subservientspace

for this is what I feel

Tag: rope_space

  • Futomomo

    Sveglia presto, autostrada, tutto il giorno da un cliente a Brescia. Piove, non forte ma costante. Finito il lavoro, mi aspetta un’altra ora di autostrada con un traffico terrificante fino a Milano. La pioggia disintegra una viabilità già congestionata.

    Sono stanca, sono bollita, sto pensando a perché non funziona una query. Eppure quando mi chiami per avvisarmi che hai avuto forse un contatto con una persona positiva (ritorni di avvenimenti che speravamo passati) non penso che sia la scusa perfetta per dire che allora non vengo e andare a casa a riposare: certo che vengo al corso di futomomo da Kirigami, ci vediamo a Milano tra un’ora.

    Il dojo è stupendo, sono colpita. Arriviamo che lui sta già spiegando la prima tecnica, ci cambiamo veloci e in silenzio e ci sistemiamo sui tatami.

    È un corso: le corde sono tecniche, parliamo, sei concentrato, fai e disfi per provare i passaggi, i nodi, per capire; chiami il maestro, riprovi.

    Io resto stesa a terra e sono la persona più rilassata dell’universo.

  • Nuovo livello

    Stringi la corda più forte della legatura precedente, che era infatti morbida e mi aveva lasciata rilassata, tranquilla. Adesso le braccia sono strette al petto e la corda rossa mi comprime, abbracciandomi a me stessa.

    Cambio respirazione, socchiudo gli occhi: ascolto le corde che girano, le tue mani che le fanno scorrere e passare esattamente dove vuoi che passino, dove devono.

    Mi stendi a terra e mi pieghi le gambe, prima una e poi l’altra: i due futomomo sono diversi, ma entrambi stretti e il dolore diventa parte di me e io del dolore. Premi, strizzi, graffi e mordi: la carne compressa e gonfia reagisce più forte. Strillo e il dolore mi porta dall’altra parte, dove il tempo smette di esistere.

    Mi giri sul fianco destro e colleghi la gamba sotto al torace, comprimendomi ancora di più.
    Mi manca il fiato, ansimo: mi sento segare lo stinco dove c’è meno carne tra la corda e l’osso, sono chiusa e costretta e mi attraversa la mente il pensiero che se dovessi stare male ci vorrebbe un sacco per disfare tutto: così tante corde, così interconnesse, così collegate, che mi stringono a me stessa e mi rendono un pupazzo immobilizzato a terra. Emetto brevi singulti insieme ai respiri; sono in uno stato intermedio tra l’abbandono e la coscienza. Ti chini su di me e riesco a mormorare: fatica! Tu sorridi, dici: e pensa che ora passiamo ad un nuovo livello.

    Ansimo e ho paura di non farcela, e insieme lo desidero. Leghi un’altra corda all’altra gamba, la tiri al bambù e mi sollevi da lì, aprendomi.

    In un istante tutto cambia.

    L’ondata di dolore mi travolge e mi sommerge, spazzando via tutto: pensieri, paure, ansimi, strilli. Respirare non è più un problema. Chiudo gli occhi e boccheggio, sospesa in un oceano buio e calmo. Allenti la corda della sospensione e mugolo, risollevando io stessa la gamba, alzando la testa. Non riesco ad articolare nulla ma intendo: no, non farmi scendere, non tirarmi a riva: lasciami immersa, affondami in questo dolore così dolce, così caldo; lascia che senta tutto, che questo sentire mi accolga e mi culli.

    Tiri ancora la corda in alto e mi tuffo di nuovo, più in profondità. Lampi di dolore mi accompagnano come correnti sommerse.

  • Cordine

    “Facciamo due cordine”, dice con entusiasmo.

    Certo, dico, perché no? Non direi mai di no. Magari è tardi, sono stanca, abbiamo già fatto due ore di impact in due sessioni distinte, il locale tra non molto chiude, ma perché no?

    Mi stringe nel gote ed è quasi rilassante; ma è il futomomo che poi fa la magia. Sento stringere, sento dolore: mi muovo per sentirlo di più, sollecito le corde perché mi si conficchino di più nella carne: per sentire quel dolore che mi rilassa e mi riallinea con l’universo.

    Anche quando sono proprio due cordine brevi, che è tardi, vanno benissimo: mi rimettono insieme. La corda stringe tutte le parti di me che si sono sfaldate durante la settimana, vuoi per il lavoro o per i pensieri, e le fa aderire rendendomi di nuovo una persona intera.

  • Capovolta

    La legatura inizia come sempre, dal TK: mi prendi le braccia e me le porti dietro la schiena, fai scorrere la corda e mi immobilizzi. Hai le mani fredde e mi regali brividini. Mi appendi al bambù, senza sollevarmi, e inizi a stringere ancora più corde intorno al mio corpo. Mi blocchi le cosce, e poi i polpacci e i piedi; mi stringi una corda intorno al ventre.
    Sono totalmente costretta, in un equilibrio estremamente precario.

    Mi bendi gli occhi e mi abbandono del tutto alle tue corde. Mi fai girare su me stessa, appesa. Mi colpisci con le mani e col gatto a nove code, su tutto il corpo.

    Ansimo.

    In un momento preciso, sento il sesso che mi si contrae. Non l’avevo mai sentito così chiaramente. Ho sempre sentito l’eccitazione pervadermi come un calore diffuso e un bagnarmi fluido, continuo. Adesso invece sento la stretta dei muscoli che si contraggono, che desiderano: il sesso che si apre, che chiama. Apro gli occhi dietro la benda, per lo stupore e la sorpresa di quella contrazione improvvisa. E torno a chiuderli per restare immersa nelle sensazioni.

    Reclino la testa all’indietro per accogliere i colpi che mi doni sul seno. Perdo l’equilibrio e resto attaccata al bambù, giro, mi colpisci dovunque, non so dove sei. Mi metti una mano in bocca, la lecco.

    Dopo un tempo che non so definire mi sciogli e come tutte le volte mi dispiace: vorrei restare in quel luogo altro per sempre. Ma mi ritrovo stesa a terra, accompagnata dalle tue mani ora roventi, liberata, senza più la benda.

    Apro gli occhi lentamente e resto di stucco. Giro la testa: non sono dove pensavo di essere. Credevo di essere rivolta in un senso, mi ritrovo stesa nell’altro. Nella tua legatura, nelle sensazioni, ho perso l’orientamento; sono rimasta realmente alla tua mercé.

    Tu sorridi compiaciuto, io sorrido felice.

  • Stuporosa

    Durante la giornata guido, lavoro, rispondo al telefono, faccio ciò che devo fare nella mia vita quotidiana. Ma non scendo. Mai.

    Resto in uno stato d’animo sospeso, etereo, rarefatto. Dico sciocchezze e rido per un nonnulla. Mi astraggo quando un pensiero, una sensazione mi attraversano; sorrido.

    Mi sento come se fossi brilla, ma senza esserlo. Non sono stordita, ma dolcemente imbambolata. Guardo il mondo con occhi pieni di gioia.

    Il corpo ora è libero, ma ricorda le legature in cui mi hai stretta ieri sera. La mente, quella è ancora là: legata, sospesa, ricettiva. Galleggio pigramente nei residui del viaggio in cui mi hai condotta, dentro di me, in una profondità placida e tranquilla, di sereno abbandono alle tue cure.

  • Cacofonia

    La sala è ampia e altissima. Le capriate con le travi di legno sovrastano il pavimento in parquet e tutta la varia, rumorosa umanità che è qui convenuta, stasera, per ritrovarsi insieme a fare corde. Bello rivedere persone, volti conosciuti, e vederne di nuovi; si raggruppano in capannelli e chiacchierano, si ritrovano, ridono. Una socialità (kinky) che ci è mancata per un bel po’ e che è ripresa più intensa che mai.

    Ci ritagliamo uno spazio che occupiamo con la nostra coperta mentre ancora gli organizzatori appendono i bambù alle travi: numerosi punti di sospensione cui tutti o quasi tendono con desiderio.

    Quello più vicino a noi, anche se sembrava già occupato, è improvvisamente libero e decidi di approfittarne. Lentamente, inizi ad avvolgermi nelle corde, fai salire la linea di sospensione, mi privi dell’equilibrio.

    C’è tantissimo rumore. La sala altissima ha un’acustica terribile, tutto rimbomba: le voci, le risate, anche la musica che pure è stupenda.
    Il TK stringe, mi richiude le braccia intorno al corpo; mi leghi le gambe insieme e mi spingi, resto appesa, le corde mi mordono la carne.

    Chiudo gli occhi ed ecco: tutti i rumori, il casino, le urla, la musica, la caciara: tutto scompare e va in fondo al mio range percettivo mentre sono nelle tue corde. A tratti risale e mi stupisco che ci siano ancora dei suoni fuori da me, da noi, da questo spazio legato. Fischietti il motivo di Lullaby dei Cure e mi accorgo della musica, che ci accompagna.

    Mi lascio appendere e trasportare dal dolore e dalla costrizione, come sempre, sospinta dal tuo sguardo.

  • Respiro mozzato

    Sono molto rilassata, anzi, già mezza addormentata. Il divano è incredibilmente accogliente e sento che mi sta inglobando, quando tu decidi: facciamo corde. Io sono contenta e obbedisco, ma temo di essere troppo stanca.

    Mi fai una legatura fuori standard: invece di iniziare immobilizzandomi le braccia, inizi dalla pancia. Uno, due giri di corda e stringi; mi avvolgi il torace, poi le cosce, singolarmente. Sembra una tutina di corda. È molto bella, ma sono perplessa perché sono ancora perfettamente libera di muovermi, non mi hai bloccato né le braccia né le gambe. E’ strano. Eppure, le corde stringono e non mi sento “perfettamente libera di muovermi”, anzi. Tengo gli occhi chiusi, la stanchezza mi ottenebra; cerco di ascoltare le corde.

    Le afferri e mi tiri giù, stesa. Afferri il nodo centrale sulla mia pancia e stringi. Mi si mozza il respiro. Di colpo la costrizione diventa evidente, potente. Ansimo e mugolo, piano: sono in un posto tutto mio ma diverso dal solito. Non sono scesa per la solita via, addirittura non mi sembrava di stare scendendo, da come ero stanca, mi pareva che le corde non stessero facendo effetto. Invece.
    Ho le braccia semi contratte, sono tesa, sento il tuo corpo accanto al mio, la tua presenza sopra di me. Stringi le corde e mi sposti, mi controlli da questa gabbia che mi hai stretto addosso. Boccheggio.

    D’improvviso riesco a prendere fiato. Trovo il mio respiro nelle corde. Inspiro a fondo ed espirando mi abbandono. Le braccia scendono, ora rilassate, a stendersi sul pavimento. Sto benissimo in questa stretta dolorosa e scomoda.

    Mugolo come sempre di dispiacere quando sento che inizi a sciogliermi. Non vorrei mai venire liberata da questa libertà costretta che mi doni.

  • Immemore

    E’ incredibile a volte come mi dimentichi di quanto mi piaccia il dolore donato, di quanto ne abbia bisogno, di quanto velocemente mi ci immerga.

    Siamo sul divano a chiacchierare per un po’, poi mi fai spogliare per fare corde ed eccomi lì in piedi, nuda, sorridente, che aspetto che tu mi faccia qualcosa. Non sono particolarmente eccitata, né emozionata: sono contenta ma in attesa, ricettiva ma placida. Mi prendi per i capelli e di colpo mi attivo. Mi spingi a terra e mi colpisci sul culo con la matassa di corda, ed ecco che d’improvviso tutto mi torna. Mi arrivano l’impatto, la posizione, la mia nudità, la tua forza, il desiderio di ricevere di più, mi arriva tutto. Mi getto con tutta me stessa in queste sensazioni, stupendomi ancora una volta di quanto siano forti e belle ed intense e di quanto mi siano mancate, anche se magari non è passato poi così tanto tempo. Ma la quotidianità – con il lavoro, la spesa, le lavatrici e tutte quelle cose ripetute e continue – ogni volta mi resetta la memoria.

    Stringi la corda intorno al mio corpo, mi richiudi su me stessa e mi colpisci, mi stritoli i capezzoli, mi tiri i capelli, mi passi una mano sulla faccia e io la lecco. Tengo gli occhi chiusi e mugolo, assaporo ogni singolo colpo, ogni singolo tratto di corda; mi pare di strillare poco, temo di darti poco feedback, magari non ti dà soddisfazione come reagisco. Ma mi sta piacendo troppo e non riesco a non immergermi sempre di più, anche se mi sembra di essere egoista, di godermela solo io; tu continui a farmi cose e mi lasci a terra a gemere di dolore e scomodità e costrizione, lo sento che mi guardi ed anche il tuo sguardo è una cosa che mi fai, è denso e penetrante come tutto il resto.

    Quando mi sciogli mi lamento perché non voglio che finisca. A prescindere da quanto possa durare o essere intenso, vorrei che durasse ancora di più o per sempre, restare immemore di tutto il resto e rimanere immersa in questo sentire.

  • Scusate il ritardo

    Ero un po’ legata.

  • Trickster

    Un piccolo Loki non binario, una persona che conosco per altre vie, in altri luoghi, con altre premesse; i personaggi strambi sono tuoi, sembri disegnatə per questo come Delirio degli Eterni. L’ammirazione per il livello del tuo gioco. Il privilegio di esserti confidente. Un abbraccio che dura tutto il tempo necessario e no, non ti lascerò andare. La segreta felicità di poter condividere il mio vero essere e non sentirmi mai giudicata, mai, nemmeno un poco, nemmeno per sbaglio, anzi: sentirmi accolta come un dono. Emozione.

    E poi ti vedo chiudere gli occhi nelle corde e abbandonarti con determinazione (il tuo estremo controllo ti permette di decidere di lasciare il controllo e io sono senza parole e con gli occhi che brillano, a bocca aperta).
    Mi commuovo di gioia e tenerezza quando, dopo, vieni ad accoccolarti da me.

    Osservo il tuo viso, le sopracciglia che si increspano e si distendono, le labbra che si aprono, tu che ti sciogli i capelli che ti eri acconciatə con tanta cura e attenzione.

    Spalanchi gli occhi e mi chiami e io corro da te: ci sono, lo giuro, sono qui con te, per te. Ammirata ed emozionata e commossa per l’immenso privilegio di esserci. Per la fiducia che mi hai dato.