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Tag: piacere

  • Sindrome di Stendhal

    Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice
    Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice

    Visitando Galleria Borghese a Roma non posso impedirmi di restare estasiata a guardare le statue meravigliose al centro delle stanze; giro attorno alla meravigliosa Paolina Borghese del Canova e resto ammirata e affascinata.
    Mi prende una strana specie di Sindrome di Stendhal: invece di sentirmi male, mi eccito.
    Mi curvo e inclino la testa per osservare i dettagli; il marmo bianco pare carne viva, nelle pieghe voluttuose, nelle curve sinuose di questo corpo femminile seminudo.
    Vorrei passarvi una mano, le labbra; vorrei carezzare questa donna, convinta quasi che la troverei calda, anche se so che è fredda pietra. Vorrei seguire con le dita quei solchi, infilarle sotto il drappo, scovare dettagli che non vedo.
    Osservando quest’opera d’arte sento un brivido solcarmi la pelle, incresparmi i capezzoli, risvegliarmi il sesso.
    Vorrei allungarmi ed adorarle quei piedini meravigliosi, baciarli e passarvi il viso.

    Paolina piedi

  • Venire aperta ed aprirsi

    Alzo la testa solo per un istante, quanto basta perché l’immagine dell’enorme strap-on nero che Lei indossa mi baleni allo sguardo e mi si imprima nella retina. Riabbasso il capo e tremo di aspettativa.
    La mano di Lui mi solleva per i capelli e mi sposta, facendomi mettere piegata contro lo schienale del divano.
    Lei mi accarezza il culo, mi graffia, mi schiaffeggia. Me lo appoggia e spinge.
    E’ grosso. E’ duro. E’ freddo.
    E’ spaventosamente freddo; mi ghiaccia dentro. Spinge contro il plug che preme in risposta. Lei inizia a muoversi.
    Stringo i denti, contraggo il viso in una smorfia e d’improvviso eccolo: “Crampo!”, strillo.
    Non è la safeword ma è una comunicazione sufficientemente chiara.
    Lui entra nel mio campo visivo, accorre per aiutare; Lei si blocca: “Dove?”, chiede.
    Non ho tempo di vergognarmi né di elaborare una risposta più pudica: “Alla figa!”, esclamo.
    C’è un attimo di sospensione; poi Lei scivola fuori, dandomi sollievo, mentre Lui scoppia a ridere. Rido anch’io, conscia dell’assurdità della cosa. “Era troppo freddo”, spiego, mentre Lui si rotola sul divano dalle risate.
    Dopo qualche minuto il dolore ed il freddo sono passati, ed il dildo di silicone è stato scaldato sotto l’acqua calda. Quando mi torna dentro è tiepido.
    “E’ ancora freddo?”, chiede Lei.
    “E’ ancora grosso”, rispondo io.
    Li sento ridacchiare.
    Lei spinge. E’ davvero grosso, ma poco alla volta mi lascio andare, mi lascio aprire. Inizio ad ansimare e a gemere. Lui viene a stendersi sul pouf del divano davanti a me; intravvedo il suo sorriso sardonico. Cerco di nascondere il viso nei cuscini, mentre sento crescere il piacere che provo.
    “Guardami”, ordina.
    Alzo il viso piano; il mio sguardo inciampa nell’evidente rigonfiamento nei suoi pantaloni, ma lo so di non avere il permesso di guardarlo, quindi proseguo ad alzare gli occhi fino al suo volto.
    Sogghigna.

    Lo strap-on è duro e insensibile; lo sento, lo so. Mi scopa senza riguardo, non avverte dolore o fastidio.
    La mia Lady ne è cosciente e si muove con cautela, all’inizio. Lo fa entrare poco alla volta, spinge piano; ne entra un po’, poi un altro po’. Si muove con delicatezza, con quel grosso coso nero.
    Io mi sento aprire. La differenza con uno vero è evidente, ha una durezza che la carne non conosce; è una specie di indifferenza. Lo strap-on non ha mai finito, non è mai placato; non si può sperare nella pietà offerta da un suo orgasmo. Resta sempre duro.
    Penetra sempre più a fondo; la sua cattiveria si unisce all’attenzione della mia Lady nel mettermelo e al divertimento del mio Padrone che guarda. Sfonda le mie barriere anche mentali; rilasso infine i muscoli e mi lascio penetrare. Mi puntello come posso nei cedevoli cuscini del divano per oscillare in risposta, per andare incontro, per farmi aprire di più. Ora è caldo e scivola, lubrificato dai miei umori.

    Non ce la faccio più: godo.
    Mi sento paonazza in viso, bruciante di vergogna a dover guardare il mio Padrone, a mostrarmi a Lui così cagna e così in calore, ma non riesco più a imperdirmelo: ho abbandonato infine quel controllo cui tengo tanto, sono sciolta nella Sua volontà.
    Non riesco più a fermarmi, non voglio: ora è Lui il mio unico limite.
    Ottenuto il permesso, godo.

  • Arrotare

    La “r” di “rosso” che tremola tra la lingua e i denti; produce bollicine sul palato ma non esce.

    Ho goduto?
    Non lo so. Troppe sensazioni, piacere, dolore. Il vibratore sulla figa, i colpi sul culo.
    Forse ho goduto: i colpi successivi fanno estremamente male, sono più sensibile.
    Forse no: la tensione non si allevia anche se il clitoride ormai mi duole e basta; anche il piacere è diventato una tortura.
    So solo che strillo e salto.
    E quando il cane cala per l’ennesima volta, sulla coscia stavolta, urlo un urlo di gola, di dolore che morde atroce e crudele e in quel momento lo sento: sento il Suo piacere sadico nell’infliggermi quel dolore che è solo terribile dolore – e non dico la safeword. Aspetto il colpo gemello sull’altra coscia (che non tarda ad arrivare) e mi contorco.
    Una parte di me si dispera: perché mi odia? perché mi fa questo? Ma un’altra parte sa: questo è quello che ho scelto, questo è quello che voglio. Mettermi al servizio del Suo piacere, abbandonare il mio solo desiderio egoista e lasciare che Lui si diverta. Il mio piacere non sia più solo il rumore bianco di un orgasmo devastante che annebbia il cervello, ma sia il faticoso assaporare di riflesso ciò che Lo rende felice.

    Aspetto ancora qualche attimo, la safeword arrotolata sulla punta della lingua, abbarbicata e pronta; comunque non posso, non potrei proseguire, non ce la posso fare più. Ma Lui posa gli strumenti.
    Mi accarezza, mi passa le mani calde sulle cosce martoriate. Ha finito, capisco che ha finito. Mi rassicura, mi blandisce senza dire una parola; solo le sue mani addosso, a contatto, delicate ora.
    Non mi sta davvero accarezzando; non sono propriamente coccole. Mi passa le mani sui segni e so che apprezza i solchi in rilievo lasciati dal cane. Il suo gesto è deciso, forte senza essere duro. E’ sempre la mano del Padrone, solo di diversa qualità.
    Mi morde, sento il sentore umido della Sua bocca, i denti che mi stringono la carne. Penso: mi divori, Padrone; non lasci nulla di me.
    In quel momento smetto di singhiozzare ed il respiro mi si fa più calmo, lento e profondo. Lentamente, ritorno.
    Mi fa alzare e mi accompagna a stendermi alla mia cuccia; barcollo e crollo distesa. Mi accarezza la testa e mi stende addosso una coperta di pile azzurro; ne assaporo il tepore.

    Senza quasi accorgermene, scivolo in un confuso dormiveglia fatto di immagini della sessione appena conclusa, delle voci dei Padroni che chiacchierano, del bruciore dei segni sulla carne che struscia sulla stoffa.
    Mi lascio avvolgere in quell’oblio, e riapro gli occhi solo per guardarLo.

  • Variazioni di tensione

    Quando finalmente parto, sono tesa di aspettativa; pregusto cosa potrà accadere, come potrebbe accadere. Ansimo da sola, il sesso che si contrae, la pelle che si increspa sotto i jeans.
    Quando arrivo la tensione svanisce nel nulla, come una nebbia che si alzi all’improvviso. Non sento più bisogno di mangiare, né sete, né nulla; spariscono la fame nervosa, l’aspettativa. Seguo i Padroni docilmente, attendo un’attesa pacata, serena, vuota.
    Poi, se l’attesa si protrae, torno a sentire la tensione del desiderio, la speranza di giocare. Guardo il Padrone di nascosto e penso: la prego, mi metta le mani addosso. Tutto il mio essere si tende pregando per una carezza, un colpo, una stretta.
    E’ incredibile quanto sottile sia la differenza tra prima e dopo. D’improvviso vengo bendata e posta contro il tavolo, la televisione ancora accesa, e tutto cambia. Un attimo seduta a terra a guardare qualche programma su sky, un attimo dopo pronta ad essere usata.
    Sento cambiare la tensione in me; l’attesa è quasi terminata e questi istanti sono carichi di una potenza, di una paura che assaporo come un profumo prima del gusto.
    Gli occhi chiusi dalla benda, sento i Padroni muoversi vicinissimi a me; fruscii, bisbigli, tintinnii. Si accende un ronzio che non conosco e vibro in risonanza. Non so cosa sia, non so cosa mi stia per accadere. Mi inarco; mi tendo senza rendermene conto; salto sotto il tocco del Padrone.
    Poi, di colpo, smetto di avere paura.
    Inspiro ed espiro, a fondo. La tensione nelle viscere si scioglie, il cuore mi si distende e mi affido. Farà male? sì. Sarà inaspettato? sì. Sarà intenso? sì. Ma non ho più paura. L’attesa è finita, ora vivo istante per istante; ricevo ciò che mi viene donato con gratitudine e strilli.
    Mi faccia ciò che desidera, Padrone: sono sua.

    Neon Wand

  • Rilascio

    Dopo che l’elastico si è teso tanto che ho temuto si spezzasse – che mi sentivo così spenta da arrivare a credere che non avrei più avuto voglia – sono arrivata dal Padrone quasi in sospensione onirica, ed ho atteso.
    Atteso di vedere se fossi davvero sulla cima di una collina pronta a rotolare giù, e se mi sarebbe stata data una spinta, o se non fossi invece su un prato piano e piatto, pieno di fiori e di noia.

    E tutta la tensione accumulata invece si è rilasciata in un colpo solo, in un pomeriggio che mi ha ridotta ad una polpetta cruda, ad un ammasso di macinato informe, manipolato e rattrapito che implorava pietà.

    Ora, lascio che il vento mi passi sulla pelle nuda, la testa reclinata sulla Sua coscia. E resterei qui per sempre, per sempre; ad assaporare la carezza forte delle Sue mani così grandi, delle Sue dita dietro l’orecchio, a scodinzolare mentre i segni virano dal rosso al rosa o dal rosso al nero, tanto colma di gratitudine da sentirmi traboccare.

  • Ombre

    Come un bambino che ha paura del buio e chiude gli occhi per non vedere il mostro che si nasconde e si svela tra le ombre, tengo le palpebre serrate. Sento con gli altri sensi, ascolto il tumulto del mio cuore e non voglio vedere niente; un’incomprensibile paura mi attanaglia. E con essa, fortissimo il desiderio di guardare.
    Prendo coraggio e dischiudo gli occhi.
    Sulla sua coscia vedo stagliarsi l’ombra del mio profilo, la bocca aperta, la lingua di fuori. Lo stomaco mi si contrae e rinserro le palpebre, solo per riaprirle ancora poco dopo, soverchiata dal desiderio di guardarlo.
    Alzo timidamente lo sguardo e spero di non incontrare il suo.
    Osservo briciole di realtà; rubo scampoli di visione. Gli occhi socchiusi, le pupille corrono a guardare vicino, vicino, lontano, vicino, sopra, vicino. Richiudo gli occhi e ascolto.
    Mi sale dentro la marea e smetto di combatterla, di ricacciarla giù al grido di “è sbagliato”. Ormai quella voce non è più che un vecchio guardiano del faro, che sbraita contro gli scogli; ma il mare non lo ascolta più: mugghia il suo richiamo e si abbatte sulle scogliere, inondando la riva, sommergendo i dubbi, i forse, i sensi di colpa. Tutto rimane coperto da una schiuma bianca e dall’agitarsi convulso dei pesci.
    Quando si placa la marea, rimango ansante e fradicia a contemplare la distesa infinita delle acque, le rocce lucide, spazzate dal vento. Allora sì, tengo gli occhi aperti e mi lascio riempire dal tramonto che filtra rosso tra le nubi.

  • Distrazione

    Quando per caso o per scelta capito su un sito di hentai, difficilmente riesco a staccarmene subito. In preda a una specie di droga, di frenesia, clicco sulle immagini, procedo nelle tavole e guardo, guardo questi disegni così dettagliati, così porno, spesso così pervertiti e così pieni di umori che colano e schizzano. Prima che me ne renda conto è già passata almeno mezz’ora, un’ora, e le mie mutande sono nelle stesse condizioni di quelle delle protagoniste di quelle storie. Mi sento scivolare e realizzo in che stato sono ridotta ben prima di andare a controllare; faccio passare una mano nei pantaloni e trovo un bagnato vischioso che mi incolla gli slip al sesso, e che spesso mi ha infradiciato al punto che cola attraverso il tessuto spesso dei jeans.
    Allora chino la testa arrossendo e scuoto il capo, incredula di potermi bagnare fino a questo punto. Eppure.
    Potrei venire in un attimo; basterebbe far scivolare un dito in circolo due volte, veloce, guardando quelle immagini, lasciandomene travolgere, e potrei venire subito.
    Quasi mordo il tavolo per impedirmelo. Mi sfioro e mi obbligo a spostare la mano. A fatica.
    Non ho il permesso di farlo.
    E mi assale la consapevolezza allora di quanto spesso lo facessi, prima; di quanto il porno mi distragga da qualsiasi altra cosa e mi porti via, in un mondo umido, torbido e ansimante; e quanto mi piaccia immergermi in quel mondo, lasciarmi lambire dalla sua corrente vischiosa, lasciarmi trasportare dalla sua marea.

  • Aperta

    Vengo tenuta aperta.
    Seduta sul divano, le gambe larghe, il Suo braccio che mi pesa sul petto e mi tiene giù. Tengo gli occhi chiusi: forse, spero, se io non vedo loro, loro non vedranno me; non mi vedranno così esposta, così bagnata, così spaventosamente in balìa del piacere. So che è solo un’illusione, e anche da dietro le palpebre posso intuire i sorrisini che hanno in volto. Sorrisi compiaciuti, derisori.
    Vorrei seppellirmi; vorrei scappare; vorrei nascondermi. Gemo e gorgoglio mentre mi masturbano.
    Sento le unghie di Lei incidermi la carne, e il dito di Lui farsi strada in me. Strillo. Mugolo un “no” che non è un no. Godo e non riesco a impedirmi di godere.

    Dopo, il Padrone mi sfotte: “Te la stai godendo un bel po’, eh?”. Sghignazza.
    Che stia godendo un bel po’ è indubbio. Ma che “me la” stia godendo, è tutto un altro discorso. Quasi quasi, preferirei prendere colpi di cane e di frusta, piuttosto che essere obbligata a venire così tanto; gli orgasmi che si susseguono sotto lo stimolo che mi viene imposto mi mettono di fronte all’evidenza della mia predisposizione al piacere, che non credevo tanto potente.
    Una volta mi è stato detto: è bello che sei così responsiva. Mi era piaciuto il termine. Lo faceva suonare come una cosa dolce.
    Adesso, sento il Padrone sibilare: “Troia”, ed è una stilettata nello stomaco, che si contrae in una morsa. Le guance mi avvampano e mi sento bagnare in mezzo alle gambe.
    Questo piacere che sento così forte, cui vengo obbligata contro la mia volontà, mi umilia e mi trasforma in una bestia in calore. La vergogna che provo mi rimescola dentro. L’umiliazione mi riverbera addosso per giorni, fino a sentirla quasi costante.

    L’orgasmo mi viene inflitto come una frustata che mi colpisce l’anima.