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for this is what I feel

Categoria: impressioni

  • Danza

    C’è un momento, nel movimento della danza, che i tuoi piedi sanno cosa fare. Non devi più pensarci; il piede nudo si posa sul parquet, si solleva, vola. La coreografia non è più questione di concentrazione, di testa, per ricordare la sequenza dei passi. Il pavimento diventa elastico e ti fa rimbalzare in aria. La mente si svuota e ti lasci trasportare dal ritmo, dalla musica, o anche solo dal secco scandire il tempo della voce della regista, dal battere sul tamburo di legno.
    La sensazione del piede nudo che si sposta con saggezza sul terreno è ciò che conta, qui. Mette in contatto con la Terra, con la divinità. Danzare è un atto sacro – per questo è nato, in tutte le culture del mondo.
    Il piede si muove. Il corpo lo segue. La fatica è solo un accessorio, un braccialetto; non è che non ci si faccia caso, solo diviene parte stessa della danza. La fatica ti informa di ogni singola parte del tuo corpo che si sta muovendo ora; ti fa sentire la coscia, il calcagno, la pancia, il braccio, il dito. Non ci sono più parti di te che ignori; tutto il tuo essere è permeato dalla fatica e canta, libero di potersi esprimere.

    Così voglio sentirmi ogni giorno: viva, sudata, forte. Felice nella consapevolezza di me che mi dona la fatica di fare qualcosa che amo fare.

  • Fallo e basta 2

    La seggiovia sale. E’ lunghissima, tipo un chilometro e mezzo. Dondola piano, placida, nel silenzio della montagna.
    Sì: l’ho già salita ieri. Abbiamo rifatto la stessa pista, ergo c’è la stessa seggiovia per risalire. Ti ho persino proposto di scendere anche la pista successiva, mai fatta prima, e arrivare a valle, in paese, ma mi hai bocciato l’idea. Pazienza. Ci ho provato, da brava vigliaccona (piuttosto che affrontare una cosa che temo, affronto l’ignoto; strana vigliaccheria).
    Insomma saliamo. Mi prende la paura dei primi dieci metri, poi guardo un po’ il paesaggio, poi subentra la paura della discesa. E’ sempre stata lì, ma all’approssimarsi dell’arrivo si fa più pressante.
    Penso: dai. Ce la posso fare. Su. Niente paura. Non ho paura, davvero. Ok, ho paura, ma posso affrontarla. Basta che mi impegni. So come si fa. Come si dovrebbe fare. Devo sforzarmi. Dai. Tanto ormai ci sono, mica posso restare a bordo.

    Nella cacofonia di tutti questi incoraggiamenti (che non sortiscono effetto), entra una lama di luce. La Sua voce.
    “Non impegnarti per farlo. Fallo e basta.”

    Metto a fuoco le montagne, gli alberi, il cavo d’acciaio che scorre sopra la mia testa. Non più in confusione ma decisa.
    Di nuovo dal profilo dei seggiolini precedenti sorge l’arrivo della seggiovia. Mi calco il caschetto in testa, mi aggiusto i guanti. Sono pronta. Testa vuota, il corpo sa come fare. Testa vuota, basta tenere salda quella frase. Testa vuota, non ci sono io, non ci sono le mie paure, non c’è niente di inutile. C’è la parola del Padrone. Come una lampadina in una stanza buia.
    Sollevo il blocco di sicurezza e mi alzo, mi spingo via. Scivolo, barcollo, prendo velocità, paurapaura, mi fermo cinque metri più avanti, inciampando nella neve: sono mezza caduta lo stesso ma sono a posto.
    Sorrido.

  • Fallo e basta 1

    La seggiovia sale. E’ lunghissima, tipo un chilometro e mezzo. Dondola piano, placida, nel silenzio della montagna. Superata la paura dei primi dieci metri mi godo il paesaggio: le Dolomiti, altissime, coperte di neve, Dominatrici inarrivabili; ai loro piedi, stesi in devozione, i boschi accarezzano le loro pendici.
    Abeti e larici innevati; in basso, tra i tronchi, osservo i percorsi di impronte lasciati da varie bestiole e provo a indovinarne i proprietari: quella una lepre, questo forse un capriolo? Chissà. Comunque vicino agli impianti il massimo che si vede sono le tracce; gli animali se ne stanno rintanati al sicuro, lontani da questi strani umani che scivolano e ruzzolano sulla neve fresca.
    Guardo gli sciatori che passano, più o meno abili, quando il percorso della seggiovia incrocia quello della pista; prima, ero lì giù a scansare i piloni.
    Finalmente, sorge l’arrivo della seggiovia. Sollevo il blocco di sicurezza, mi dispondo a scendere con lo snowboard, scivolando lungo il breve pendio, un piede agganciato alla tavola, l’altro libero.
    Ed ecco che la mia paura mi colpisce allo stomaco come un maglio. Il pendio è ripido, più di quello di altre seggiovie che ho già fatto. Scivolo, mi sento cadere, non sono capace, cadrò, mi farò male! Istintivamente faccio una cosa stupida: mi aggrappo al seggiolino. La macchina, implacabile, ruota e mi trascina prevedibilmente per terra. Strillo e batto la testa; il caschetto fa CLONC sulla neve battuta.
    Un attimo di stordimento; mi alzo a sedere: vedo arrivare il seggiolino successivo. Reazione istantanea, mi stendo di nuovo e quello passa oltre. Mi rialzo velocissima, mi tiro su sulla tavola e scivolo via fuori pericolo.
    L’operatore della seggiovia esce dal suo casottino e mi insulta.
    Passo i successivi cinque minuti a cercare di calmarmi. Mi viene il panico che la botta in testa mi farà morire entro pochissimo, ma mi calmo ringraziando il mio caschetto (probabilmente non morivo nemmeno senza, ma è più facile gestire l’ipocondria); tremo un po’; mi sento anche un po’ umiliata, sia per gli insulti del tizio (ma lo so che è stronzo lui: se vedi che uno cade, ferma la cazzo di seggiovia, sei lì apposta) sia per la caduta. Tu mi guardi e mi dici: “Ci fermiamo? Andiamo in baita? Vado a spaccargli la faccia? Lo butto giù dalla rupe?”
    No: andiamo ancora in pista. Col cazzo che mi faccio abbattere da questo. Andiamo a sciare. Forza!

    Faccio la discesa più bella di questi quattro giorni di neve.

  • Tu

    Finalmente prendo il coraggio di fare un lungo discorso. Colgo l’occasione che siamo soli per un po’, ad esempio in auto andando da un posto ad un altro, abbastanza distante.
    Non è facile per me fare un discorso; ho sempre il terrore di esprimermi nel modo sbagliato, o di dire le cose male, e che tu ti indisponga, o che t’incazzi proprio. Dio se odio poi dover affrontare un litigio, non ne sono capace; finisco per dire solo “sì” e “va bene” anche se non è vero, purché finisca, e poi non faccio che rimestarmi in testa risposte sagaci o taglienti che non avrò mai il coraggio di dire.
    Mi preparo il discorso per giorni finché non mi sento abbastanza serena da riuscire a dire le cose senza astio, senza acredine, nel modo più tranquillo possibile; perché dopotutto so bene che l’acrimonia o il rancore non portano molto lontano: meglio ragionare serenamente, insieme.
    Facciamo il discorso e tutto va nel migliore dei modi. Dico quello che penso, quello che sento. Riesco a spiegarmi e anche tu mi spieghi il tuo punto di vista, i tuoi sentimenti; ti comprendo meglio e, spero, tu comprendi meglio me. Ti espongo le mie difficoltà sull’argomento, il modo in cui cerco di affrontarle, ti chiedo il tuo parere, come affronti tu le cose, ti ascolto.
    Infine abbiamo detto più o meno tutto quanto c’è da dire finora a riguardo; non che il discorso sia concluso, ma per il momento abbiamo fatto il punto, abbiamo nuovi spunti di riflessione (io almeno), sappiamo quali carte sono in tavola eccetera. Restiamo un po’ in silenzio, nessun problema.
    E poi. Mi dimentico sempre di quanto sei bravo in questo. Quando siamo ormai arrivati, aggiungi una frase. Come una firma, un piccolo aforisma, un fiocco a suggellare il discorso. Un commento perfetto, che coglie una sfumatura di me che non avevo visto, e lo so, lo so che lo dici con le migliori intenzioni, e perché mi vuoi bene, e hai ragione, cazzo se hai sempre ragione. Comunque. Queste tue parole si infilano agevolmente nelle maglie dell’armatura che indosso sempre, che ora ho allentato nel parlare, nell’aprirmi con te. Questa tua freccia mi si conficca nel costato, tra i visceri, dove mi fa più male; in un istante, sono sull’orlo delle lacrime. Ma siamo arrivati, l’auto è parcheggiata, dobbiamo magari incontrare qualcuno; e così devo stringere forte il tappo di quello che sento e fare la faccia bella, o almeno la faccia normale. Rinserro l’armatura e un nuovo fiotto di pensieri mi affonda il cervello in elucubrazioni che dovrò riordinare prima di poter fare di nuovo un discorso con te.
    Per un attimo, un solo attimo, brevissimo ma assoluto, questo dolore intercostale mi convince che avevo ragione: sono sbagliata. Ti ho deluso. Ancora.

    “Certo che sarà difficile che trovi qualcuno che ti voglia bene se non pensi che cose brutte di te stessa.”

    Due ore dopo.
    Incredibilmente, ne riparliamo a brevissimo giro di tempo.
    E’ come curvare in snowboard, forse: se sto a pensarci prendo paura della velocità, della pendenza, della caduta, e non giro più: mi pianto a bordo pista. Se vado, sentendo la tavola, fendo la neve e giro.
    Se elucubro, mi incastro nei miei loop mentali. Se ascolto ciò che sento e gli dò voce…
    Decidi: giriamo la frase. Perché è la negatività che ferisce e la fa sembrare una sentenza. Invece: “Sii più positiva e consapevole delle tue qualità e sarà più facile trovare persone che ti vogliano bene”. Mi illumino.

    Sempre, ti amo; per questo mi conosci così bene da riuscire a colpire con precisione millimetrica; e dove attivi un punto di pressione, anche se doloroso, guarisco (anche se magari mi ci vuole tempo).

  • Abbastanza

    Non mi sento mai abbastanza.
    Vedo foto e video di slaves che fanno (cui vengono fatte) cose che so che non mi piacciono, che non posso fare per limiti personali o proprio per limiti fisici (dannato mal di schiena), o ne sento parlare, o le vedo dal vivo… e quello che sento è una fitta al cuore, all’orgoglio.
    E lo stesso nella mia vita quotidiana: lavoro, faccio, brigo, ma non riesco mai a fare tutto quello che penso che dovrei fare, o non bene come dovrebbe essere fatto.
    Tutto mi sembra un rimprovero.
    Non sono abbastanza.

    Certo: c’è un Padrone che si aspetta da me il mio meglio; ma non il mio impossibile.
    Sono io la peggiore giudice di me stessa, la più crudele. Leggo in ogni cosa un indizio della mia inadeguatezza, della mia inettitudine. Mi inabisso sul fondo della mia autostima e scavo.

    Così ci provo, ci provo fortissimo; mi viene da piangere per la fatica, ma non mollo, non voglio mollare. Cerco di fare di più, cercando di ignorare la voce che mi dice che comunque non basta e non sono mai abbastanza; cercando di ascoltare solo la voce del Padrone, e quella parte di me che invece sa che mi impegno e mi riconosce per questo; quella che apprezza che abbia costruito il pozzo senza chiedermi di portarle la luna che vi si specchia.

  • Le ali della libertà

    Ogni tanto mi prende quel momento. Non è bello quando succede. E’ come se mi accartocciassi; mi rannicchio su me stessa e tutto diventa grigio, appannato, triste. Niente merita un mio sorriso.
    In quel momento penso:

    Non la voglio questa merda di libertà.
    Non lo voglio il fottuto controllo della mia vita.
    Non voglio, non voglio!!
    Voglio obbedire, voglio che mi sia detto cosa fare, voglio stare in un angolo e basta.
    Non ce la faccio ad andare in giro a testa alta, a scegliere, a gestire; non voglio farcela; non voglio dovercela fare.
    Voglio solo starmene da sola a commiserarmi e piagnucolare e non dover lottare.

    Invece no. Invece non deve andare così. Quello che voglio è non cedere più a questa gravità che mi tira verso il basso. Sto combattendo strenuamente con me stessa per levarmi di dosso questa vischiosità, questo atteggiamento che mi appiccica e mi immobilizza, e mi fa stare curva.
    E’ faticoso, così faticoso che vorrei non farlo – e ancora qualche volta cerco rifugio nel cibo. Finché ho la bocca piena mi si spegne il cervello. Un tempo funzionava; adesso, non più.

    Perché c’è una voce dentro di me che urla, che grida e si dibatte. C’è una me stessa che non si arrende, che va avanti, che mi spinge e dice BASTA FARTI MALE! IN PIEDI! FORZA!

    Questa me stessa indomita è la stessa che ha il coraggio di essere se stessa, quella che si sottomette a un Padrone e che dalle Sue parole, dal servizio, dall’obbedienza prende forza e cresce. Perché per obbedire ci vuole fegato, non mi inganno credendo che sia più facile.

  • Danzare

    Stanotte ho sognato di partecipare a un provino di danza.
    Andavo senza avere preparato una coreografia, senza essermi allenata, senza sapere cosa avrei danzato. Avevo delle vaghe idee ma nulla di preciso. Sapevo che avrei danzato in una stanza vuota, ma ripresa da delle telecamere e tutti avrebbero potuto vedermi. Inoltre, era già il secondo provino, c’era già stata una prima selezione cui non avevo partecipato; quindi sapevo che in realtà non avrei certo potuto passare, venivo solo… non so, a provarci.
    Davo il cd con la musica e mi mettevano su un pezzo diverso rispetto a quello che volevo, e pensavo: ho dimenticato di dirgli che volevo il brano n°3, questo è il n°1. Esitavo se gridare che era sbagliato e di mettermi su quello giusto, ma poi pensavo: ormai. Non volevo fare figuracce: avevo sbagliato, avrei dovuto pensarci prima.
    Così ballavo su quel brano, senza conoscerlo, così, a sentimento. Improvvisavo una coreografia con un libro, fingevo di leggerlo e poi danzavo.
    Alla fine, dove credevo il brano finisse, mi fermavo in una posizione… ma il brano non finiva, andava avanti ad libitum. A un certo punto mi tiravo su, per dire “ok ho finito”, tanto non mi veniva altro.
    Uscivo con una sensazione di incompiuto, di incompletezza. Avrei dovuto prepararmi una coreografia, dire il brano giusto… come avevo potuto presentarmi così impreparata, così a caso? Però avevo anche una bella sensazione; avevo danzato, comunque ci avevo provato.
    Uscendo, incontravo la regista; le dicevo che mi dispiaceva non aver fatto un granché, e lei mi rispondeva “va benissimo, ci hai provato, l’importante è aver colto questa opportunità”.
    Poi scoprivo che grazie alla telecamera mi aveva vista Leonardo di Caprio (giuro! sogni!!) che era tipo uno dei giudici. Mi vergognavo per la mia performance imprecisa e speravo di non incrociarlo… ma entrando nel bagno delle donne lui era lì, seduto in una specie di sala d’attesa insieme a molte ragazze (le altre che avevano fatto il provino). Era invecchiato e ingrigito, indossava pantaloni a sigaretta attillati e si alzava per stringermi la mano. Poi mi diceva che aveva visto la mia danza nel video (io abbozzavo e sorridevo imbarazzata) e mi faceva dei complimenti per alcune idee e intuizioni che avevo avuto per la coreografia, sebbene mi facesse capire che non era il massimo perché era fatta troppo a caso. Io mi stupivo dei complimenti e ringraziavo, andando via con una sensazione di soddisfazione.

    Strano sogno.
    Forse il mio inconscio mi sta dicendo: vai e provaci, divertiti. Certo puoi fare meglio se ti impegni, ma già il fatto che ci provi va bene e ti può dare soddisfazione. Figurati cosa potresti ottenere in termini di gioia e autostima se ti impegnassi! Ma va bene, va bene. Vai e sii felice. Danza.

    Credo che danzerò.

  • Al centro commerciale

    Con il corsetto e i tacchi alti. Camminare a testa alta, ignorare la folla prenatalizia, sentirsi bene.
    Calma tranquillità, senza fame nervosa, senza ansia.
    Lo spirito del Natale per me ha il segno inconfondibile di un cane.
    Sentirmi al mio posto, collarata; nient’altro.

  • Che i sogni siano segni

    Stanotte per la prima volta in vita mia sono riuscita a fare una telefonata in sogno.
    Di solito la tecnologia non funziona nei sogni; cercando di usare il telefono questo fa cose strane, mostra simboli sconosciuti, eccetera. Cfr per riferimento il film Waking life. Così capita sempre a me: il telefono impazzisce e io non riesco a chiamare o mandare sms. Usualmente la situazione è angosciosa perché dovrei avvertire qualcuno di qualcosa e non riesco.
    Così stanotte.

    Io e lei veniamo rapite; siamo portate in un luogo distante mentre siamo sedute in un posto: prima sono sedie in mezzo a un viale della mia città, guardiamo le stelle cadenti – io esprimo forte un desiderio, sempre lo stesso. Poi mi rendo conto che le stelle non stanno cadendo: si spostano velocissime. Ma non sono loro: siamo noi; è un’illusione ottica. La casa in cui siamo (ora è una casa) si sposta in avanti come su rotaie, fino ad arrivare ruotando al suo capolinea. Siamo state portate via da persone cattive, che cercano di fare del male. Costoro mandano un messaggio di ricatto indietro nel tempo, e ricordo infatti di averlo già sentito tempo addietro. Allora prendo il telefono per avvertirlo, lui, marito di lei. Il telefono non è il mio smartphone, quello non va, è rotto, comunque non c’è: prendo il mio vecchio Nokia N73. Lo accendo, inizia il carosello di messaggi strani, l’interfaccia non è come la ricordavo, la tastiera risponde male; appare un messaggio che dice “con la fascetta il telefono non può funzionare”, lo giro e lo guardo, ricordo di aver visto una fascetta rossa legata attorno alla sim e so che è un virus. Faccio spallucce e provo lo stesso, devo chiamare. Riesco a inserire il suo nome nella funzione di ricerca e va: trovo il numero, chiamo.
    La telefonata parte. Riesco a chiamare. Lui risponde.
    Ma sa già quello che gli voglio dire: sa che siamo state portate via, sa da chi e dove siamo, e sa che il messaggio è stato mandato indietro nel tempo. Mi dice di non preoccuparmi che sta già risolvendo la cosa. Riattacco e mi sveglio con un senso di tristezza, di malinconia.

    Così stanotte: per la prima volta riesco a fare funzionare un oggetto che in sogno non funziona mai. Ci riesco per chiamare lui. Ma gli dico una cosa che sa già.
    Sto cercando un significato ma non so trovarlo.

  • Martedì

    Ferocemente smanio per un incontro che sia
    appieno
    D/s.
    Che si senta
    la Dominazione
    sulla mia
    sottomissione.
    Che la senta, che la provi forte sulla mia pelle, intorno al collo;
    che sia fisica.
    Invece, sbaglio.
    Non vi è luogo in cui possa essere sottomessa
    se non
    nella mia mente.
    Il collare
    non è nel mio cassetto;
    le cinghie
    non sono nella borsa;
    le fruste
    non sono nell’armadio.
    E’ tutto qui:
    le fibbie mi legano il cuore
    le corde mi stringono l’anima;
    chiudere gli occhi
    e
    abbandonarmi.
    Ascoltare le sensazioni, non
    inseguire i gesti.
    Allora,
    ogni cosa ritorna al suo posto;
    un messaggio che dica solo “sì”
    contiene tutto
    ciò di cui ho bisogno
    purché l’assapori in ginocchio.