cercare uno strumento? a pensare a cosa farmi? forse sta solo controllando il cellulare, o accendendosi una sigaretta. Ssst, non pensare, non guardare, respira, aspetta), ad un certo punto quasi mi addormento.
    Non so come succede. Le endorfine si mescolano con la stanchezza del poco sonno accumulato, forse, o la sensazione di essere al mio posto, l’abbandono, la luce soffusa: non so, ma chiudo gli occhi e non penso più, e quasi mi addormento. Certo, poi il dolore improvviso mi risveglia di scatto, ed il trauma è quasi piacevole.
    Le palpebre pesanti, un vago sorriso che mi aleggia sulle labbra. Le mani afferrano la cavallina, si stringono, si tendono, allungo le braccia o le chiudo vicino al corpo: movimenti senza controllo, dettati dagli stimoli dolorosi, guidati dai nervi come una marionetta dai fili.
    Mi sento un pupazzo di carne, un Suo giocattolo che può usare per fare del male. Per godere dell’imporre il dolore.
    Quello che fa a me potrebbe starlo facendo alla cavallina stessa, ma Gli serve che il pupazzo soffra e sanguini per potersi divertire davvero. Per questo Gli serve non un oggetto inanimato, ma uno vivo.
    Io sono – e voglio essere – il Suo pupazzo di carne.

  • Graffi

    graffi

    Mentre mi riga la schiena con le unghie, penso: non voglio far finta di dire di no, né arzigogolare richieste ossequiose; voglio dire davvero che ne voglio di più. Voglio ammetterlo, anche a me stessa. Più graffi, più profondi. Contatto con un corpo caldo, non con un freddo strumento; sentire che il calibrare della forza con cui mi viene inflitto dolore è totalmente alla volontà del Padrone. Non c’è errore, mira sbagliata, errata valutazione di traiettoria o carico. Non c’è puntura, impatto, sorpresa. C’è il brivido del solco, il lento avanzare del dolore nella mia carne, il crescendo.
    Sono nelle Sue mani.

    Dico: di più. Per favore. Di più.
    Affonda.
    Divento un fascio di carne e sensazione; esisto solo per essere graffiata, segnata, scavata, dilaniata.

    Per fortuna ha Lui il controllo; perché in questo istante, se fosse solo per me, mi lascerei distruggere. Mi farei fare a brani: mi consegno a occhi chiusi al mio carnefice e spero solo che mi faccia sanguinare – tutto il resto scompare. Ma, per fortuna, il controllo lo ha Lui.

    Mi lascia con la carne rossa e gonfia e la testa leggera, gli occhi socchiusi ed un mezzo sorriso incagliato sulle labbra.

  • Giocare da brat

    “Perché lo scopo del legare è tenere fermo… se tu già stai ferma, il mio lavoro diventa pleonastico!” Ride.
    Rido anch’io. Non so se mi colpisce di più il ragionamento (giustissimo) o il fatto che abbia usato davvero la parola ‘pleonastico’ in una conversazione.
    Ogre, il rigger con cui sto parlando prima dell’inizio della festa, trova più interessante legare davvero per tenere ferma la persona, piuttosto che per uno scopo meramente artistico, di legatura, o di ropespace. Ed è esattamente quello che sto cercando: un’esperienza di gioco nuova: provare a fare resistenza, a dire di no, a lottare, che è una cosa che mi intriga e mi eccita – ma che alla fine non faccio mai, o, se la faccio, è troppo simulata per sembrare vera. Fare la brat, la peste, quella che risponde, che si sottrae. A lui si illuminano gli occhi.
    Sono al Regina Nera, a Venezia, e ho voglia di divertirmi, di giocare, di farlo con un rigger esperto, di cui mi possa fidare. Stasera, sarà Ogre.

    Il tempo scivola via come fosse di burro, in una serata estiva ma fresca (fuori: dentro fa caldo). Si fanno le tre del mattino, mentre i rigger si alternano alla struttura. Infine, lui mi fa un cenno e io vado a prepararmi lì accanto: mi tolgo le scarpe, i bracciali, tutto ciò che può intrigare. Concordiamo una safeword e una comunicazione utile al check-in, al controllo che tutto stia andando bene al di là della simulata mancanza di consenso.
    Mi siedo a terra davanti a lui, ridacchiando come faccio sempre quando non so cosa fare, piena di aspettativa ma senza sapere cosa aspettarmi.
    Inizia all’improvviso, prima che me lo aspetti, senza un segnale. Cosa mi aspettavo, una sigla di apertura? Non so.
    Mi afferra e mi gira, e io subito contraggo la faccia in una smorfia. In un attimo sono calata nel gioco.
    Non devo fingere nulla. Tiro, strattono e sbuffo e lui mi trattiene, mi lega, mi sfotte. Mi tocca. Non faccio finta di lottare: è vero. Lui sembra non fare nessuna fatica. Provo a ricordare cosa ho imparato quando facevo lotta, ma non mi viene in mente nulla, nessuna tecnica, niente.
    Faccio una fatica della madonna. Sono senza fiato dopo cinque minuti, mentre lui, placido, mi prende in giro e mi lega. Sento le corde stringere e tirare e graffiare. Adoro quella sensazione, ma è quasi soffocata dalla fatica della lotta.
    Sento la testa che mi gira; ansimo, più per lo sforzo che per altro. Da una parte vorrei essere più forte, potermi liberare. Dall’altra voglio proprio soccombere, lasciarmi andare e basta.
    Resto ferma un po’ a riprendere fiato. Lui lega. Mi dice, con tono irritante: “Oh, ti sei già arresa?”
    Di colpo scatto in piedi e scappo via.
    Lui mi tiene per il capo della corda, mi fa cadere e mi riporta a terra, da lui.
    L’ho fatto a sorpresa. Volevo davvero scappare? Se ci fossi riuscita, cosa avrei pensato? Ci sarei rimasta male, credo. Volevo vedere se mi riprendeva. C’è riuscito.
    Non riesco più a lottare. Mi lega i seni – una legatura che, quando la vedo in foto, su tumblr, mi angoscia: questi seni a palloncino, viola, mi inquietano. Ma non dico nulla, mi lascio legare: i miei seni diventano ipersensibili. Li schiaffeggia e inizia a giocare con le mollette.
    Mi dice: “Guardami negli occhi”, con un tono basso, caldo, rassicurante. Alzo lo sguardo piena di fiducia. Quando le nostre pupille si incrociano, strappa una molletta. Il dolore è lacerante tanto quanto il tradimento. Il piacere sadico che glie ne deriva è talmente intenso da risultare palpabile, lo riesco a sentire e ne apprezzo l’altra estremità, quella masochista.
    Poi, il dolore delle corde si fa faticoso da sopportare. Mi pare di spegnermi. Non sento più. Balbetto. Ho la testa piena di rumore bianco. Non so più chi sono, cosa voglio, se mi sta piacendo o meno. Mi attacca due mollette e sono dolorosissime; mi dice di nuovo ‘guardami negli occhi’, ed io non riesco ad alzare la testa: ho troppa paura del dolore, adesso.
    Mugugno che è ora di basta, sono al limite. Ma lui l’ha già capito e sta iniziando a liberarmi.
    Mi viene da scusarmi per non aver saputo resistere di più, ma non ha senso. Gioco nuovo, e io sono, per dire così, fuori allenamento. Sia di fiato che di forze che di masochismo.
    Dopo, me ne resto a leccarmi le ferite e a riprendermi accucciata lì vicino, riprendendo a poco a poco contatto con me stessa. Le altre ragazze mi sorridono, mi dicono brava che ho lottato tanto, se era la prima volta. Era la prima volta. Sono stremata. Bevo acqua e ascolto Ogre che mi spiega, che mi racconta, che si rammarica di avermi lasciato un segno, sotto la spalla destra, che non aveva intenzione di lasciare. Controlla che stia bene ed io sorrido: sto bene.
    Nei giorni successivi, mi alzo le maniche della maglietta per guardare i segni e sorrido.

  • Porno

    Apro tumblr e le gif rotolano nel loro brevissimo loop davanti ai miei occhi.
    Scorro via veloce le immagini bdsm, tutte queste ragazze legate, piangenti, colanti; i seni colpiti, pieni di mollette e di cera; i sederi rossi, segnati, sanguinanti. Scorro via. Passo al porno, quello normale (“normale”…), quello dentro-fuori. Sorpasso le foto di sessioni, di umiliazione, di dolore inflitto e goduto.
    Quasi non le voglio vedere. Non ci voglio pensare.
    Cerco di non leggere i post scritti, quelli che parlano di rapporti D/s, sottomesse che cantano le lodi del loro Padrone, Padroni che sorridono condiscendenti alle loro cagne, carezze virtuali dopo i colpi.
    Eppure l’occhio si ferma, inciampa. Mi ritrovo ad osservare quella carne che trema, quello sguardo di terrore così agognato. Mi entrano negli occhi parole di devozione, di soddisfazione.
    Allora quell’esercizio fisico aerobico e coreografico del porno mi annoia. Guardo carne che entra ed esce e sbuffo. Guardo uomini appollaiati in posizioni oltremodo scomode per portare i genitali a favore di telecamera e mi chiedo come possa piacergli. Guardo sederi che rimbalzano e certo che mi eccito: ma fino lì.
    Poi torno a osservare con bramosia i segni lasciati dalle mollette, i solchi del cane, il rossore diffuso delle sculacciate.
    E mi manca. Anche se mi immergo nella quotidianità e non ci penso, se cerco di fare mille cose e non avere nemmeno un minuto libero, e se ce l’ho lo riempio con facebook o col cibo, alla fine dei conti, la sera, da sola davanti al pc, pur recalcitrante lo ammetto a me stessa. Sì, mi manca.
    Mi manca il vortice di sensazioni, il lasciarmi andare, il dimenticare me stessa, il cervello che si svuota, la carne che urla, il cuore che si riempie per un Suo mezzo sorriso. La gioia di averLo reso soddisfatto del gioco. Di essere stata un buon giocattolo. E nell’esserlo, essermi lasciata travolgere senza più controllo.

  • The day after

    Sentire il culo duro, dolorante, indolenzito, presente, è come vivere in una realtà aumentata, amplificata.
    Sento una vibrazione aggiuntiva di fondo che mi accompagna e mi illanguidisce. Mi toglie quella odiosa fame nervosa; mi fa sentire in ordine e a posto col mondo.
    Ogni momento in cui mi siedo, in cui prendo una botta involontaria, in cui i lividi si svegliano e dolgono, ognuno di quei momenti mi fa sorridere in mezzo ad una smorfia di dolore che devo dissimulare. Sorrido tra me del segreto che celo, guardando colleghi ed amici ignari di quale altra persona io sia, di quali cose strane e meravigliose sia partecipe.

  • Divertimento

    “Tu sei un mio divertimento, kat”

    Nell’istante in cui mi dice queste parole, realizzo che è un’affermazione assolutamente vera e, per questo, intrinsecamente rassicurante.
    E’ profondamente vera perché è scritto nei nostri ruoli, è chi siamo l’Uno per l’altra. E in questa verità io appartengo e so chi sono.
    Ma è anche rassicurante perché se non mi considerasse sul serio un Suo divertimento, una Sua cosa da usare, allora non avrebbe a cuore il mio benessere: ignorerebbe la mia safeword e io sarei del tutto ininfluente. Per troppo tempo ho avuto il terrore che potesse essere così: che non contassi davvero nulla per Lui – nonostante tutte le prove del contrario.
    Sì: sono una cosa, ma una cosa Sua. In quanto tale, mi tiene con cura; mi usa con ferocia e mi ripone con attenzione. Per potermi usare ancora.

    Mi abbandono ad essere il Suo divertimento e ritrovo me stessa – quella me stessa sub che sono e che avevo perso di vista. Torno a consegnarmi in modo consapevole e consensuale nelle Sue mani perché faccia di me quello che più Gli aggrada. Perché mi rende felice essere il Suo divertimento.

  • Io/non io

    Mentre mi piego, mentre chiudo gli occhi, mentre la Sua mano mi colpisce, la mia mente è un turbine. Come aprire una finestra per errore durante una tempesta di vento.
    Fa male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Piango di dolore, di paura; faccio così fatica a entrare nel mood, a lasciar scorrere le endorfine: sono rigida, tesa, chiusa. Tutte le cose negative mi rimbombano dentro e non riesco a separarmene, mi sbattono intorno come uccelli impazziti, rinchiusi in uno spazio troppo stretto.
    Ci sono affezionata a tutte queste cose che mi fanno stare male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non devo essere io.
    Quest’ultimo pensiero mi travolge: ecco, lascia andare. Lascia andare e basta, smetti di pensare che “io” sono così o così e non così.
    Mi tira a sé; mi piego sulla Sua gamba e tutti i muscoli mi si rilassano all’unisono: finamente smetto di essere tesa, di avere paura di deluderLo.
    Smetto di essere ipocrita. Di essere falsa, disobbediente: accetto di nuovo di essere Sua, di obbedire, di seguire con coerenza il mio ruolo nei confronti del Suo, così come ho scelto, così come ho deciso.
    Mi sottometto.
    Dopo, quando vado in bagno a risistemarmi i capelli, mi guardo e penso: che buffa persona che c’è nello specchio. Sono io? Non sono io?
    Non devo essere un “io” specifico. Posso essere io. Posso essere tutti gli io che sono.
    Torno ad accoccolarmi ai Suoi piedi, avvolta nel calore della sottomissione.

  • Accettazione

    Quando ancora il dolore del primo colpo di cane sta salendo, arriva il secondo.
    Urlo e mi piego su me stessa, singhiozzando; forse piango, forse sto per piangere. Mastico la ball gag cercando di dire “giallo”. Allento le dita intorno alla pallina, penso di gettarla a terra e fermare, fermare.
    E Lo sento accanto a me.
    Solido, mi abbraccia, mi accarezza, mi placa.
    Il dolore è ancora lancinante; sento il cane picchiettarmi sulle cosce e scrollo la testa per dire no, no, La prego, basta, è troppo.
    Ma la Sua presenza è un viatico di forza. Mi tiene. Raddrizzo le gambe, inspiro, espiro, ansimo, sbavo. Stringo di nuovo le dita intorno al safe signal.
    Penso: va bene. Va bene. Per Lei. Se Lei lo vuole.
    Tremo, ascolto il cane saltellarmi sulle cosce, tra le gambe, ho il respiro pesante, attendo un colpo secco che non arriva.
    Lo so che non è solo bava quella che mi bagna qui sotto; che non è solo saliva colata dalla bocca al mento al petto alla pancia al pube fino a terra. Eppure il dolore è travolgente. Sono insieme terrorizzata e rassicurata.
    In questo corto circuito mentale e fisico mi appoggio a Lui, fisicamente e mentalmente.
    Accetto ciò che vorrà farmi, Padrone.

  • Percezione

    Uno spostamento d’aria, un fruscio.
    Mi arriva, impalpabile, un profumo d’incenso. Hanno acceso un incenso?
    Sento scattare un accendino: cick, cickk. Un espirare, sentore di fumo.
    Faccio girare nella mano sinistra la pallina ruvida che mi è stata data come safe-signal: se devi comunicare qualcosa, gettala a terra.
    Giro la testa a destra, a sinistra. Borbottii, suoni ovattati. Schioccare di fruste. Fruscii che mi passano addosso, ruvidi, morbidi, secchi, carezzevoli. Mani; unghie.

    Bendata, imbavagliata.
    Inspiro a fondo e lascio andare.