subservientspace

for this is what I feel

Tag: controllo

  • Pilates semenawa

    Il pilates per me non è semplice ginnastica: è terapia fisica per mantenere in asse la mia schiena, dove le mie vertebre tendono a fare un po’ di testa loro. Il lavoro di rafforzamento del core (muscoli addominali e lombari) mi serve da busto naturale, per evitarmi dolore e pratiche più invasive e pericolose.

    Ma non solo.

    E’ terapia fisica anche nel senso che mi aiuta a mantenermi in contatto con il mio corpo, con cui ho un rapporto diciamo conflittuale. Ma ho bisogno di sentire il mio corpo, di scendere dalla torre d’avorio che è la mia testa e calarmici, diventare percezione fisica.

    In qualche modo, il pilates attiva sensazioni simili a quelle che provo in sessione. Simili ma contrarie: nelle corde mi lascio andare, sul reformer devo mantenere il massimo controllo, stringere muscoli, fare attenzione alla posizione della schiena, del bacino, delle gambe, di tutto.

    Eppure allo stesso modo finalmente spengo il vociare dei miei pensieri e sento col corpo. Respiro, riposo nello sforzo, mi rilasso nella fatica fisica.

  • La voglia e l’attesa

    Dopo avermi tolto il cappuccio e il morso, dopo avere finito di frustarmi, dopo un tempo infinito e dilatato in cui la mia coscienza si è espansa e disciolta, mi fai stendere a terra. 

    Mi metti sotto i tuoi piedi, davanti al divano. E resto lì. 

    Non succede niente. 

    Sento la pressione dei tuoi piedi nudi sul mio corpo nudo, sul seno e sulla pancia che hai appena segnato con la quirt. Sento i tuoi movimenti, seduto lassù, fuori dal mio campo visivo. Sento la pelle fremere, il desiderio scorrere, le sensazioni che ho provato sciogliersi e riempirmi. 

    Non succede niente. 

    Sto solo lì, sotto i tuoi piedi. E inizio ad impazzire. 

    Mi agito, striscio a terra le braccia e i piedi, tremo e mi muovo come se stessi subendo la peggio tortura. Ed in un certo senso è così. Non riesco a star ferma. La pressione dei tuoi piedi aumenta. E anche la mia agitazione. 

    Non ne posso più. 

    “Padrone, posso toccarmi?”, oso. 

    “No”. Senza appello. 

    Resto ancora lì, a smaniare sotto di te, a terra, bruciante, a sentire la tua presenza, senza poter fare niente, a soffrire della sola immobilità, umiliata dalla mia stessa voglia disperata, aspettando e sperando e anelando per un tuo ordine.

  • Corde

    Faccio fatica a lasciare andare il controllo, in generale; facendo corde, all’inizio sono tesa, ho sempre paura che succeda qualcosa, che ci sia un incidente, che mi faccia male, o di restare bloccata.

    Poi però la scomodità, il dolore, la costrizione, l’umiliazione mi portano via, portano via i pensieri. Mi fido e mi affido a chi mi mette in predicament.

    Una volta le corde non erano nelle mie corde (ah ah): venire legata era un esercizio che non mi diceva niente, non mi dava niente. La mia esperienza si limitava ad essere insalamata e sospesa per brevi momenti a qualche play party, per l’estetica della cosa, o su invito, ma senza un reale interesse da parte mia.
    Invece, poi, ho scoperto che potevano essere dolorose, costrittive in un modo che non credevo. Pensavo che si trattasse solo di estetica, di un esercizio di bravura del rigger. O di non essere io adatta perché poco atletica.

    Invece no: comunicano. Riesco a sentire attraverso le corde; certo ho imparato ad ascoltarle, e ho incontrato chi ha saputo usarle per trasmettermi qualcosa di significativo. Sicuramente, ho imparato a chiederle: ora le approccio in modo consapevole e dunque io stessa riesco a trasmettere quello che sento, poiché ora lo sento, mentre prima restavo indifferente.

  • Ubbidire

    Se lo chiedi a me, ti dico che ubbidire è bello.

    Ma bisogna volere bene a chi ti dà gli ordini, volere il suo bene; altrimenti non funziona.

    E anche viceversa: è necessario che chi dà ordini ti voglia bene.

    E ancora di più: bisogna sapere che chi ti dà gli ordini ti vuole bene, esserne consapevoli sempre, e fargli sentire che nell’obbedienza gli vuoi bene.

  • Appunti mentali

    E’ terribile a volte essere una che scrive. O una che pensa tanto. 

    Mentre sono nel predicament, mentre ricevo i colpi, mentre lecco i piedi al Padrone, la mia mente inizia a prendere appunti, a mettere in parole quello che sto sentendo, per poterlo poi scrivere, per raccontarlo, narrarlo, fissarlo. Per ricordarlo in descrizioni, oltre che in sensazioni. 

    Allora non sono più solo nel momento. Sono lì e contemporaneamente osservo. Come in un sogno in cui si è sia chi guarda sia chi vive quello che accade. 

    Non è una cosa che decido. E’ uno scollamento che accade da sé; un diverso modo – sovrapposto – di percepire quello che sto vivendo. 

    Le parole si mischiano alle sensazioni, la mente vigile si immerge nel corpo, non più in opposizione ma in comunione, per partecipare di questa totalità e poterla raccontare, poterla trattenere anche una volta riemersa dalle profondità. 

  • Percezioni

    Non ci si può fidare delle proprie percezioni. 

    Imparare a seguire la pancia (o l’istinto) è un lavoro: non è fare qualsiasi cosa ti venga, ma imparare a capire cosa senti, cosa è genuino, cosa desideri davvero, e cosa deriva invece da sovrastruttura, da ciò che hai imparato a desiderare, da ciò che hai interiorizzato come corretto o accettabile. 

    Spesso la mia prima reazione deriva da queste ultime impostazioni, non da ciò che sono davvero, nel profondo, dentro di me. La sovrastruttura è anche ciò che la propria psiche ha costruito per proteggersi: fuga, evitamento, lotta, negazione, esaltazione. Il mio primo istinto è il pattern, è il solco: è scavato così a fondo che sembra l’unica verità, l’unica via possibile: è così facile! mi viene così istintivo! dev’essere giusto. Invece no: proprio da questa percezione bisogna imparare a diffidare. 

    Dopo molto lavoro riconosco se un’emozione che provo è positiva o negativa, se l’attivazione che sento è disfunzionale o funzionale. Sento se questa emozione mi porterà cose buone o cattive, alla lunga, se mi farà bene o male. Ma lo stesso non posso impedirmi di provarla; non posso impedire che si attivi per primo lo schema. 

    Quello che posso fare è conoscerlo, conoscermi e imparare a disinnescarmi.

    Il che significa non solo farmi del bene, ma anche potermi innescare, se lo desidero. Lasciarmi andare al sentire profondo, al fluire burrascoso delle emozioni, all’incresparsi dell’anima.

  • Tutto sotto controllo

    Le mie regole, non quelle comuni.

    Il mio controllo, non uno esterno.

    Abbiamo entrambi questo fetish del controllo.
    Ogni giorno, in ogni momento, rincorriamo questo controllo. Della vita, del lavoro, della gestione delle cose; so bene l’ansia che ho se non ho tutto ben organizzato, preciso, pianificato: tutto sotto controllo.

    Mi prendi in giro su questo. Ma anche tu lo fai.

    Ti piace avere il controllo; e a me, poi, piace che il controllo di me lo prenda tu.
    Quando è il momento, lascio andare questo controllo: lo poso nelle tue mani e lascio che le tue mani mi leghino, mi blocchino i movimenti, mi costringano in posizioni dolorose e scomode. In quel momento, dipendo da te. Faccio sempre fatica a lasciare andare; ma quando infine lo faccio, sospinta dal dolore, avvolta dalle corde, stretta dalle catene, isolata nel cappuccio, immobilizzata e vulnerabile, in quel momento respiro veramente libera.

  • Distanza vs lontananza

    Nella distanza fiorisco: mi sento un aquilone, che vola in alto ma sempre ben assicurato alla fune che lo lega al suo padrone. Quella fune, che controlla lasciando volare, è per me la distanza verticale del D/s, il senso di appartenenza, il legame che mi fa sentire protetta: una cessione di potere che però mi permette e anzi mi incoraggia a migliorare. Una guida.

    La lontananza, al contrario, mi distrugge. Lontananza è assenza, disinteresse; è parlare del tempo, fare finta che vada tutto bene, mancanza di comunicazione. E’ tempo e chilometri e pensieri che si mettono in mezzo e diluiscono le emozioni (come invece la distanza le intensifica).

    La lontananza è far volare via l’aquilone, fino a far spezzare la corda, o finché non finisce e sfugge dalle mani del controllore. Allora è perduto, e la speranza di ritrovarlo incastrato in un albero è poca, e anche se lo si ritrova non è detto che si possa aggiustare.

    Nella distanza mi accomodo e attendo.
    La lontananza invece mi spinge all’isolamento; mi porta ad allontanarmi ancora di più per non soffrirla. Rischio così di perdere di vista l’altro capo della fune, di non saper tornare e di lasciarmi scuotere dalle intemperie emotive che mi trascinano via, fino a farmi male.

     

    In questo nuovo lockdown, in questo distanziamento forzato, torno ad accucciarmi dentro di me nel mio luogo sicuro dove attendere, fiduciosa della tenuta della fune.

     

  • Forced orgasm

    L’orgasmo forzato è una terribile, meravigliosa tortura.

    Sembra stupendo, no? Come può essere una tortura una cosa favolosa come un orgasmo? Eppure.

    Dopo avere goduto il corpo trema, desidera un po’ di tranquillità per assaporare il piacere provato; il clitoride ancora duro, sensibile, le labbra gonfie, l’interno che si contrae, il liquido denso che cola: dopo il primo orgasmo la figa si aspetta riposo. Dopo averne provati altri, inizia a chiedere tregua. Ad un certo punto, implora pietà.

    Urlo che è troppo, vorrei che smettesse, che mi lasciasse stare: ho goduto, davvero, tanto, sono a posto. No, non è vero che sono a posto: la verità è che non ne posso più.

    La vibrazione continua mi devasta. Sento tremare persino le ossa del bacino. Il clitoride, pure esausto, non riesce a smettere di godere, non diventa insensibile, anzi, diventa sempre più sensibile e mi fa impazzire. Mi sento pulsare e contrarre a vuoto, e ogni contrazione aumenta l’intensità dell’orgasmo, finché non faccio che urlare e sbavare, gli occhi girati all’indietro, la lingua di fuori. Mi aggrappo al bordo del letto, cerco persino di scappare, di sottrarmi a quell’aggeggio infernale che vibra, vibra e mi scuote fino nelle viscere. E intanto godo, senza scampo.

    Sono solo corpo, solo fluidi che colano: il cervello è obliterato dal sentire continuo, intenso, inesorabile e devastante.

  • Qualsiasi contatto è meglio di nessun contatto

    Io sono una persona cui non piace essere toccata. Rifuggo la vicinanza fisica con l’umanità. Ho un forte senso dello spazio personale: se qualcuno si avvicina a meno di un metro da me inizio a sentirmi a disagio; nulla mi dà più fastidio di un abbraccio improvviso, di un grattino, di un contatto non atteso, non voluto. Mi chiudo a riccio, e sento salire gli aculei.
    Io stessa quindi sono molto parca di manifestazioni fisiche di affetto o vicinanza. Se lo faccio, se abbraccio, stringo, tocco, vuol dire che davvero ci tengo, che davvero ho capito quanto sia importante questo contatto per l’altro – e per me, che tengo a questo altro da me.
    Ci sono poche persone che ammetto nella mia sfera personale. Poche persone di cui apprezzo e desidero il contatto fisico. Si contano sulle dita di una mano di un operaio sfortunato.
    In compenso, con il mio forte senso dello spazio personale, avverto quasi fisicamente quando una di queste persone vi entra – prima di qualsiasi contatto. Allora tutto il mio corpo ed il mio essere si tendono nell’attesa, nella speranza di quel contatto. Che, se non arriva, mi lascia spossata e triste.
    Quindici secondi di mani intorno alla vita. Tre secondi di carezza sulla testa.
    Qualsiasi contatto è meglio di nessun contatto. Una mano sul collo; una breve sculacciata; una tirata di capelli. Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Ma quando il contatto è breve, non fa che aumentare il mio anelito ad un contatto più prolungato. Ma qualsiasi contatto, anche minimo, è pur sempre meglio di nessun contatto. Credo.
    Per sentirlo vicino, presente; per sentire che gli fa la benché minima differenza che io sia lì o meno. Per sentire vicinanza, appartenenza, possesso, gioco.
    Io con il mio essere così refrattaria al contatto fisico, ne vivo la necessità ad un livello così profondo da esserne a malapena consapevole.