Ho sollevato la mia marea nella ricerca di una spiaggia su cui gettarmi a riposare.
Ho lasciato che il mio cuore si gonfiasse e coprisse gli scogli delle coste che mi venivano incontro, che mi si offrivano fingendosi accoglienti. Le mie stesse emozioni in piena mascheravano le asperità e mi illudevano.
E quando andavo a frangere i miei flutti, mi schiantavo sulle rocce aguzze, tagliandomi; ferita risaccavo e allora mi apparivano tetri gli scogli, che mi accusavano di non essere stata abbastanza in piena da superarli, da smussarli.
Era colpa mia la presenza dei rift, delle barriere frangiflutti di cemento; questo mi veniva detto. Anche se quando arrivavo le trovavo già lì, anche se mi gettavo con tutta me stessa in piena per scagliarmici oltre, sempre mi respingevano accusatorie.
Finché non ho seguito umiliata la mia risacca. Sono tornata indietro in me stessa, respinta. Ho lasciato le coste, credendo di non esserne degna. Mi sono gonfiata negli abissi al largo, ritirandomi.
Sciabordando ho lambito altre coste, timorosa. Stavolta no, non mi ci sarei slanciata, no, sarei rimasta bassa marea, trattenuta e rancorosa.
Ho trovato sabbia bianca e corallo. Barriere leggere che si lasciavano accarezzare dalle mie onde; possenti, immense, ma profonde e placide, non innalzate sopra il livello del mare a ergersi contro.
Un poco alla volta ho lasciato che la mia marea crescesse e tornasse a fidarsi e, infine, a frangersi in piena su quella spiaggia; e la spiaggia ha accolto i miei flutti feroci e salati, mi si è distesa davanti e mi ha lasciata stendermi, aprirmi, a perdita d’occhio; mi ha permesso di rilasciare la potenza del mio cuore in piena senza ostacolarmi.
Ora pacifica mi ritiro indugiando, lasciando conchiglie come doni preziosi; mi rilasso nel ritmo naturale della mia marea, senza più sentirmi in colpa di essere oceano.
Categoria: impressioni
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Dedicata al mio Padrone
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Serva di scena
Datemi mille anni da vivere come servo di scena, piuttosto che come primadonna.
La primadonna vive nell’affanno di una perenne insoddisfazione, all’inseguimento di una parte più importante, più ampia, di più battute, del proscenio. Mai contenta, mai appagata, sempre a scalciare, in lotta con le altre per rubare il palcoscenico, per prendere la luce e mettersi in mostra.
Il servo di scena lavora nell’ombra, in secondo piano, magari non ha nemmeno battute da dire; sposta gli oggetti, lavora sul palco e dietro le quinte, organizza, manovra, fatica. Non per sé, ma per lo spettacolo. Lavora perché tutto sia in armonia e la rappresentazione sia un trionfo per tutti. Umile, silenzioso, libero.
Libero di muoversi dove e come è meglio che vada; libero come un servo. Non deve mantenere la postura, non ha un contegno da esibire, un ruolo da ostentare; non ha un costume che lo impaccia né una parrucca che lo intriga. Non deve restare seduto impettito su uno sgabellino a fare il conte o la marchesa mentre magari un velario cade o si rompe un mobile sul palco; può correre avanti, chino, fare e brigare, recuperare gli oggetti caduti, aggiustare, sistemare e liberare la scena. Essendo sé stesso, mostrandosi qual è: servo di scena.
Un ruolo basso? Sì, come sono basse le fondamenta di un edificio.
Senza una primadonna si lavora ugualmente; ce ne son altre subito pronte a prendersene le battute.
Senza servi di scena uno spettacolo non si regge in piedi.Datemi da essere serva di scena, da lavorare libera, con l’orgoglio di sapere che ciò che faccio è prezioso, senza necessità di ostentare ma con la consapevolezza di sapere esattamente come funziona il delicato e preciso meccanismo del teatro, con la pacata imperturbabilità di sapermi indispensabile anche se la primadonna non lo sa.
L’umiltà ha una grandezza che l’orgoglio non conosce.
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Non voglio più
Dal piacere più intenso al dolore più atroce.
Dall’eccitazione più voluttuosa all’angoscia più parossistica.
In un istante.Non è facile la mia via, ancora dopo anni la strada è accidentata, cado, mi sbuccio le ginocchia e piango. Piango.
E mugolo "non voglio più".
Come se chiudermi al mondo, a me stessa, alle mie oscure pulsioni potesse liberarmi e placarmi, potesse farmi stare bene. La ghisa non sente, il ghiaccio non ode, il piombo non soffre. Invece sì. Intrinsecamente.Voglio ancora, invece.
Mi rialzo, mi asciugo le lacrime. Ancora una volta, sulla via. Imparato qualcos’altro, un altro frammento di me va a posto e ne appaiono altri, prima invisibili, da sistemare.
Il dolore viene sparso, schizza i volti delle persone a cui voglio bene; lavarlo via è sempre difficile. Ma è l’unica cosa da fare.
E riprendere il cammino, più sincera, più completa, più segnata di prima.Ed è giusto così. Il cuore si rimargina piano, nuove cavità accolgono nuove sensazioni, all’infinito. E’ immenso e solo io non me ne rendo conto.
Posso amare all’infinito. -
Pensieri
Mi frusteresti?Leggo il tuo blog, con te ben presente nella mente. Subito fatico a collegare te, solare, e la creatura calda e crudele che esce da ciò che leggo. Le tue risate, la tua simpatia, la tua allegria… e poi la tua frusta rossa. Ecco.
Mi hanno detto di te: ha quei cinque, dieci, cinquanta mila neuroni in più che servono, che fanno la differenza. E’ vero. L’attenzione che poni a chi hai sotto. L’intelligenza nella crudeltà. La dolcezza nel sadismo, e viceversa: il sadismo nella dolcezza. Lo leggo in ciò che racconti.
Il tuo blog parla dei tuoi desideri, di quello che fai e che provi; della devozione del tuo schiavo. Parole meravigliose, splendide sensazioni, feroci sentimenti che mi colpiscono.
Lo sento da sotto. Dalla mia posizione di sottomessa. Percepisco, comprendo. Dev’essere molto bello stare sotto di te, condividere, subire. Sento l’alchimia speciale che si può creare tra Dom e sub, traspare dalle descrizioni; mi sembra di sentire il dolore fisico, la sofferenza della mente, del cuore.
Ammiro la meraviglia del puro dono di sé, al di là del dolore e del tornaconto di piacere. Ne sarei in grado? Non so.
Ho invidiato chi, steso, ha potuto portarti sopra di sé. L’affondare dei tacchi nella carne, il premere del piede, lo schiacciare a terra. Avrei voluto stendermi lì e farmi calpestare anch’io.Nulla; è solo la sensazione di un momento, il farmi trasportare dalla marea sorta dalla lettura del tuo blog: i pensieri si concatenano, la mente vaga e si disperde nella carne scaldandola, lasciandosene inebriare.
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Impressione
Non credevo esistessero tanti film BDSM. In tutte le varianti. Inizialmente non ero particolarmente interessata a guardarne, non ne ho mai cercati. Mi è sempre bastata la mia fantasia, per queste cose "strane", oppure i fumetti, che essendo più statici mi permettevano maggiore interpretazione. La pornografia l’ho sempre guardata "normale". (Le virgolette sono davvero d’obbligo).
Ora il mio Padrone invece ne ha trovati di interessanti, li guardiamo insieme. All’inizio e alla fine del filmato la protagonista fa sempre due chiacchiere; prima, per definire cosa le verrà fatto e dare il suo consenso; dopo, sporca, lacera, contusa, con le guance rigate di lacrime, ride e scherza e dice quanto le è piaciuto. In mezzo capita di tutto.
Lui ne è molto compiaciuto. Io invece ne resto quasi turbata.
In particolare i filmati di Public Disgrace. Belle ragazze condotte seminude, esposte, legate per strada. Fissate a pali, alberi, panchine, e lì frustate e scopate, davanti a passanti ignari, incuriositi e perplessi (anche discretamente scandalizzati, ma hanno più l’aria di pensare "dev’essere una candid camera").
Sulle prime credevo fossero falsi. O meglio lo speravo. Eppure sembrano reali.
Nelle mie fantasie c’è sempre qualcosa del genere, mi eccita. Invece, guardarle accadere realmente mi turba. Ho sempre un profondo senso di disagio. Mi si strozza in gola il panico: sono davvero in mezzo alla strada, la gente le guarda, è pieno giorno.
Inoltre mi inquieta il dolore. In altri filmati, più pesanti, una ragazza è al centro di una folla di gente che le fa di tutto. Viene pizzicata con un lungo accendino piezometrico, di quelli che danno la scossa. Le smorfie, il dolore, è tutto reale. Mi terrorizza, mi turba, mi disturba.
Ma se mi penso nella medesima situazione, a subire le stesse cose, il sesso mi si scioglie e fremo di desiderio. Desiderio dell’umiliazione, dell’esposizione, del dolore.
Non sono a mio agio come spettatrice. Come protagonista, sì, molto. -
Fantasia
Seduta sulla mia poltrona in ufficio.
Ho voglia ho voglia ho voglia.
Mi sento la figa aperta, bagnata, vogliosa. La poltrona scompare sotto di me, immagino un cazzo enorme, duro, disincarnato, che mi apre, mi si infila dentro, fino in fondo, mi sbatte, mi entra e mi esce con forza, mi allarga la figa. Mi sento colare.
Sento mani che mi afferrano i polsi, mi costringono le braccia dietro la schiena, mi forzano e mi piegano, mentre il cazzo mi sbatte con più violenza, senza riguardi.
Altre mani mi palpano rudemente le tette, il culo, mi allargano le cosce, le chiappe, mi strizzano i capezzoli, mi tengono ferma; dita mi si infilano in bocca, mi forzano le labbra e si fanno succhiare.
Un altro cazzo mi si appoggia sulla faccia, si struscia, è umido, cola dalla punta un succo salato che ha retrogusto di urina, mi entra tutto in bocca e me la scopa, spingendo con forza fino a soffocarmi, altre mani mi afferrano per i capelli, tirandoli, per tenermi ferma la testa.
Ecco un altro cazzo, questo si apre la strada nel mio culo, premendo, lacerando, mi sfonda brutalmente.
Vengo scopata ovunque, forte, violentemente, mi sborrano dentro, riempiendomi; nessuno bada a me, sono solo un buco da scopare, un buco per sborrare; per ogni cazzo che sborra ed esce soddisfatto ne entra un altro, a ciclo continuo, sono qui per essere usata e mi usano, mi usano. Quelli che attendono il loro turno si masturbano con foga intorno a me, palpandomi, schiaffeggiandomi, pisciandomi addosso.
Non ho più percezioni sensate, lineari, sento solo i cazzi, le mani, la sborra; i volti non esistono, si accavallano solo sensazioni fisiche, il mio venire aperta in tutti i modi in cui posso venire aperta.
Squilla il telefono e torno sulla terra, nel mio ufficio, seduta immobile davanti al computer, gli occhi persi nel vuoto e la figa terribilmente bagnata, tanto da essermi inzuppata anche i jeans.
Un giorno sporcherò anche la sedia, lo so.
E questo pensiero non fa che farmi sentire più troia e farmi eccitare di più.
Appena posso, scappo in bagno a masturbarmi. -
Voglia / bisogno
Ho voglia, ho voglia, ho voglia.
Di più: ho bisogno.
Ho bisogno di una sculacciata, di venire legata, obbligata, ho bisogno che mi venga fatto del male. Ho bisogno di venire punita.
Lo so: suona malato. Forse lo è.
Ma desidero con tutte le mie forze strisciare a terra, venire schiacchiata sul pavimento, venire annullata.
Azzerata.
Potermi sentire indegna, e risorgere nelle attenzioni del mio Padrone. Venire battuta senza pietà, piangere, e venire salvata da una carezza. Potermi sentir dire "brava" mentre la carne brucia.
Voglio solo poter essere brava. Voglio solo poter servire. Poter strisciare.Chi sono io? Nulla. Cosa vorrei essere? Tutto.
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Quiete
Oggi, adesso, sono placata.
La rabbia, l’inquietudine, nulla.
Come nell’occhio del ciclone. Tutto vortica ancora, la potenza distruttiva non è finita, bisogna ancora avere paura.
Estraniata, sospesa come in un sogno.
Non so più chi sono, o cosa voglio.
Forse non so ancora chi sono o cosa voglio.
Fisso il vuoto e nulla più. -
Sentirmi
Quanti ricordi, riaprire la pagina di Splinder. mi è sembrato di sentire l’odore che aleggiava intorno a me mentre scoprivo cosa significa bdsm, navigando in rete e chattando con altri. Profumo d’inverno, di divano.
Mi concedo qualche altra riflessione…Ci sono giorni in cui mi sento la figa. E’ una strana, bellissima sensazione. Percepisco con chiarezza l’apertura, il pozzo profondo del mio sesso che mi sale dentro, aperto, invitante, pieno di desiderio. Sento il mio sesso che si estroflette nella clitoride, protendendosi voglioso all’esterno, e poco più sotto rientra in me, inerpicandosi verso l’interno in modo altrettanto voglioso.
Mi fa sentire consapevole, ferocemente carne.
Vorrei vivere sempre così, sull’orlo della mia figa, sentendomi sempre calda, umida e gocciolante.
Come un personaggio di un fumetto porno, come una donna di Baldazzini, sempre sessuale, sempre carne, sempre con la figa in primo piano. Sempre con il sesso sveglio e pulsante.
Provare desiderio costante, sempre crescente, che gode di effimeri e profondi appagamenti, per poi tornare subito a desiderare ancora, e ancora, e sempre di più.
Quando sono legata o impossibilitata a soddisfarmi, che sia bloccata da lacci o seduta in ufficio, allora è il momento che divento tutta completamente figa, tutto il resto di me è obliterato e obnubilato. Mi sento aprire dal basso, spalancarmi da sotto e rivoltarmi, il dentro diventa fuori, divento tutta carne viva, rosa, rossa, bruciante.
La forza del desiderio che mi pervade, insoddisfatto e bramoso, mi dona un piacere molto più profondo ed estremo del banale sfogarsi, di un veloce orgasmo. -
Inland Empire
Sono stata a vedere l’ultimo film di David Lynch, Inland Empire. Bellissimo, naturalmente, come è sempre Lynch. Incomprensibile, onirico, inquietante.
Quello che mi ha colpito, è che fin dalle prime scene ho avuto l’impressione che ci fosse un sentire sm. Nella sequenza iniziale, una ragazza, un uomo, insieme, in una stanza. Una prostituta, pare. Dialoghi rarefatti, strani. Lui si impone su di lei. La camera digitale, la penombra, i volti oscurati. Tutto contribuisce a dare l’idea che sia un sogno, o meglio, un evento dell’inconscio. Un avvenimento reale, ma vissuto in modo inquieto e inquietante dall’inconscio. Si sentono le emozioni. L’inquadratura diventa un primo piano del volto di lei, sfuocato, che si muove ritmicamente, il movimento di un rapporto sessuale. "Ho paura", mugola, "ho paura". Mugola in polacco, coi sottotitoli. Ma ora, nel ricordo, mi pare di udirla dire "ho paura", in italiano. Tanto era forte la scena, tanto era potente.
Ecco, in quel momento, nel buio della sala, inchiodata alla poltrona, ho pensato: com’è sm. Com’è sadomaso.
Non c’era nulla di sadomaso, esplicitamente. Niente corde, fruste, gente in ginocchio, nulla dei consueti paraphernalia di una scena sm. Eppure.
Eppure, la potenza inquietante delle immagini, il buio, la sensazione di prevaricazione, il mugolio della ragazza, che sembrava una richiesta di protezione fatta al suo stesso carnefice… tutto questo, mi è sembrato sm.
Va bene, già immagino che mi si dirà che non c’era consensualità eccetera, e che quindi non va bene fare paragoni col bdsm. Ma nelle nostre fantasie, è bello immaginare una mancanza di consenso. Fasulla, certo, ma liberatoria. Non voglio. Sei tu che ti imponi. Sono libera da responsabilità, non è colpa mia. In questa immagine finta – dopotutto, è un film – io ho avvertito questa sensazione.
Il brivido della pelle davanti alla potenza del buio.
Il mugolio sommesso della ragazza che dice "Ho paura". Mi ha risvegliato sensazioni molto forti.
Aggrapparsi, lasciarsi andare. Fammi male, proteggimi. Sii spaventoso, pauroso, enorme, sii sopra di me; contienimi, abbracciami. Sii tu colui che temo, che in realtà sono io stessa colei che pavento, per quello che provo, per quello che voglio provare, per quello dhe desidero. Ho paura. Ho paura.
