subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Passate le feste

    Passato Natale, finalmente.
    Un momento in cui bisogna stare con gli altri e divertirsi e condividere e tutto.
    Un giorno in cui ho sofferto la lontananza dal mio Padrone.
    Sbagliando.

    Sì, sbagliando: sapevo che era con la sua famiglia di origine, che sarebbe stato preso, che certo non avrebbe potuto avere molto tempo per me, per mandare messaggi o altro. Invece ho voluto offendermi, dispiacermi, sentirmi abbandonata e lasciata in disparte. Ho voluto star male. Con quale arroganza, peraltro; con quale presunzione. Con il cipiglio adirato di una bimba che fa i capricci e sbatte i piedi.
    Eppure pensavo che mi fosse stato già insegnato, a non stare male per niente. E’ una lezione che continuo a dimenticare, sembra.
    Naturale che mi sia mancato; sbagliato aver passato la giornata attaccata al cellulare come un’adolescente idiota. Non so forse qual è il mio posto? qual è il mio ruolo?

    Così mi sono chiusa, ho messo il broncio di quella trattata ingiustamente e mi sono preparata a passare, oggi, un’altra giornata col muso, incazzata per niente.

    Poi, per fortuna, ho fatto la cosa giusta: ho sciolto i lacci del mio cuore e mi sono aperta a un’attesa serena.
    Attendere ciò che arriva ed accoglierlo con gratitudine, perché ogni cosa è un suo dono; senza pretendere, senza tirarlo per la giacca, senza capricci. Una piccola ma significativa verità: l’appartenenza non scompare se vivo la mia vita con tranquillità, come non scompare il respiro, anche se non ci penso e non ci concentro ogni fibra del mio essere ogni singolo istante.
    Come non scompare l’amore (ma è un’altra storia).

    Una volta una ragazza che conoscevo, anche lei slave, mi disse: “Noi slave abbiamo dei caratteri di merda”. Non l’ho mai dimenticato.
    Forse è questo che intendeva: sono (siamo?) così terribilmente egocentrica, infantile; una volta che ho l’attenzione di un Padrone vivo per essa, per concentrarla su di me, e mi offendo se non sono sempre sotto il suo riflettore, magari disobbedisco, e pianto il muso perché Lui mi guardi, mi accarezzi, mi punisca.
    Anelo a consegnargli il controllo e intanto lo trattengo con tutte le mie forze, come fa un cane quando riporta un gioco: vuol darlo perché lo gestisca il padrone, eppure lo serra tra le mascelle e lo tira per toglierlo dalla sua mano.

    Un giorno, però, spero, avrò imparato; e camminerò serena al passo, scodinzolando.

  • Ma c’è una cosa che so

    Mi impegno per comportarmi bene, per essere brava. Mi chino, mi piego, mi accuccio; le prendo. Cerco di fare tutto bene. Sto in silenzio, tengo gli occhi bassi.
    Ma c’è una cosa che so.
    Prima o poi, quando Lui sarà dietro di me, io mi struscerò contro di Lui, in modo lascivo.
    Allora di sicuro sarò punita per essermi permessa tale libertà senza chiedere, senza averne diritto. So che non devo: dovrò guadagnarmi il permesso di toccarLo, e ci vorrà tempo e dedizione. Lo so.
    Ma so anche che prima o poi succederà.
    I miei istinti saranno più forti del mio impegno per frenarli.
    Allora starà a Lui stesso imbrigliarli, e sarà bello.

  • Genitalità

    Sfoglio una margherita, un petalo alla volta, come da bambina: il bdsm è sesso, il bdsm non è sesso, lo è, non lo è, lo è, non lo è…
    Come sempre, divisa in due. Non mi capisco da sola. Siamo in due qui dentro, in questo cervellino angusto, e ogni volta che ci giriamo ci piantiamo gomitate negli occhi. Che fastidio. Immagino come dev’essere per chi, da fuori, cerca di raccapezzarsi.

    Ricordo che anni fa, al moroso, dissi: non mi mettere mai, e dico mai, una mano sulla testa mentre ti faccio sesso orale; è una cosa che mi fa stare male, mi fa sentire violentata; giurami di non farlo mai.
    Invece è una delle cose che mi fa eccitare di più.

    Non è che dica bugie; non lo faccio apposta. Cambio idea, forse, oppure parto credendo una cosa e poi mi accorgo che non è come pensavo.
    Ho sempre tanta paura, questo sì; così che talvolta quello che credo di sentire è invece un inganno della paura, che mi accartoccia i sentimenti, me li copre di cartaccia e mi dice “vedi che roba brutta”.
    Desidero e ho paura di quel desiderio.

    Nelle mie fantasie il Padrone mi scopa fortissimo, con cattiveria e nessun riguardo.
    Nella realtà preferirei che il sesso genitale, la penetrazione, addirittura il sesso orale, proprio non esistessero nelle mie sessioni. Vorrei concentrarmi solo sul dolore, i colpi, la devozione, eccetera.

    Però poi mentre sono lì mi viene voglia, eccome se mi viene. E allora?
    Allora come al solito non so, mi sgomito in testa e arranco faticosamente in avanti, adesso al guinzaglio, sperando che Lui ci capisca qualcosa e me lo spieghi. A sferzate, possibilmente: inciso nella carne il concetto mi arriva al cervello con più forza.

  • Il leone

    E posso certo dirti che dimenticherò il significato del verbo “volere” quando sono in ruolo. E’ un gioco che ci sta, un abbandono sereno a una volontà altra dalla mia. Sono qui per questo.

    Ma dentro di me, non lo dimenticherò mai.
    Ho faticato tanto per conquistarmelo, per guadagnare a me stessa il diritto di dire “io voglio”; ho pianto, urlato; ho creduto davvero di non avere diritto di volere nulla, che i miei desideri fossero merda, che il solo fatto di desiderare qualcosa per me stessa fosse un atto infame che rovinava la vita delle persone attorno a me. Ho sudato e gridato e sanguinato per riappropiarmi della consapevolezza che desiderare non è un male assoluto; che anche io ho diritto di volere qualcosa. E non sto parlando di capricci.
    Ed è anche grazie a questo se ora sono qui dove sono, ai tuoi piedi. Perché lo voglio.

  • Prendersi confidenze

    Quando sono in giro ogni tanto mi capita di interloquire con persone anziane; costoro, forse per l’alzhaimer o per chissà quale altro motivo, mi toccano, mi stringono, mi fanno ganascino e mi trattano come se fossi la loro nipotina di 5 anni che vuole un dolcetto. Anche se siamo perfetti sconosciuti che si incrociano in posta.

    Lo stesso talvolta capita via messaggi privati, su internet. Perfetti sconosciuti che mi fanno un ganascino virtuale scrivendo “ciao dolce” o cose del genere.

    Che ne sai se sono dolce?
    Che ne sai se sono cucciola?
    Che ne sai se sono birichina, disobbediente, piccola?
    Solo perché sono sub non vuol dire che puoi permetterti di trattarmi da slave.

  • Sola

    Ciò che mi mancava prima, non ce l’ho neanche adesso.
    Peggio: non ho più neanche ciò che avevo.
    Non mi pare di avere fatto una scelta saggia, eppure in quel momento era l’unica possibile, perché comunque le cose non andavano bene. Solo che continuano a non andare bene, e mi manca un padrone.

    Mi sento sola, ancora una volta.
    Senza nessuno con cui confidarmi; apro facebook e vorrei scrivere qualcosa per sofgarmi, uno status allusivo, un grido d’aiuto, qualcosa: ma non lo faccio mai perché non voglio piagnucolare in pubblico, non mi va che chicchessia sappia i cazzi miei, e in fondo ancora non mi decido a chiedere aiuto chiaramente. Continuo a sperare nella telepatia, anche se so che non funziona.
    Mi sfogo qui, dove non mi legge nessuno. Piango da sola nella mia stanza, sorrido agli altri, dico “va tutto bene”, cerco libri di magia in cerca di una via, una guida, qualcosa, mi lascio travolgere dall’ansia per un lavoro che non mi sento in grado di fare, vorrei sfogarmi nel cibo ma sono già ingrassata e la mia autostima ne risente già abbastanza, grazie.

    Sbatto qua e là contro i vetri della teca sotto la quale mi sono posta.

  • La mia tazza è quella sbeccata

    La mia tazza è quella sbeccata.
    Se prendo per me qualcosa che mi piace mi sento una ladra.
    Lascio a te la ciliegia più rossa, il piatto più bello, la fetta più grande; ti lascio il posto più comodo, il cuscino più soffice, la scelta di tutto. Perché non merito di desiderare, non veramente; non ho diritto di nulla, nemmeno di ciò che scarteresti.
    Passo in silenzio la mia vita nel rancore, nel piccolo dolore che mi coltivo nel cuore, nutrendolo di avanzi mentre preparo il banchetto del mondo.
    Ignoro gli inviti ad unirmi alla festa e preferisco soffrire, pensare di essere esclusa, ritrarmi in un angolo a invidiare gli altri, che possono avere ciò che io mi nego: il diritto di essere felice.

  • Divenire

    Divento una persona che non mi piace essere.
    Arrogante, presuntuosa, antipatica. Ambiziosa. Superiore. Non più servile, né sottomessa al servizio della felicità altrui. Non più terrorizzata ma non ancora coraggiosa, non più colpevole ma non ancora liberata, non più in attesa ma non ancora capace di iniziativa.
    Contemporaneamente se tento di tornare ciò che ero rimango a disagio. Quell’essere non mi appartiene più. Ma quello che sto diventando non mi appartiene ancora, né voglio che mi appartenga. Mai. Non così come mi appare.

    Ci deve essere un modo per correggere la rotta, per stare bene senza essere stronza – per non sentirmi stronza nel mio tentativo di stare bene. Per non restare tesa un giorno intero per qualcosa che non c’è. Per imparare a vivere le piccole cose, accettare l’imperfezione mia e altrui, godere del sole e della pioggia.

    La teoria la so, la conosco. Ma non riesco ad applicarla. Mi sembra sempre, solo, un’accozzaglia di belle parole, mentre la mia esistenza mi dimostra in ogni istante di non essere all’altezza delle mie aspettative, o anche solo dei miei sforzi.
    Vorrei soltanto poter essere senza sforzo la persona che vorrei essere, serena; ma questa persona mi appare sempre più come un miraggio che si prende gioco di me.
    Come vorrei poter smettere di giudicarmi.

  • Nel mio cuore nascosta

    Vorrei poter essere me stessa apertamente, mostrarmi in tutti i miei aspetti sempre, senza paura, senza nascondermi. Ma il terrore mi frena.

    Ci sono così tanti lati di me; così tante sensazioni. E più mi conosco più temo di essere sbagliata. E mi nascondo, quando invece vorrei essere serena, e felice, e dire a tutti chi sono, cosa mi piace. Vivere serenamente ogni aspetto di me.

    Ma poi mi coglie il terrore. Cosa penserebbero i miei amici? E mia madre? E i vicini? E chiunque? E poi, perché dovrei volere essere così tanto alla luce del sole? Non farei che mettere in imbarazzo le persone a me vicine, che mi vogliono bene. Perché dovrei essere così egocentrica, così esibizionista? Non posso tenermi le mie cose per me? A che pro andare per locali, vestirmi in certi modi, sentire certe sensazioni; a che pro?

    E’ vero: desidero. Ma questi desideri… sono così scomodi. Forse lo sono proprio perché mi ostino a tenerli sopiti, nascosti, soffocati. Vorrei poterli portare fuori a prendere aria, a respirare; per una volta, senza sentirmi in colpa perché li provo.

    Lo farò qui, che è un luogo pubblico nascosto; nessuno o quasi delle persone che conosco ci viene, o ne conosce l’esistenza, e però è visibile a chiunque. Resto qui nascosta in piena vista. A rammaricarmi e a pregare che i miei amici non mi leggano e non mi riconoscano.

    […]

    La mia emozione più forte, ora, è la paura. Paura che tutto questo sia sbagliato. Anche solo scriverlo su un muro virtuale che magari non vedrà nessuno equivale per me a dirlo ad alta voce, e procrastino il momento di cliccare “pubblica”, e cancello, e riscrivo; e vorrei solo scappare via di nuovo a nascondermi per non dover ammettere a me stessa che SENTO tutte queste cose, le SENTO.

    […]

    E’ un po’ la storia della mia vita. Va così: adesso ho paura a stare bene, perché so che poi arriverà qualcosa o qualcuno a farmi stare male, a ricordarmi che non merito nulla. Così cerco di non illudermi, di stare male sempre perché è così che devo stare.

    E tutte le cose che ho scritto nel frattempo, ora le cancello. Perché non si sappia che le ricordo, che le sento, perché nessuno sia disturbato dalla mia esistenza.

  • In questo momento buio

    In mezzo al vociare di persone meschine e abbiette,
    innalzo un canto a ciò che sono.
    Un canto a ciò che non voglio più negare di essere.
    Un canto a ciò che non mi vergognerò più di essere.
    Un canto a ciò che non mi convinceranno mai più che sia sbagliato.

    Un pensiero doloroso conficcato nel petto, intanto, mi accompagna.
    In silenzio porto un lutto nascosto
    e spero, spero.

    nastronero