subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Abbastanza

    Non mi sento mai abbastanza.
    Vedo foto e video di slaves che fanno (cui vengono fatte) cose che so che non mi piacciono, che non posso fare per limiti personali o proprio per limiti fisici (dannato mal di schiena), o ne sento parlare, o le vedo dal vivo… e quello che sento è una fitta al cuore, all’orgoglio.
    E lo stesso nella mia vita quotidiana: lavoro, faccio, brigo, ma non riesco mai a fare tutto quello che penso che dovrei fare, o non bene come dovrebbe essere fatto.
    Tutto mi sembra un rimprovero.
    Non sono abbastanza.

    Certo: c’è un Padrone che si aspetta da me il mio meglio; ma non il mio impossibile.
    Sono io la peggiore giudice di me stessa, la più crudele. Leggo in ogni cosa un indizio della mia inadeguatezza, della mia inettitudine. Mi inabisso sul fondo della mia autostima e scavo.

    Così ci provo, ci provo fortissimo; mi viene da piangere per la fatica, ma non mollo, non voglio mollare. Cerco di fare di più, cercando di ignorare la voce che mi dice che comunque non basta e non sono mai abbastanza; cercando di ascoltare solo la voce del Padrone, e quella parte di me che invece sa che mi impegno e mi riconosce per questo; quella che apprezza che abbia costruito il pozzo senza chiedermi di portarle la luna che vi si specchia.

  • Licantropia

    Mi raccoglie i capelli.
    Lentamente, con ampie carezze che mi sfiorano i lati del capo, solleva le ciocche ad una ad una, tenendole con l’altra mano. E’ un tocco leggero, tenero, ma anche deciso: si sente che è preludio a qualcos’altro.
    Per me è la lenta salita lungo la cremagliera. Un placido prepararsi a un tuffo al cuore, che inizia già a battere più forte, nella tensione dell’attesa. Mi dispongo a sentire.
    Quando ha finito, tira.
    La vettura scavalca il fermo, l’ultimo gancio della cremagliera si stacca e l’ottovolante parte in picchiata.
    Mentre mi tira la testa all’indietro con la mano salda sulla chioma, mi batte il culo con ferocia. Con ferocia ferina rispondo: con mia stessa sorpresa mi trasformo. Non sono più la piccola bimba di prima; divengo lupo. Ruggisco, ringhio e mostro i denti; scuoto la testa, non per liberarmi ma per sentire la sua stretta farsi più forte. Agogno la doma.

    Lasciare andare la belva che è in me con la serenità di sapere che sarà domata, che non farà danno: il Padrone la tiene, mi tiene, mi batte, mi tiene sotto. Al sicuro.
    Bacio la mano che mi incatena.

  • Immergersi

    E’ il terzo colpo, o il quarto. A volte, il secondo. Ma tutto inizia col primo, com’è ovvio.
    Dopo un paio di colpi, la qualità della sensazione cambia, si trasforma e sale in me come un’ondata di piena. Rimane sempre dolorosa, è chiaro; ma quel dolore mi parla in modo differente. Perché non è un dolore cattivo, indifferente; un dolore che arriva a caso, d’improvviso, come sbattendo il piede in uno spigolo, non è un dolore immotivato né antipatico. E’ un dolore forte, focalizzato, mosso da una Volontà precisa. La Sua Volontà. Un dolore donato, inflitto con crudeltà metodica che diviene dedizione.
    Sale e scende dentro il mio corpo, cullandomi l’anima. E ne sono grata.

  • Le ali della libertà

    Ogni tanto mi prende quel momento. Non è bello quando succede. E’ come se mi accartocciassi; mi rannicchio su me stessa e tutto diventa grigio, appannato, triste. Niente merita un mio sorriso.
    In quel momento penso:

    Non la voglio questa merda di libertà.
    Non lo voglio il fottuto controllo della mia vita.
    Non voglio, non voglio!!
    Voglio obbedire, voglio che mi sia detto cosa fare, voglio stare in un angolo e basta.
    Non ce la faccio ad andare in giro a testa alta, a scegliere, a gestire; non voglio farcela; non voglio dovercela fare.
    Voglio solo starmene da sola a commiserarmi e piagnucolare e non dover lottare.

    Invece no. Invece non deve andare così. Quello che voglio è non cedere più a questa gravità che mi tira verso il basso. Sto combattendo strenuamente con me stessa per levarmi di dosso questa vischiosità, questo atteggiamento che mi appiccica e mi immobilizza, e mi fa stare curva.
    E’ faticoso, così faticoso che vorrei non farlo – e ancora qualche volta cerco rifugio nel cibo. Finché ho la bocca piena mi si spegne il cervello. Un tempo funzionava; adesso, non più.

    Perché c’è una voce dentro di me che urla, che grida e si dibatte. C’è una me stessa che non si arrende, che va avanti, che mi spinge e dice BASTA FARTI MALE! IN PIEDI! FORZA!

    Questa me stessa indomita è la stessa che ha il coraggio di essere se stessa, quella che si sottomette a un Padrone e che dalle Sue parole, dal servizio, dall’obbedienza prende forza e cresce. Perché per obbedire ci vuole fegato, non mi inganno credendo che sia più facile.

  • Chi si accontenta…

    …sbaglia.

    Una cosa è essere felici di ciò che si ha; trovare piacere nelle piccole cose, non stare sempre a inseguire la luna, a desiderare qualcos’altro, perché si perde il senso della realtà. E’ bello e importante sapere apprezzare ciò che si ha, invece che magari scoprire quant’era bello solo quando lo si perde.
    Una cosa diversa è però accontentarsi. Ovvero farsi andare bene qualcosa che però non si apprezza davvero, solo perché non c’è niente di meglio disponibile. E’ un modo di fare falso nei confronti di sé stessi; ci si inganna che tutto vada bene mentre si cova una sotterranea insoddisfazione – ed è solo questione di tempo prima che esploda.
    Questo è quello che penso. O che pensavo di pensare…

    Lui mi guarda e mi dice: “Com’è che ultimamente dici spesso ‘sta frase, ‘chi si accontenta gode’? Cos’è, è diventata la tua nuova filosofia? Ma da quando? Perché lo trovo un po’ triste, ad essere sincero”.
    Io allibisco. Da quand’è che la direi spesso? Sul serio? Ma quando l’ho detta? Ok, l’ho detta or ora ma per fare una battuta, si parlava di cibo, mica di massimi sistemi…
    Concludo la conversazione in modo frivolo, per non appesantire la giornata. Ma, dentro, mi pongo delle domande. Che succede? Davvero mi sto accontentando? E di cosa? Ho un atteggiamento triste? Non lotto più per ottenere ciò che desidero? L’ho mai fatto, mi chiedo ora? Sto optando per la tranquillità? L’ho sempre fatto?
    Sono così diversa da come pensavo di essere?

    Forse temo che a combattere per ottenere qualcosa di diverso (di più? di meglio?) risulterei odiosa, antipatica, arrivista e stronza. E dispiacere il prossimo è la cosa di cui ho più paura.

  • Mentre sono in punizione

    Certo farò gli occhi dolci
    e i sorrisini;
    certo batterò i piedi
    e farò il muso
    e piagnucolerò.
    Certo farò tutto quanto in mio potere
    per farti fare quello che voglio io
    perché tu sia prono ai miei capricci
    perché tu ceda alle mie lusinghe.
    Cercherò di impietosirti
    e convincerti che davvero davvero non lo farò più
    che ho capito la lezione
    e che quindi, insomma, non possiamo interrompere questo strazio?

    Perché so che sei di buon cuore
    e per forza ti dispiace vedermi tanto mortificata.

    E invece
    so che sai che ti sto mettendo alla prova;
    che per quanto possa fare il broncio
    e avere l’aria bastonata
    perché avrei preferito giocare/andare/fare
    (e anche tu l’avresti preferito)
    in realtà
    quello che voglio davvero
    quello di cui HO BISOGNO
    è che tu sia duro con me
    che non ceda il pilastro cui mi appoggio (che sei tu)
    che mi educhi
    che mi domini.

    Avrò i lacrimoni
    e sembrerò un cucciolo abbandonato nella pioggia;
    ma la mia pace
    l’ho al guinzaglio e alla catena
    e non nella falsa idea di poterti manipolare.

  • Danzare

    Stanotte ho sognato di partecipare a un provino di danza.
    Andavo senza avere preparato una coreografia, senza essermi allenata, senza sapere cosa avrei danzato. Avevo delle vaghe idee ma nulla di preciso. Sapevo che avrei danzato in una stanza vuota, ma ripresa da delle telecamere e tutti avrebbero potuto vedermi. Inoltre, era già il secondo provino, c’era già stata una prima selezione cui non avevo partecipato; quindi sapevo che in realtà non avrei certo potuto passare, venivo solo… non so, a provarci.
    Davo il cd con la musica e mi mettevano su un pezzo diverso rispetto a quello che volevo, e pensavo: ho dimenticato di dirgli che volevo il brano n°3, questo è il n°1. Esitavo se gridare che era sbagliato e di mettermi su quello giusto, ma poi pensavo: ormai. Non volevo fare figuracce: avevo sbagliato, avrei dovuto pensarci prima.
    Così ballavo su quel brano, senza conoscerlo, così, a sentimento. Improvvisavo una coreografia con un libro, fingevo di leggerlo e poi danzavo.
    Alla fine, dove credevo il brano finisse, mi fermavo in una posizione… ma il brano non finiva, andava avanti ad libitum. A un certo punto mi tiravo su, per dire “ok ho finito”, tanto non mi veniva altro.
    Uscivo con una sensazione di incompiuto, di incompletezza. Avrei dovuto prepararmi una coreografia, dire il brano giusto… come avevo potuto presentarmi così impreparata, così a caso? Però avevo anche una bella sensazione; avevo danzato, comunque ci avevo provato.
    Uscendo, incontravo la regista; le dicevo che mi dispiaceva non aver fatto un granché, e lei mi rispondeva “va benissimo, ci hai provato, l’importante è aver colto questa opportunità”.
    Poi scoprivo che grazie alla telecamera mi aveva vista Leonardo di Caprio (giuro! sogni!!) che era tipo uno dei giudici. Mi vergognavo per la mia performance imprecisa e speravo di non incrociarlo… ma entrando nel bagno delle donne lui era lì, seduto in una specie di sala d’attesa insieme a molte ragazze (le altre che avevano fatto il provino). Era invecchiato e ingrigito, indossava pantaloni a sigaretta attillati e si alzava per stringermi la mano. Poi mi diceva che aveva visto la mia danza nel video (io abbozzavo e sorridevo imbarazzata) e mi faceva dei complimenti per alcune idee e intuizioni che avevo avuto per la coreografia, sebbene mi facesse capire che non era il massimo perché era fatta troppo a caso. Io mi stupivo dei complimenti e ringraziavo, andando via con una sensazione di soddisfazione.

    Strano sogno.
    Forse il mio inconscio mi sta dicendo: vai e provaci, divertiti. Certo puoi fare meglio se ti impegni, ma già il fatto che ci provi va bene e ti può dare soddisfazione. Figurati cosa potresti ottenere in termini di gioia e autostima se ti impegnassi! Ma va bene, va bene. Vai e sii felice. Danza.

    Credo che danzerò.

  • Ambizione. Competizione. Frustrazione.

    Ambisco ad essere la migliore in assoluto. In tutto, anche nell’essere slave – cosa impossibile, poiché ogni persona è peculiare e a sé stante; si può eccellere in qualcosa, non in qualsiasi cosa. E nell’essere slave, non vi sono parametri di giudizio assoluti; non è una gara né una disciplina sportiva: non si fa per sport, in ogni senso. Inoltre ogni persona, ogni sub, ogni slave, ha propri limiti e propri fetish; compararli è impossibile.

    Per questo, però, mi ritrovo a sentirmi in competizione con chiunque – anche senza che gli altri ne abbiano la minima idea. Soprattutto quando competo (nella mia testa) per qualcosa che non è una gara.

    L’assoluta vacuità di questo mio competere mi porta a un feroce senso di frustrazione, perché è impossibile che riesca nel mio intento. Finisco per non sentirmi mai abbastanza brava; per forza, visto che l’obiettivo che mi pongo è di per sé irraggiungibile.
    Finisce così che o rinuncio in partenza a fare qualcosa perché so che non potrò mai essere La Migliore, o che tento di essere qualcosa che non sono, cercando di “elevarmi” (virgolette d’obbligo) al di sopra di me stessa e dei miei limiti, cercando di fare quello che fanno altri anche se non mi piace.

    Un sacco di energie sprecate invece di vivermi ciò che sono, ciò che amo, ciò che sento e ciò che mi fa stare bene, in nome di uno standard di perfezione che mi sono inventata da sola e cui nessuno (a parte me) pretende mi adegui.

  • Strafare (Buon anno)

    Sai quando pensi di fare una cosa diversa rispetto a quello che ti ha detto il tuo Padrone, perché pensi di fare meglio?
    Ecco.
    Sbagli.
    Per fortuna, da questo, se non sei del tutto testa di cazzo, poi impari.

    In ogni caso, una magnifica festa. Buon anno!

    Capodanno

  • Sesso ruvido bis: una soluzione

    Forse ci sono (di certo non mi manca la voglia di capirmi: sto sempre ad arrovellarmi per scoprire le cause profonde delle mie idiosincrasie).
    Ecco: mi fa specie vedere le espressioni di dolore in certe immagini porno perché per me stessa la penetrazione è dolorosa. Lo è da un po’ di tempo, non lo è sempre stata (e non lo è tutte le volte). Mi addolora molto ammetterlo perché mi fa sentire sbagliata, non abbastanza femmina, non so. Ma lo stesso lo dichiaro qui perché ciò che mi addolora lo fa solo finché me lo tengo per me e me lo rimesto; una volta tirato fuori, il male fa meno male.
    Comunque, si chiama dispareunia (grazie, internet: sai sempre tutto).
    La cosa più probabile è che mi succeda perché non mi rilasso, muscoli pelvici rigidi. Ma perché non mi rilasso? Cosa è cambiato nel tempo?
    Ne ho ancora da arrovellarmi.

    Nel frattempo, mi viene in aiuto il masochismo.
    Nonostante mi faccia male, se mi abbandono alla sensazione infine il dolore si muta in piacere; sia perché mi rilasso e mi apro a ciò che sento, sia perché comunque le stimolazioni dolorose mi portano ad eccitarmi e godere.

    L’unica cosa che devo fare è abbandonarmi e lasciar andare il controllo.
    Ed è la cosa più difficile.

    Post scriptum (edit)
    Mi accorgo di come, assurdamente, talvolta, mi blocchi o mi freni dall’eccitarmi.
    Guardo immagini che trovo eccitanti e sento il mio corpo che reagisce, un brivido, una contrazione in mezzo alle gambe… e cerco di impedirmi di sentirlo, mi accomodo sulla sedia per non bagnarmi, soffoco le sensazioni che mi nascono dentro.
    Ho paura di sentire o penso di non meritarlo? In ogni caso, mi auto-punisco per qualche colpa immaginaria.