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for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Inclinazioni

    Per me se una sessione finisce senza che io abbia goduto sono felice lo stesso, perché il mio godimento è traslato, trasceso: è un modo di godere diverso e quindi non sento la necessità di fare l’amore, di ricevere coccole, di avere un orgasmo preciso. Anzi: prediligo questo modo altro di godere. Anche se certo amo l’intimità post sessione, che mi fa sentire accolta, accudita.

    Non per tutti è così; ognuno desidera e ricerca cose diverse, o cose simili ma con modalità diverse: è uno spettro davvero molto ampio e la cosa fondamentale è trovarsi con un’anima affine per desideri e inclinazioni. Ma so anche quanto le proprie inclinazioni possano cambiare, nel tempo e con persone differenti, nonostante nell’attimo in cui si vivono sembrino assolute e immutabili, scolpite nella pietra della propria anima. Ma l’anima, per quanto salda, non è di pietra.

    Ho toccato luoghi nascosti dentro di me ed ora sono quelle le corde che desidero sentire risuonare; così mi allontano dal sesso cosiddetto vanilla senza averlo realmente deciso, anzi, ne sono sorpresa e persino, talvolta, amareggiata.

    Ma, come mi è stato detto, esistono cieli superiori che una volta toccati sotto conta meno.

    C’è un intero universo nascosto dentro di sé, dentro ogni persona. Esplorarlo cambia la vita in modi anche inaspettati: non sempre (azzardo: quasi mai) si sa cosa si troverà, anche se magari si immagina, si intuisce; ma non lo si sa. Posso capire che questo provochi inquietudine in chi si affaccia per la prima volta sull’orlo del proprio abisso.

    Ma se dovessi tornare indietro mi getterei in quelle profondità con ancora più foga.

  • Nerd

    Da tempo mi sono accorta di quanto ci sia sovrapposizione tra larper e bdsmer e questa comorbidità tra nerditudine e BDSM mi piace un sacco. Mi sono ritrovata ad appartenere a due diverse community che così diverse non sono, anzi, si intersecano.

    Questa vicinanza credo dipenda da un animo esploratore: le persone che fanno gioco di ruolo dal vivo, o anche solo gioco di ruolo, e quelle che praticano BDSM, sono esploratori del proprio animo.

    Mentre si è nel gioco si è più liberi: è possibile esplorare lati nascosti di sé, protetti dalla maschera del personaggio. Ci si avvicina a lati magari oscuri, che forse diversamente non si potrebbero accettare: giochi di potere, identità, espressioni di genere, peculiarità sessuali o meno. Si cerca ciò che è celato agli occhi propri e altrui nel “mondo reale”. E spesso si scoprono cose di sé. Perché se anche il gioco è un gioco e le storie sono di fantasia, le emozioni che si provano sono assolutamente reali. Questa esplorazione si può esprimere al meglio perché si tratta di un ambiente protetto, circoscritto, con un inizio ed una fine e vivendo in una persona che è altro da sé (per quanto sia sempre un aspetto di sé). Protetti dal ruolo e dal framework, ci si immerge: si può essere crudeli e manipolatori, o disperati e compiacenti, con una storia traumatica alle spalle che aspetta solo di essere vissuta, esposta, affrontata.

    Anche il BDSM è un modo protetto di esplorare, perché si è nel framework del consenso, della negoziazione, della comunicazione, e si possono vivere cose che nel “mondo normale” sono tabù, o peggio. Dominazione, sottomissione, degradazione, sadismo. Spiriti affini e speculari si incontrano e realizzano i propri desideri profondi, denudando anima e corpo per permettere alla creatura misteriosa che li abita di uscire ed esprimersi, per sentirla agitarsi nelle proprie viscere e suggerne le frastagliate emozioni che suscita.

  • 31

    È il 31 dicembre, c’è la nebbia, ed è l’ultimo giorno dell’anno.

    Un anno così denso di cambiamenti che ci sono immersa come nella melassa e ancora non mi pare vero che sia finito, o che sia in qualche modo un passaggio. Così tanti passaggi attraversati, così importanti, così potenti, che il semplice andare dal 31 al 1 dell’anno successivo sembra quasi banale.

    Porto con me l’emozione e la fatica di un lavoro in cui sono cambiata e che mi sta cambiando profondamente, in cui sto affrontando lati di me che ho sempre evitato.

    Porto con me la felicità dell’appartenenza oltre la gelosia, le sfide, la distanza e attraverso il quckquean, i colpi, le sensazioni potenti e totali che mi sconquassano spaccano e rimontano.

    Porto con me tutto ciò che ho di più caro, e la rinnovata consapevolezza di cosa sia ciò che ho caro, che a volte anzi spesso non l’ho saputo, non ho saputo conoscere e dire i miei desideri, ed ora un po’ di più riesco a vederli, esprimerli, raggiungerli.

    In questo nuovo anno porto con me me stessa. Ed è un ottimo punto da cui iniziare un nuovo anno.

  • Anche a Natale

    Le festività incombono, e si dice che a Natale siamo tutti più buoni. Eppure non mi sento diversa, nemmeno un po’.

    Forse sono già buona? O forse è quest’anno che è ancora strano, come quello scorso: con le mascherine addosso e le notizie costanti sui contagi, è il tedio l’emozione prevalente. O è il nuovo lavoro, così impegnativo, per il quale dicembre non è un mese scarico, ma anzi, è uno dei mesi più intensi: così la stanchezza non mi abbandona quasi mai, e anche se aspetto la fine dell’anno come se fosse uno stacco dalla fatica so bene che è un cambiamento più emotivo che fattuale, perché giorni di ferie non ce n’è.

    In tutto questo non percepisco il cosiddetto spirito natalizio: vedo le luminarie, sento il freddo, mangio i dolci, ma poi chissà.

    Mi è richiesto di essere diversa? Di fare altro, o di più, o di esibire qualcosa di particolare? Di dimostrare (più ancora che di essere) più buona, più attenta, più qualcosa.

    Tutte le persone a me più care, quelle più vicine, non mi chiedono nulla di tutto questo: nulla di diverso dall’essere me stessa, sempre, a prescindere da stereotipi, feste, emergenze.

    Per questo anche a Natale sono felice di essere semplicemente io, di essere sub, di appartenere, di sentire come sempre i brividi di desiderio che mi risalgono da in mezzo alle gambe, di agognare ancora colpi e umiliazioni, di avere pensieri che quelli, forse, no, in effetti, non corrispondono a quell’idea normalizzata dell’essere buoni.

  • Darsi il permesso

    Una volta avevo bisogno che qualcun altro mi desse il permesso.

    Non per una cosa specifica: in generale. Darmi il permesso di vestirmi carina, di andare da qualche parte, di avere stima di me, di mangiare determinate cose. Non ero in grado di decidere per me stessa: mi sembrava di non averne diritto, che fare o chiedere o prendere qualcosa solo per me stessa fosse un atto di presunzione intollerabile, che mi avrebbe ascritta tra gli stronzi.

    Avere un Padrone cui delegare questa parte della gestione di me che mi era così difficile era perfetto, liberatorio, lineare, consensuale. Perché mi era anche chiaro, a livello razionale, che non era corretto che una persona dipendesse dal permesso di qualcun altro. Non siamo mica più nel medioevo; se un’amica mi diceva “il mio ragazzo non mi permette di fare x o di indossare questo” mi indignavo (e mi indigno tuttora). Quindi poter negoziare in modo consensuale questa rinuncia di autonomia era l’uovo di Colombo.

    Per fortuna, una delle cose che mi venne insegnata dal mio primo, vero, Padrone era che avevo diritto a chiedere per me. Certo quell’insegnamento trovò molta resistenza da parte mia, e tornai indietro molte volte. Uno dei problemi fu che era un circolo vizioso: accettavo quell’insegnamento perché veniva da lui; andava bene perché non ero io, ma lui, con la sua autorità, a permetterlo. Interiorizzarlo era tutto un altro paio di maniche. Quindi una volta finita la relazione D/s persi colpi. Quello che era entrato dalla porta usciva dalla finestra (per parafrasare il modo di dire).

    Oggi, dopo tanto destrutturare e scavare per scoprire le mie radici, va molto meglio: ho (quasi) imparato a capire cosa desidero e chiederlo, o cercarlo, e questo mi rende non solo una persona più completa ma anche una migliore sottomessa.

    Poi, a tratti, faccio una gran fatica: mi dibatto tra i miei desideri inespressi, la frustrazione di sentire che meriterei di più ma non sono capace di accettarlo e l’attesa che qualcun altro mi legga nel pensiero e venga a realizzare quello che nemmeno io so che vorrei.

    Per fortuna, ho un Padrone. Per tutto il resto, c’è Mastercard!

  • Relazione

    Di rado nella mia vita BDSM ho fatto cose con qualcuno con cui non avessi una vera e propria relazione. Mi è capitato di ricevere delle sculacciate “una botta e via”, sempre e solo mentre NON ero in relazione, perché mai mi sarei permessa di fare alcunché con alcuno se fossi stata sotto Padrone: lo avrei vissuto come un mio tradimento, un mio non essere una brava schiava – e l’ho vissuto così anche quando talvolta ho visto altre persone con il consenso del Padrone! Tanto è innestata in me questa forma mentis di appartenenza e devozione. (Eppure ho un marito e continuo ad averlo, ma è come se fosse in un altro scompartimento, in un diverso comparto relazionale)

    Certo, una relazione è faticosa da portare avanti, per me che sono così tanto un’introversa. Richiede tempo, impegno, dedizione, investimento. E contemporaneamente, è fondamentale.

    La relazione amplifica le sensazioni che provo nel fare le pratiche BDSM: dà loro profondità emotiva, spessore, significato. Non accadono in un vuoto, non solo solo cose che si fanno (per quanto piacevoli, indubbiamente), ma diventano un modo per comunicare, per sentirsi, ovvero per sentire sé stessi e l’altro, cosa che amplifica tutto il sentire. Le pratiche allora esistono come mezzo e non solo come fine.

    Mi ricordo che il mio primissimo Padrone, Pietro, mi disse che senza la parte mentale quella fisica era insensata. Gli credetti, e in parte ritengo ancora che avesse ragione. Ma ho imparato che per me vale anche il contrario: senza la parte fisica, quella mentale diventa vuota. Vivo un bisogno letteralmente fisico del BDSM. Ho necessità che l’intensità del legame emotivo si concretizzi in atti fisici altrettanto intensi. Così come gli atti fisici aumentano di intensità all’aumentare dell’intimità relazionale. Arrivano più in profondità. D’altra parte, come si potrebbe realmente vivere fino in fondo una scena di degradazione e umiliazione senza avere un legame col proprio carnefice?

    Quel legame è per me vitale per scendere e anche per risalire da certi abissi: è la luce che guida verso casa; la mano che mi spinge sott’acqua è la stessa, l’unica, che mi può far riemergere.

  • Il mio desiderio viene per ultimo

    A tratti, in momenti difficili, o di stress, o di eccessive richieste da parte di altre persone cui fatico a tenere testa (ad esempio mia madre), insomma nei momenti di fatica, torna in me molto forte una sensazione viscerale, netta, con i contorni dell’assoluto, che si presenta alla mia mente come l’Unica Vera Verità: non ho diritto di desiderare, di chiedere. 

    L’unica cosa che mi è concessa è stare zitta e sperare, anelare, pregare perché il mio desiderio inespresso, o meglio che non può essere espresso, combaci con quello della persona di fronte e venga così soddisfatto – non perché l’ho chiesto io ma perché lo ha voluto l’altro, che è colui che può decidere. 

    In passato, senza capirlo bene, ho provato a traslare questo istinto nel BDSM dove ha acquistato un senso, una dignità, un riconoscimento, un onore. La schiava senza desideri propri è un’ottima schiava (dicono. Credo. Mi sono convinta). Ma in realtà è solo un modo orribile di stare, per me, perché si risolve in un labirinto senza uscita in cui mi dibatto: non una scelta ma un obbligo ontologico.

    Se fosse un kink vissuto consapevolmente, che avessi negoziato, andrebbe bene; se fosse una reale responsabilità che mi prendo e che propongo all’altro, perché possa assumerla con pieno e chiaro consenso, andrebbe bene. Ma è invece un istinto primordiale, un tracciato che è stato inciso in me da piccola, che percorro come se non ci fosse un’altra via. Che ho infilato subdolamente e inconsapevolmente nelle maglie delle mie relazioni, senza chiarezza, covando risentimento se l’altro non si prendeva quella maledetta responsabilità di soddisfarmi, di leggermi nella mente e fare quello che vorrei ma che non posso dire che vorrei. 

    Un poco alla volta questo labirinto è venuto alla luce. Ho alzato gli occhi e mi sono accorta di essere sia la scienziata che il topo. Ho capito che non c’era nessuna necessità superna che mi obbligasse a dibattermi in questo dilemma. Ho compreso anche, dolorosamente, che era una terribile red flag che sventolavo. 

    Nei momenti di fatica ancora ci ricado, il solco è così profondo. Ma il senso di liberazione, di sollievo, anche di gioia che provo quando infine riesco a divincolarmi da queste pastoie mentali e ad esprimermi, a dire: io desidero, io vorrei, io preferisco; ecco, in quel momento torno a respirare. Non è qualcosa che faccio per qualcun altro, né un’attesa di qualcun altro che venga a salvarmi.

    Mi salvo da sola, un faticoso ma fondamentale passo alla volta.

  • Quarantenne

    Leggo Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto. 

    All’inizio del libro, il protagonista giovane, bello e criminale ha fatto un’arte di sedurre le quarantenni per approfittarsi del loro denaro, o meglio di quello del loro marito ignaro. 

    Mi rendo conto d’improvviso che parla delle “quarantenni” come di una specifica categoria di donne le cui peculiari caratteristiche non vengono esplicitate ma sono autoevidenti: già solo dire “quarantenni” le inquadra molto bene, le rende riconoscibili: annoiate, parcheggiate in un matrimonio di comodo, ma estremamente vogliose e desiderose di andare a letto con un ventenne aitante. 

    Leggo e realizzo: io sono una quarantenne. 

    Di colpo questa categoria di cui leggo mi appartiene: parlano di me. O meglio, non proprio di me: di una generalizzazione in cui rientro, a nessun altro titolo se non l’età. 

    Faccio parte davvero di questa categorizzazione? Non quella anagrafica cui per forza di cose appartengo, s’intende, ma quella implicita. Corrispondo a questo stereotipo? 

    (Spoiler: no)

    E’ sempre curioso accorgersi di rientrare in una categoria stereotipata. Si pensa sempre che i modelli siano applicabili agli altri, una cosa in cui incasellare le altre persone, non se stessi: noi siamo sempre unici e distinguibili, ai nostri propri occhi, poiché conosciamo tutte le infinite sfaccettature che ci caratterizzano e che impediscono le generalizzazioni. Eppure, per gli altri non abbiamo la medesima empatia. Così, trovo divertente accorgermi di rientrare, ad occhi altrui, in un modello, solo sulla base dell’età, che si porta dietro altre caratteristiche. E’ sempre interessante riuscire a guardarsi da fuori. 

  • Il valore di quello che hai già

    Me lo spiega così il responsabile acquisti che ha bisogno di un’estrazione di dati del magazzino: se ha già in magazzino le quantità necessarie di quello che dovrà spedire ai clienti entro il mese, qual è il valore di quella merce? Quanto vale quello che hai già?

    Per un attimo mi sospendo. Un pensiero mi attraversa. Mentre mi riprendo e mi metto a spiegargli come estrarre quel dato nel programma, lascio che quel pensiero mi galleggi nel fondo della mente, aspetto che sedimenti.

    Qual è il valore di quello che ho già? Conosco davvero le mie giacenze? Sono consapevole di ciò che ho – e non dico solo le cose materiali, naturalmente, e nemmeno solo le relazioni che ho in essere. Ma le mie risorse, le mie capacità, i miei pregi (ma anche i difetti), le cose piccole ma buone, le nozioni che ho imparato, le memorie che conservo, i pensieri che penso. Tutte queste cose, che indubbiamente mi appartengono, hanno valore, anche se spesso non ci penso, o finisco per focalizzarmi invece su ciò che mi manca, su quello che dovrò acquisire o che penso mi sarebbe necessario.

    Ma io ho già delle cose. E per averle le ho pagate, con la fatica e il sudore e le lacrime, anche, talvolta. Qual è il valore di quello che ho già, per me? A questo voglio pensare. È questo un dato che desidero estrarre da me, perché mi è importante e utile conoscerlo.

    Perché quel valore esiste ed è più alto di quello che penso.

  • And then the world made sense

    Su FetLife seguo e leggo un’autrice molto brava, AncillaL. E’ una masochista piuttosto estrema, quindi spesso mi succede di trovare i suoi scritti un po’ eccessivi per i miei gusti. Ma ehi, your kink is not my kink but your kink is ok. Al di là delle pratiche, tuttavia, scrive molto bene (in inglese) ed esprime emozioni in cui mi rispecchio, o che mi fanno riflettere. 

    Ho letto di recente un suo testo intitolato “It always feels like the first time” dove dice che sa di avere sempre desiderato quelle cose, fin da piccola: la violenza, l’essere colpita, battuta, il sesso brutale; e che la cosa più sconvolgente, una volta provato, era stata che “it made the whole world make sense”: aveva dato un senso a tutto. 

    Anche per me è stato così: la prima volta che ho provato il BDSM ho pensato: non devo più stare a dieta. Che per me era rivoluzionario: non devo più inseguire un benessere: è qui. Non devo più cercare di andare bene: è già così. Mi è stato chiesto “Come ti senti?” Ed ho risposto – per la prima volta, allora, spontaneamente, perché sentivo che era quella la risposta giusta, e da lì in poi ho sempre risposto così a questa domanda in quel contesto – “Mi sento al mio posto”. 

    Ed era così. Improvvisamente il mondo aveva un senso. 

    Tutto era andato al suo posto, me compresa. Tutto andava bene, tutto sarebbe andato bene: ero pacificata, allineata con l’universo. 

    Nel tempo, sono cambiata io e sono cambiati i dominanti con cui sono entrata in relazione, e le cose non sono sempre state così lisce (mi sono anche rimessa a dieta), ma quella sensazione di senso non ha mai smesso di essere vera. Ho sempre ritrovato il senso di me stessa e del mondo nell’essere sottomessa, a terra, battuta, umiliata, costretta, aperta, denudata. 

    Quello che ricevo in quei momenti è molto di più di quello che appare: recupero la pienezza di me, la serenità del tutto, la pace di un universo colmo di significato.