subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Purpose

    Una relazione D/s mi dà scopo.

    Uno scopo immediato, potente, pervasivo. Fare le cose per lui, dedicare il mio tempo e la mia persona a lui, a soddisfare i suoi desideri, le sue richieste. Orientare i pensieri verso di lui, organizzarmi intorno alle sue necessità. Metterlo al centro.

    Andare ad un evento con il Padrone mi fa sentire tranquilla perché ho uno scopo preciso: stare con lui. Seguirlo, servirlo. Essere presente per lui. Venire riconosciuta per essere sua.

    Se sono sola, senza un D/s, mi sento un po’ persa; mi ritrovo senza quello scopo.

    E però è uno scopo estroflesso. Potente, pervasivo perché emotivamente carico, connesso con le mie viscere e il senso di appartenenza che sento così profondamente in me. Ma estroflesso. Per questo è facile: non mi richiede che l’impegno pratico di attualizzarlo. Non mi richiede decisione. Non mi richiede responsabilità. (O meglio: mi illudo che non mi richieda responsabilità.) Non una personale: la semplice responsabilità di portare a termine il compito al meglio è tranquilla, esterna. La decisione sul cosa resta a lui, a me attiene solo il come.

    Ma appena viene a mancare questo scopo esterno, resto come imbambolata. E adesso? Chi sono io, ora che non ho nulla da fare, nessuno per cui farla?

    Allora ecco: mi serve uno scopo introflesso. Uno scopo mio. Uno scopo mio che non sia solo trovare qualcuno che me ne dia uno.

    Questo è il mio scopo ora: capirmi.

  • Domande

    Adesso ho più domande che risposte. Più riflessioni che azioni.

    Ogni tanto (ogni volta che serve, e si capisce quando serve, se ci si ascolta) mi faccio delle domande: su chi sono, cosa faccio, perché desidero quello che desidero, cosa mi ha portato ad essere chi sono.

    Posso migliorare? Il miglioramento cui penso è qualcosa che mi appartiene, che desidero io, o che mi viene stimolato da fuori? Ma anche: questo stimolo esterno è motivato, sensato, fruttuoso, coerente? O è forzato, peloso, manipolatorio, inadatto? E’ un input che mi invia l’universo per sospingermi perlomeno a riflettere? Questo sicuro. Sta a me comprenderlo e farlo mio o lasciarlo andare.

    Leggo, studio, mi confronto con altre persone, provo a cercare punti di vista differenti, idee, suggerimenti, indicazioni, esperienze altrui da cui imparare. Cerco di uscire dalla mia bolla.

    In questa apertura succede che arrivi quella sensazione: un improvviso vuoto allo stomaco, il cuore che salta, la bocca si apre e gli occhi si spalancano: è il riconoscimento. Una cosa che ho visto, letto, sentito è arrivata. Ha colto nel segno dentro di me, l’ho riconosciuta per vera, è qualcosa che mi serve, che devo raccogliere e curare, approfondire: mi cambierà. E’ una chiave di lettura, un chiarimento su me stessa, sulle mie motivazioni, sui miei reconditi meccanismi, sulle mie emozioni.

    Di colpo torno attiva, mi smuovo se ero ferma, mi rassereno se ero cupa: ho ritrovato la via. E si va.

  • Anticipazione e nostalgia

    Quando avevo appena iniziato a sperimentare il BDSM, ad esplorare le pratiche e le sensazioni, ero colma di anticipazione ed entusiasmo. Tutto era nuovo: passavo ore a fantasticare, a scrivere racconti e fantasie, a immaginare cosa avrei potuto fare, cosa avrei potuto provare. Ogni cosa che mettevo in pratica era una bomba di emozioni, il coinvolgimento estremo anche con il minimo stimolo.

    Poi, man mano che il tempo passava e accumulavo esperienza, mi riempivo non solo di anticipazione ma anche di ricordi, di conoscenze. Ciò che avevo sperimentato diventava materiale per ulteriore anticipazione, fino a diventare aspettativa, speranza, desiderio di riuscire a replicare emozioni e sensazioni.

    Passato ancora del tempo, con il termine delle relazioni e il contraccolpo emotivo, la tristezza della perdita e la sofferenza della mancanza mi hanno riempita di nostalgia: malinconia per ciò che era stato e non era più e la vana speranza che tornasse. Accanto all’anticipazione, la nostalgia ha iniziato a crescere sempre di più, fino a rubarle spazio. Il mio senso di anticipazione ha iniziato a calare: sapevo già cosa aspettarmi, che sensazioni avrei potuto provare, e sapevo anche che non erano sempre uguali né sarebbero state intense e potenti come la prima volta che le avevo provate; sarebbero state diverse, forse nemmeno così belle: l’esperienza me lo diceva.

    Per lungo tempo anticipazione e nostalgia si sono bilanciate, prendendo a turno di volta in volta più spazio in me, scambiandosi, alimentandosi l’un l’altra.

    Adesso per la prima volta la nostalgia mi pare vacua, e l’anticipazione si è quasi spenta. Non fantastico, non immagino, non mi aspetto grandi cose. Programmo qualcosa di pratico ma tutta l’emozione legata al D/s sembra svanita. Come scrivevo qualche tempo fa, forse è che non ci credo più.

    Hanno giocato un ruolo anche l’immensa fatica emotiva della pandemia e l’impegno costante e continuo per tirarmi fuori dall’ansia e dentro il nuovo lavoro, di sicuro; inoltre sono cambiata e ho abbattuto pareti che erano anche aspettative, che erano anche contenitori di nostalgia. Sono uscita dall’altra parte stanca, ma anche più forte; disillusa, ma anche più consapevole di me, dei miei limiti, dei miei bisogni.

    La nostalgia che provo ora è quella della mia inesperienza: una volta tutto era molto più facile, più semplice. Ma non si torna indietro dalla complessità. Chi sono ora non è chi ero e non è ancora chi sarò. L’anticipazione che provo ora è sottile e non irruenta come un tempo: ma ho ancora voglia, nonostante tutto, ed è bello averla.

  • Posso decidere

    Alla fine, posso decidere su cosa concentrarmi.

    Tenere con me le cose buone, lasciare andare quelle non buone. Perché alla fine, da ogni relazione che ho avuto ho portato con me cose buone: nuove abitudini, insegnamenti, capacità, ricordi, brividi che mi solcano la pelle quando ci ripenso.

    Posso decidere come reagire a qualcosa, anche se quel qualcosa è al di là del mio potere. Non posso cambiare gli altri o i fatti, ma posso cambiare io.

    Tanto lavoro? Troppa fatica? Non credo: è meno frustrante fare così che non incistarmi a ripensare, riconsiderare, ossessionarmi su ciò che è stato o riempirmi di risentimento perché le cose non sono andate come avrei voluto (anche verso me stessa: io per prima avrei potuto, avrei dovuto; lo so).

    Posso decidere di crescere, imparare, lasciare andare i sensi di colpa e accogliere la comprensione. Posso decidere di stare bene.

  • Ego booster

    Mi sono sempre sentita in dovere di fare da ego booster per ogni Padrone cui sono appartenuta.

    Attraverso il mio comportamento, il mio supporto, il mio servizio mi sono impegnata a farlo sentire un dio in terra, trasmettergli ammirazione, senso di potenza, di bravura, di capacità sovrumane. Dire solo cose positive, riflettergli sempre solo il suo lato migliore.

    Credo (ad un livello inconscio) che sia dovere della schiava essere una cheerleader incondizionata del Padrone. Non potrei mai contraddirlo in pubblico, e alla fine non lo faccio nemmeno in privato.

    Se mi è capitato di essere in disaccordo o di non approvare o apprezzare certe opinioni o prese di posizione del Padrone (e mi è capitato), ho sempre fatto finta di niente nonostante un sottile senso di disagio; se interrogata ho risposto con giri di parole, ho sorriso e chinato il capo e lasciato che la mia disapprovazione sedimentasse e si palesasse solo una volta terminata la relazione.

    Come si fa a essere in disaccordo col Padrone e dirglielo?
    Con che faccia potrei mai rispondergli a tono e dire “no guarda, no”?

    Come potrei dirgli che in realtà non è stato così bravo o che in realtà non sono contenta? Oltretutto una schiava dovrebbe sempre essere contenta, perché lo è della soddisfazione del Padrone, se non della propria.

    Eppure una cosa che ho imparato è che ogni Padrone, per quanto eccellente, è anch’egli umano e in quanto tale imperfetto, non onnisciente né onnipotente, e non sa leggere nel pensiero. E’ anch’egli (che scandalo!) fallibile.

    La mia delusione allo scoprirne l’umana debolezza è totalmente autoprodotta dall’illusione in cui ho voluto credere: che fosse Perfetto. Che dovesse essere Perfetto.

    Il risentimento che posso aver provato per questa fallibilità è inappropriato e ingiusto; ma forse, in parte, giustificato dal fatto che ogni Padrone ha sempre avuto gusto ad indulgere in quel booster che offrivo, cullandosi in quel senso di potenza. E vederlo bearsi mi confermava nel sentirmi una brava schiava.

  • Forse sono io

    Le mie relazioni, fatta salva quella con mio marito, sono finite, e sono finite tutte abbastanza male. Incomprensioni, gelosia, ferite inflitte a sé e all’altro. Bugie.

    Allora mi dico: forse sono io.

    Sono io che non sono capace, che non so come si gestisce una relazione, che scelgo le persone sbagliate, non compatibili. Non posso poi lamentarmi che sia andata male.

    O forse sono io che non capisco quando una relazione è finita. Dovrei sapere leggere meglio i segnali, i messaggi, le assenze. Eppure anche se io per prima sono una che fatica moltissimo ad essere diretta, penso ancora che se non ce lo diciamo non sia reale. Ma ecco, forse sono io che non so essere diretta e chiara.

    O forse sono io che mi illudo, che anche se ci siamo parlati penso che ci sia ancora qualcosa, che ci sia altro da dire, da condividere, da capire, da sentire. Alla fine i sentimenti non si spengono a comando. Forse sono io che indulgo in quell’illusione.

    O forse sono io che sono troppo avanti, troppo consapevole, preparata, esperienziata, comprensiva o chissà cosa rispetto all’altro che non si sente al mio livello e quindi si allontana (ok, no, non ci credo davvero; questa è la versione consolatoria del “non mi merita”).

    O forse sono io che non ho saputo farlo cambiare, non gli ho voluto abbastanza bene, non ho fatto o detto o creduto abbastanza e quindi forse sono io che ho fatto fallire tutto.

    O forse sono io che trovo più facile darmi la colpa che riuscire a distribuire equamente le responsabilità.

    Anche stanotte, che non riesco a dormire, penso che forse sono io.

  • Covert contract

    In auto voglio stare io seduta dietro. E’ una cosa che mi piace, mi fa sentire “piccola”, inferiore, mi conferma e mi rassicura nel mio ruolo di sottomessa.

    Non me lo chiede nessuno: lei fila diritta al posto davanti, tu alla guida. Io mi siedo dietro con uno strano senso di straniamento: ho ottenuto quello che volevo, ma in qualche modo mi sento scontenta che non sia stato detto, che non mi sia stato chiesto. Mi sento a disagio soprattutto perché mi rendo conto che non ho nulla di cui lamentarmi.

    Il giorno dopo, ripensandoci, capisco: non c’è niente di negoziato, niente di esplicito. Quello che sto agendo è un covert contract. Ho deciso da sola che se A allora B, ma non è stato realmente negoziato ed esplicitato. In molti sensi, è ingiusto: proietto le mie aspettative, le mie fantasie, senza che l’altro ne sia al corrente, e mi risento persino se vengono disattese.

    Faccio la schiava, mi mortifico e mi sacrifico nel servizio, ma faccio tutto da sola: non me lo stai chiedendo, non ne abbiamo parlato. Faccio una cosa che spero abbia valore per te (la spesa, la lavatrice…) e me ne sei riconoscente, ma non ne ricevo il ritorno che vorrei; non solo: non ne ricavo il piacere che vorrei. Perché non è un tuo ordine, ma una mia iniziativa: l’intero presupposto del servizio crolla miseramente come il castello di carte che è.

    Tanto varrebbe masturbarmi. E’ un po’ così: il mio servizio è una masturbazione. Tu non hai nessuna richiesta, nessuna pretesa, niente ordini, niente protocolli, niente di niente. Il che non è sbagliato, di per sé, e sicuramente non mi hai mai illusa a riguardo. Ma se io mi aspetto il protocollo perché secondo me il rapporto D/s implica il protocollo, sto forzando su di te un covert contract. Sto inventando un patto che non c’è, perché non è negoziato, non è concordato. Per quanto labile, è una violazione del consenso.

    Tutto questo mi riporta alla mia incapacità di comunicare chiaramente desideri e necessità; mi aspetto ancora che il Padrone sia in grado di leggermi nella mente, che esista una regola condivisa per cui “le cose si fanno così”, che insomma io non sia costretta ad aprire la bocca e parlare, esprimermi, presentare me stessa e i miei bisogni.

    Mi pare di essere così egoista a chiedere, ma non sono forse più egoista a non chiedere ed aspettarmi comunque il risultato che voglio?

    Mi resta addosso la malinconia della consapevolezza che non è realistica la fantasia di un Padrone onnisciente, in grado di leggermi senza difficoltà, capace di colmare quei vuoti che io stessa non so comprendere e dedicato a realizzare ogni mio più recondito desiderio senza la vergogna di doverlo dire ad alta voce. E anche il dispiacere di avere proiettato tutto questo senza chiarezza.

  • Non si torna indietro

    Una volta provato il BDSM, se è la tua cosa, non si torna indietro. 

    Non si torna più al caro vecchio sesso vanilla, quello semplice, quello “normale”. O meglio: si può ancora fare, ovviamente; si fa. Ma non è più la stessa cosa. Per quanto bello, non si può più fare solo quello. Almeno, per me è così. 

    Dice Janet nel Rocky Horror Picture Show: “I’ve tasted blood and I want more”. Ed è proprio così. 

    Quando ho letto che si poteva fare, che non era solo una mia fantasia, è stata una rivelazione. Quando l’ho provato, è stato un riconoscimento: era una cosa che conoscevo già, che la mia carne sapeva, che mi apparteneva come io vi appartenevo. 

    La prima volta che ho fatto sessione ho sentito che tutti i pezzi andavano a posto, che avevo trovato La Risposta. Ero completa, finalmente. Mi sono sentita brillare. 

    Poi non è stato così semplice, neanche un po’. Ma non sono tornata indietro. Anche nei momenti più bui in cui le cose non andavano bene e stavo male, non ho pensato di non volerlo più fare. Sapevo che lì c’era una parte importante di me, una voce che dovevo ascoltare, un desiderio che volevo soddisfare; serviva solo farlo bene, con le persone giuste per me, nel modo migliore per me. 

    Non è una cosa che faccio giusto per divertimento, di cui potrei fare a meno. 

    Non è nemmeno una cosa che faccio. E’ una cosa che vivo.

  • Brava

    Da sub orientata al servizio, amo fare le cose per sentirmi dire “brava”. Per ricevere una pacca sulla testa e il riconoscimento di avere servito bene.

    Parte della mia educazione, però, nel tempo, sì è rivolta ad insegnarmi ad essere autonoma, perché questo orientamento al servizio strabordava in ogni aspetto della mia vita; mi è stato allora insegnato a fare anche ciò che piace a me, non solo ciò che piace agli altri. È stato proprio il Padrone a volermi educare a questo, perché avessi maggiore fiducia in me stessa e nelle mie capacità, e rispetto per i miei desideri e i miei limiti.

    Così è successo che ho imparato ad agire in modo libero, senza aspettare o ricercare l’approvazione altrui, a fare a meno di sentirmi dire “brava”… per potermi sentir dire “brava” perché so farne a meno.

    Un po’ contorto.

    Forse, vale quel detto per cui non puoi insegnare un nuovo trucco a un vecchio cane. Ma anche, mi serve quel momento di riposo, di validazione esterna: ce la faccio, tengo duro, sono autonoma, ma ogni tanto ho bisogno di sapere anche dall’esterno che vado bene; di uscire da me stessa e dal farmi forza da sola, per accoccolarmi ai piedi di un “brava”.

  • Desiderare il sadismo

    Da masochista, amo sentire la mano di un sadico.

    Forse potete pensare che non si senta la differenza; che il lamentarsi dei “famolostranisti” siano prese di posizione presuntuose, fatte per quel senso di superiorità di chi si sente di fare “vero bdsm”; che una pratica è una pratica ed è quella. Non è così.

    Da masochista, vi assicuro che si sente la differenza se a colpire è un sadico o uno che ti dà la pacca sul culo a pecorina e finita lì.

    Ho provato a chiedere a partner incuriositi di sculacciarmi: due, tre colpi, forse dieci, e poi le loro mani andavano altrove, palpavano, e si passava al sesso. E quei colpi erano così noiosi. Deboli, senza trasporto, meccanici, persino perplessi. Ma non posso fargliene una colpa: errore mio di chiedere un atto sadico a un non sadico. Non erano in grado di capire e di sentire il mio desiderio masochista né tantomeno di trarne piacere.

    Riesco a sentire, attraverso l’impatto, attraverso le corde, attraverso gli sputi, che l’altro trae piacere dal dolore che infligge. Lo sento indulgere in quel dolore. Non ha fretta di arrivare da qualche altra parte (a scopare, per esempio). La sessione non è un intermezzo necessario per poi fare altro, non è un preliminare: è quella la cosa importante, il fulcro centrale.

    Poi magari si fa sesso, o magari no. Ma per me quello non è un punto di arrivo e la sessione non è un passaggio. E sento se è così anche per l’altro.

    Così come mi piace abbandonarmi nelle sensazioni derivanti dal dolore e dalla costrizione, posso riuscirci solo se la persona con me ama assaporarle quanto me. Se vengo accompagnata, un passo alla volta, un colpo alla volta; allora dono la mia sofferenza a chi la sa apprezzare, a chi la desidera, e mi sento completa, felice: ho uno scopo e il mio piacere masochista appaga anche il suo piacere sadico.