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for this is what I feel

Categoria: impressioni

  • Sono proprio io

    Sono proprio io, sono qui. Sono io che sto facendo queste cose, che sto dicendo queste cose, che sto vivendo queste cose.

    A volte, d’improvviso, mi coglie questa consapevolezza improvvisa: l’avvenimento che si sta svolgendo ora, che io credevo sarebbe potuto succedere solo a qualcun altro, o solo come fantasia, sta accadendo davvero e al centro ci sono io.

    Mi succede sul lavoro, quando mi scopro a gestire responsabilità di cui non mi sarei mai creduta capace. Di colpo mi vedo sia da fuori di me sia da dentro, come succede nei sogni: sono io ma sono anche qualcun altro. E prevale l’emozione razionale di accorgermi che sono proprio io, in prima persona, e lo sto facendo, ci sto riuscendo.

    E mi succede, ma ad un livello molto più animale, più basso, viscerale, profondo, quando sto subendo una pratica BDSM. Qualcosa che non avrei mai creduto possibile, che mi afferra e mi scuote e mi smuove emozioni e sensazioni che non mi conoscevo; in mezzo a questo turbine non solo ci sono io ma ne sto anche godendo, mi sto lasciando aprire, rivoltare ed esporre fino a restare senza parole, senza fiato. Sono proprio io nel momento in cui resto senza me stessa.

  • Lasciare che quel nodo si sciolga

    Io so di vivere la maggior parte del mio tempo in modo molto molto irrigidito. Tengo tutto a freno, tutto a bada: controllo, controllo. Ho una app per tenere traccia delle cose da fare, ho promemoria, ho appunti, ho google calendar, ho liste. DEVO tenere tutto sotto controllo, ricordarmi tutte le cose da fare e farle tutte senza fallo. Se invece di 100 faccio 99, non va bene: non è abbastanza. Dovrei fare almeno 100, meglio se 110. Ma non sento mai di avere fatto 110, figuriamoci 100. Tutte le 99 cose fatte spariscono dal mio orizzonte come dalla lista delle cose-da-fare della app (visto che sono fatte): nel mio cervello restano solo le cose ancora da fare, che mi ronzano attorno come falene ad una lampada, ricordandomi fino allo sfinimento che non ho fatto tutto.

    Così, finisco per essere estremamente sostenuta, tesa, proiettata verso gli infiniti obiettivi da raggiungere; per dirlo in veneto (che rende): mi insusto.

    Quando qualcosa interferisce, sia esso il traffico, la pioggia, o una persona, mi sale un nervoso spaventoso. Eppure lo so che il punto non è l’imprevisto, ma l’eccesso di rigidezza in partenza. Mi sento così chiusa, annodata su me stessa, sugli impegni, sul tu devi, ingabbiata in un vortice di impegni che non mi lascia scampo.

    Poi, qualche volta, riesco a mollare un po’. Per qualche istante rilasso le spalle, respiro a fondo, chiudo gli occhi e lascio che quel nodo che mi sento nel petto si sciolga.

    Ho fatto abbastanza; ho diritto ad essere stanca, a riposare, a guardare il tramonto e non il cellulare. Posso non completare anche questo compito, pensarci domani. Posso dire: non ce la faccio; e non condannarmi per questo.

    Davanti al sole che scende infuocato dietro le nuvole basse illuminandole di rosa e di azzurro; o respirando a fondo l’aria pulita che viene dal prato e dal fiume mentre mi perdo con gli occhi nella contemplazione della natura; o ascoltando il canto del corpo che fatica nello sforzo fisico, quando pedalo o cammino e vado distante; o mentre sono nelle tue corde e sotto i tuoi colpi, con la carne costretta e la mente libera.

    Almeno, per un poco, riposo.

  • Dune

    Sono stata al cinema, dopo quasi due anni, e già solo questo è stata un’emozione notevole.
    Il film è molto epico e molto bello, io di base amo Dune, quindi grande soddisfazione e grandi emozioni.
    Ma soprattutto, la colonna sonora è un vero e proprio personaggio: la musica non solo accompagna ma si impone, domina lo schermo e l’esperienza di chi guarda, imprimendo con forza il proprio afflato e sottolineando gli avvenimenti, dando loro maggiore significato e una portata più ampia.

    Mentre mi lasciavo trascinare dalle emozioni suscitate dal film ho riconosciuto in quel trasporto una forma più leggera, meno intima ma comunque percettibile, di quello che sento in sessione.

    Una sensazione che avvolge il corpo – per l’esperienza immersiva di essere in un luogo altro, buio, circondata da suoni e immagini non comuni – e che quindi avvolge la mente, che non può fare altro se non lasciarsi travolgere da quanto avviene in quel momento ed in quel modo.

    Ovviamente una similitudine del genere può realizzarsi solo con un film adatto. Se guardo un film Marvel col cavolo che succede uguale; magari per qualcun altro può accadere, ognuno ha il suo, ma per me serve qualcosa di più potente. E’ successo con Dune di Denis Villeneuve, con la sua fotografia immensa e cupa, i grigi e gli ocra, le strutture opprimenti e questa musica potentissima, imponente, che toglie il respiro.

    Così, mentre mi godevo il film, un pensiero altro si è fatto strada in me. Il mio obiettivo, quindi, è comprare la colonna sonora e fare sessione con essa in sottofondo.

    Per aggiungere potenza a potenza e farmi trascinare via, ancora di più.

  • Trickster

    Un piccolo Loki non binario, una persona che conosco per altre vie, in altri luoghi, con altre premesse; i personaggi strambi sono tuoi, sembri disegnatə per questo come Delirio degli Eterni. L’ammirazione per il livello del tuo gioco. Il privilegio di esserti confidente. Un abbraccio che dura tutto il tempo necessario e no, non ti lascerò andare. La segreta felicità di poter condividere il mio vero essere e non sentirmi mai giudicata, mai, nemmeno un poco, nemmeno per sbaglio, anzi: sentirmi accolta come un dono. Emozione.

    E poi ti vedo chiudere gli occhi nelle corde e abbandonarti con determinazione (il tuo estremo controllo ti permette di decidere di lasciare il controllo e io sono senza parole e con gli occhi che brillano, a bocca aperta).
    Mi commuovo di gioia e tenerezza quando, dopo, vieni ad accoccolarti da me.

    Osservo il tuo viso, le sopracciglia che si increspano e si distendono, le labbra che si aprono, tu che ti sciogli i capelli che ti eri acconciatə con tanta cura e attenzione.

    Spalanchi gli occhi e mi chiami e io corro da te: ci sono, lo giuro, sono qui con te, per te. Ammirata ed emozionata e commossa per l’immenso privilegio di esserci. Per la fiducia che mi hai dato.

  • Ubbidire

    Se lo chiedi a me, ti dico che ubbidire è bello.

    Ma bisogna volere bene a chi ti dà gli ordini, volere il suo bene; altrimenti non funziona.

    E anche viceversa: è necessario che chi dà ordini ti voglia bene.

    E ancora di più: bisogna sapere che chi ti dà gli ordini ti vuole bene, esserne consapevoli sempre, e fargli sentire che nell’obbedienza gli vuoi bene.

  • Inner Domme

    Dentro di me, ad aiutarmi e guidarmi, ho una Mistress interiore. 

    Certo io non sono per niente dominante, non ho velleità di dominazione su nessuno, eccetera. Al contrario: mi piace affidarmi ad un Dominante, farmi guidare, farmi dare ordini, servire. Nel tempo però questo affidamento si è molto ritratto. Sono cambiata e in qualche modo, anche se mi attira, non mi va più; soprattutto non accetto più da me stessa di deresponsabilizzarmi mollando tutta la patata bollente della relazione al Dom (cosa non molto corretta, peraltro). Quindi, sono diventata refrattaria anche nell’accettare regole e indicazioni nella mia vita quotidiana. Mi piacerebbero, poi però storco il naso. Perché ho imparato che le regole imposte funzionano davvero solo se vengono anche interiorizzate: se restano solo un input esterno, perdono efficacia al variare della relazione, o ad un certo punto vengono vissute con insofferenza. 

    Però in qualche modo ho bisogno di una guida, e un metodo che ho trovato è visualizzare quella parte di me che è responsabile, forte, attenta, che prende decisioni sane e funzionali, che dirige la mia vita in una direzione stabile. E’ la mia Mistress interiore. 

    Sono sempre io. Però Domme. 

    E’ una Miss esigente ma comprensiva, forte ma compassionevole; vuole il mio bene e anche il mio miglioramento, come è giusto che sia in una relazione D/s. 

    Talvolta, quando mi sento stanca o se ho troppi pensieri intrusivi, ricorro a questa figura immaginaria. Prende corpo accanto a me e mi aiuta, mi sprona, mi accudisce. Mi insulta, anche, un po’. Ma con affetto.

    Secondo l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) anche i meccanismi disfunzionali appresi e le voci interiori critiche sono nati nella psiche per proteggere, per aiutare, con lo scopo di sopravvivere nel modo migliore possibile. Poi crescendo diventano spesso poco sani e tocca imparare a gestirsi diversamente. Ma in base al principio che tutto in me in realtà cerca di aiutarmi (anche ciò che mi fa male) ho deciso di dargli corpo, di visualizzarlo in questo modo. Non sento voci né penso che sia reale; è un modo di fare pace con me stessa, di rendermi mia alleata.

  • Appunti mentali

    E’ terribile a volte essere una che scrive. O una che pensa tanto. 

    Mentre sono nel predicament, mentre ricevo i colpi, mentre lecco i piedi al Padrone, la mia mente inizia a prendere appunti, a mettere in parole quello che sto sentendo, per poterlo poi scrivere, per raccontarlo, narrarlo, fissarlo. Per ricordarlo in descrizioni, oltre che in sensazioni. 

    Allora non sono più solo nel momento. Sono lì e contemporaneamente osservo. Come in un sogno in cui si è sia chi guarda sia chi vive quello che accade. 

    Non è una cosa che decido. E’ uno scollamento che accade da sé; un diverso modo – sovrapposto – di percepire quello che sto vivendo. 

    Le parole si mischiano alle sensazioni, la mente vigile si immerge nel corpo, non più in opposizione ma in comunione, per partecipare di questa totalità e poterla raccontare, poterla trattenere anche una volta riemersa dalle profondità. 

  • Percezioni

    Non ci si può fidare delle proprie percezioni. 

    Imparare a seguire la pancia (o l’istinto) è un lavoro: non è fare qualsiasi cosa ti venga, ma imparare a capire cosa senti, cosa è genuino, cosa desideri davvero, e cosa deriva invece da sovrastruttura, da ciò che hai imparato a desiderare, da ciò che hai interiorizzato come corretto o accettabile. 

    Spesso la mia prima reazione deriva da queste ultime impostazioni, non da ciò che sono davvero, nel profondo, dentro di me. La sovrastruttura è anche ciò che la propria psiche ha costruito per proteggersi: fuga, evitamento, lotta, negazione, esaltazione. Il mio primo istinto è il pattern, è il solco: è scavato così a fondo che sembra l’unica verità, l’unica via possibile: è così facile! mi viene così istintivo! dev’essere giusto. Invece no: proprio da questa percezione bisogna imparare a diffidare. 

    Dopo molto lavoro riconosco se un’emozione che provo è positiva o negativa, se l’attivazione che sento è disfunzionale o funzionale. Sento se questa emozione mi porterà cose buone o cattive, alla lunga, se mi farà bene o male. Ma lo stesso non posso impedirmi di provarla; non posso impedire che si attivi per primo lo schema. 

    Quello che posso fare è conoscerlo, conoscermi e imparare a disinnescarmi.

    Il che significa non solo farmi del bene, ma anche potermi innescare, se lo desidero. Lasciarmi andare al sentire profondo, al fluire burrascoso delle emozioni, all’incresparsi dell’anima.

  • Aftercare

    Mi dici: si chiama aftercare.
    Rispondo: non l’ho mai fatto.

    Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
    Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

    Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

    Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

    Distacco, distanziamento, verticalità.
    Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

    Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

    Deprivazione.
    Depravazione.

    Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.

  • Sguardo rubato

    Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

    Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

    Invece, ad un certo punto, oso.

    Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

    Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

    Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.