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Tag: bdsm

  • Da capo

    Si riparte dalle basi e si torna sui propri passi, per ripercorrerli con occhi nuovi.

    Non posso e non voglio pensare di essere arrivata, di sapere già. L’esplorazione non ha confini, ciò che credo di sapere posso impararlo di nuovo in modo diverso, con significati ulteriori che adesso posso comprendere.

    Ora è il momento della riflessione e dello studio. Per una relazione ci sarà tempo, o forse no; ma riparto dall’unico posto possibile: da me.

  • Purpose

    Una relazione D/s mi dà scopo.

    Uno scopo immediato, potente, pervasivo. Fare le cose per lui, dedicare il mio tempo e la mia persona a lui, a soddisfare i suoi desideri, le sue richieste. Orientare i pensieri verso di lui, organizzarmi intorno alle sue necessità. Metterlo al centro.

    Andare ad un evento con il Padrone mi fa sentire tranquilla perché ho uno scopo preciso: stare con lui. Seguirlo, servirlo. Essere presente per lui. Venire riconosciuta per essere sua.

    Se sono sola, senza un D/s, mi sento un po’ persa; mi ritrovo senza quello scopo.

    E però è uno scopo estroflesso. Potente, pervasivo perché emotivamente carico, connesso con le mie viscere e il senso di appartenenza che sento così profondamente in me. Ma estroflesso. Per questo è facile: non mi richiede che l’impegno pratico di attualizzarlo. Non mi richiede decisione. Non mi richiede responsabilità. (O meglio: mi illudo che non mi richieda responsabilità.) Non una personale: la semplice responsabilità di portare a termine il compito al meglio è tranquilla, esterna. La decisione sul cosa resta a lui, a me attiene solo il come.

    Ma appena viene a mancare questo scopo esterno, resto come imbambolata. E adesso? Chi sono io, ora che non ho nulla da fare, nessuno per cui farla?

    Allora ecco: mi serve uno scopo introflesso. Uno scopo mio. Uno scopo mio che non sia solo trovare qualcuno che me ne dia uno.

    Questo è il mio scopo ora: capirmi.

  • Anticipazione e nostalgia

    Quando avevo appena iniziato a sperimentare il BDSM, ad esplorare le pratiche e le sensazioni, ero colma di anticipazione ed entusiasmo. Tutto era nuovo: passavo ore a fantasticare, a scrivere racconti e fantasie, a immaginare cosa avrei potuto fare, cosa avrei potuto provare. Ogni cosa che mettevo in pratica era una bomba di emozioni, il coinvolgimento estremo anche con il minimo stimolo.

    Poi, man mano che il tempo passava e accumulavo esperienza, mi riempivo non solo di anticipazione ma anche di ricordi, di conoscenze. Ciò che avevo sperimentato diventava materiale per ulteriore anticipazione, fino a diventare aspettativa, speranza, desiderio di riuscire a replicare emozioni e sensazioni.

    Passato ancora del tempo, con il termine delle relazioni e il contraccolpo emotivo, la tristezza della perdita e la sofferenza della mancanza mi hanno riempita di nostalgia: malinconia per ciò che era stato e non era più e la vana speranza che tornasse. Accanto all’anticipazione, la nostalgia ha iniziato a crescere sempre di più, fino a rubarle spazio. Il mio senso di anticipazione ha iniziato a calare: sapevo già cosa aspettarmi, che sensazioni avrei potuto provare, e sapevo anche che non erano sempre uguali né sarebbero state intense e potenti come la prima volta che le avevo provate; sarebbero state diverse, forse nemmeno così belle: l’esperienza me lo diceva.

    Per lungo tempo anticipazione e nostalgia si sono bilanciate, prendendo a turno di volta in volta più spazio in me, scambiandosi, alimentandosi l’un l’altra.

    Adesso per la prima volta la nostalgia mi pare vacua, e l’anticipazione si è quasi spenta. Non fantastico, non immagino, non mi aspetto grandi cose. Programmo qualcosa di pratico ma tutta l’emozione legata al D/s sembra svanita. Come scrivevo qualche tempo fa, forse è che non ci credo più.

    Hanno giocato un ruolo anche l’immensa fatica emotiva della pandemia e l’impegno costante e continuo per tirarmi fuori dall’ansia e dentro il nuovo lavoro, di sicuro; inoltre sono cambiata e ho abbattuto pareti che erano anche aspettative, che erano anche contenitori di nostalgia. Sono uscita dall’altra parte stanca, ma anche più forte; disillusa, ma anche più consapevole di me, dei miei limiti, dei miei bisogni.

    La nostalgia che provo ora è quella della mia inesperienza: una volta tutto era molto più facile, più semplice. Ma non si torna indietro dalla complessità. Chi sono ora non è chi ero e non è ancora chi sarò. L’anticipazione che provo ora è sottile e non irruenta come un tempo: ma ho ancora voglia, nonostante tutto, ed è bello averla.

  • Ogni tanto mi segno

    Non sono una che si segna molto. Anche dopo una sessione intensa, con impact pesante o prolungato, non mi resta quasi nessun segno; forse (ma forse) un arrossamento, un segnetto un po’ più rosa su un fianco, un’ombra che ricorda un livido. Nulla che valga la pena fotografare, ahimé, o che renda in foto la bellezza del momento trascorso, delle sensazioni provate. Più spesso, non resta proprio nessuna traccia.

    Mi sono accorta che talvolta questo mi pesa come se non potessi provare che ho davvero fatto sessione, che sono una masochista sufficientemente masochista, che le prendo davvero. Come se bisognasse dimostrarlo. Pics or didn’t happen.

    Guardo Fetlife e fremo d’invidia alle foto di sederi rossi, violacei, rigati, decorati da segni lucidi e vividi, così evidenti e diffusi che mi chiedo quanto ci via voluto per ottenerli, se sia una questione di durata o di intensità o di tipo di strumento. Metto in dubbio le mie doti masochiste, come se fossero capacità da allenare (un poco lo sono, in effetti, ma non in un senso competitivo) e io non fossi all’altezza. Non mi segno perché non sono abbastanza brava, abbastanza masochista, abbastanza… qualcosa?

    In realtà, so bene che non mi segno per merito di insondabili motivi fisici e/o genetici, e che è anche una fortuna: la mia metamore si segna tantissimo e i lividi le passano dopo mesi, a causa di un sistema circolatorio non proprio ben messo. Nonostante tutto non farei a cambio: preferisco la mia carne soda e compatta che si segna poco.

    Certo, quando, talvolta, il giorno successivo, mi guardo allo specchio e trovo qualche lividino scuro, qualche chiazza rossa, qualche riga, salto di gioia e di orgoglio e me ne vado in giro tutta sorridente e impettita, scodinzolante.

    Quello che è certo è che, se anche sul sedere non mi segno, dentro mi segno sempre. Le sensazioni provate restano anche se non le posso fotografare.

  • Posizione

    C’è un movimento quasi impercettibile ma evidente. Lo vedo nella ragazza alla croce mentre sta venendo frustata e lo riconosco. Lo faccio anche io quando, in quei momenti, il dolore diventa piacere e mi ci abbandono, anzi: lo incoraggio.

    È un lieve inarcarsi della schiena, uno sporgere un poco di più il culo. Ci si offre ai colpi, ma non solo; il messaggio sotteso è: ancora, di più.

    Dice: Colpiscimi ancora, per favore; colpiscimi più forte. Fammi andare nel mio mondo e fammi restare là a lungo, a galleggiare in quelle acque profonde e buie e accoglienti.

    Quella posizione è un aprirsi del corpo e dell’anima, un esporre il desiderio, il bisogno di ricevere quei colpi.

    Guardo le persone giocare e sorrido; come sempre, poter assistere al dipanarsi di quell’appagamento è un privilegio e una gioia.

  • Non si torna indietro

    Una volta provato il BDSM, se è la tua cosa, non si torna indietro. 

    Non si torna più al caro vecchio sesso vanilla, quello semplice, quello “normale”. O meglio: si può ancora fare, ovviamente; si fa. Ma non è più la stessa cosa. Per quanto bello, non si può più fare solo quello. Almeno, per me è così. 

    Dice Janet nel Rocky Horror Picture Show: “I’ve tasted blood and I want more”. Ed è proprio così. 

    Quando ho letto che si poteva fare, che non era solo una mia fantasia, è stata una rivelazione. Quando l’ho provato, è stato un riconoscimento: era una cosa che conoscevo già, che la mia carne sapeva, che mi apparteneva come io vi appartenevo. 

    La prima volta che ho fatto sessione ho sentito che tutti i pezzi andavano a posto, che avevo trovato La Risposta. Ero completa, finalmente. Mi sono sentita brillare. 

    Poi non è stato così semplice, neanche un po’. Ma non sono tornata indietro. Anche nei momenti più bui in cui le cose non andavano bene e stavo male, non ho pensato di non volerlo più fare. Sapevo che lì c’era una parte importante di me, una voce che dovevo ascoltare, un desiderio che volevo soddisfare; serviva solo farlo bene, con le persone giuste per me, nel modo migliore per me. 

    Non è una cosa che faccio giusto per divertimento, di cui potrei fare a meno. 

    Non è nemmeno una cosa che faccio. E’ una cosa che vivo.

  • Desiderare il sadismo

    Da masochista, amo sentire la mano di un sadico.

    Forse potete pensare che non si senta la differenza; che il lamentarsi dei “famolostranisti” siano prese di posizione presuntuose, fatte per quel senso di superiorità di chi si sente di fare “vero bdsm”; che una pratica è una pratica ed è quella. Non è così.

    Da masochista, vi assicuro che si sente la differenza se a colpire è un sadico o uno che ti dà la pacca sul culo a pecorina e finita lì.

    Ho provato a chiedere a partner incuriositi di sculacciarmi: due, tre colpi, forse dieci, e poi le loro mani andavano altrove, palpavano, e si passava al sesso. E quei colpi erano così noiosi. Deboli, senza trasporto, meccanici, persino perplessi. Ma non posso fargliene una colpa: errore mio di chiedere un atto sadico a un non sadico. Non erano in grado di capire e di sentire il mio desiderio masochista né tantomeno di trarne piacere.

    Riesco a sentire, attraverso l’impatto, attraverso le corde, attraverso gli sputi, che l’altro trae piacere dal dolore che infligge. Lo sento indulgere in quel dolore. Non ha fretta di arrivare da qualche altra parte (a scopare, per esempio). La sessione non è un intermezzo necessario per poi fare altro, non è un preliminare: è quella la cosa importante, il fulcro centrale.

    Poi magari si fa sesso, o magari no. Ma per me quello non è un punto di arrivo e la sessione non è un passaggio. E sento se è così anche per l’altro.

    Così come mi piace abbandonarmi nelle sensazioni derivanti dal dolore e dalla costrizione, posso riuscirci solo se la persona con me ama assaporarle quanto me. Se vengo accompagnata, un passo alla volta, un colpo alla volta; allora dono la mia sofferenza a chi la sa apprezzare, a chi la desidera, e mi sento completa, felice: ho uno scopo e il mio piacere masochista appaga anche il suo piacere sadico.

  • Inclinazioni

    Per me se una sessione finisce senza che io abbia goduto sono felice lo stesso, perché il mio godimento è traslato, trasceso: è un modo di godere diverso e quindi non sento la necessità di fare l’amore, di ricevere coccole, di avere un orgasmo preciso. Anzi: prediligo questo modo altro di godere. Anche se certo amo l’intimità post sessione, che mi fa sentire accolta, accudita.

    Non per tutti è così; ognuno desidera e ricerca cose diverse, o cose simili ma con modalità diverse: è uno spettro davvero molto ampio e la cosa fondamentale è trovarsi con un’anima affine per desideri e inclinazioni. Ma so anche quanto le proprie inclinazioni possano cambiare, nel tempo e con persone differenti, nonostante nell’attimo in cui si vivono sembrino assolute e immutabili, scolpite nella pietra della propria anima. Ma l’anima, per quanto salda, non è di pietra.

    Ho toccato luoghi nascosti dentro di me ed ora sono quelle le corde che desidero sentire risuonare; così mi allontano dal sesso cosiddetto vanilla senza averlo realmente deciso, anzi, ne sono sorpresa e persino, talvolta, amareggiata.

    Ma, come mi è stato detto, esistono cieli superiori che una volta toccati sotto conta meno.

    C’è un intero universo nascosto dentro di sé, dentro ogni persona. Esplorarlo cambia la vita in modi anche inaspettati: non sempre (azzardo: quasi mai) si sa cosa si troverà, anche se magari si immagina, si intuisce; ma non lo si sa. Posso capire che questo provochi inquietudine in chi si affaccia per la prima volta sull’orlo del proprio abisso.

    Ma se dovessi tornare indietro mi getterei in quelle profondità con ancora più foga.

  • Need/Want

    Giocando a World of Warcraft si possono fare delle incursioni in gruppo in sotto-ambienti dedicati che si ricaricano da zero per ogni gruppo che ci entra, detti instance (mentre il resto del gioco è in tempo reale per tutti). Nelle instance si combattono dei mostri speciali che, morendo, lasciano un loot (un bottino) speciale. Siccome si è in gruppo, il bottino è offerto a tutti i membri del gruppo, e quando appare ognuno può cliccare “want” se lo vuole o “need” per accaparrarselo. Se tutti scelgono “want” il gioco seleziona un vincitore a caso, che ottiene l’oggetto; se uno sceglie “need” l’oggetto va a lui.

    Per me il BDSM è un “need”.

    Non è solo una cosa che desidero, che vorrei ma così, senza impegno, cui partecipo e se la ottengo bene, se no bene lo stesso, l’importante è partecipare e divertirsi. No. Entro in questa instance apposta per averlo, ne ho bisogno.

    Non solo: il BDSM per me è sia l’instance stessa sia il loot da ottenere. Un’esperienza unica, che si ricrea per me ogni volta che ci entro, anche se può sembrare uguale a se stessa. Un dono che mi porto indietro, speciale e prezioso, che mi servirà poi nel resto della mia vita, per stare bene, per affrontare tutto il resto.

  • Piccole cose

    Il BDSM è nelle piccole cose.

    La profondità della relazione che si crea tra Dom e sub si mostra nei gesti minimi.

    Certo tutti vediamo la legatura complessa, la bunny appesa nell’intrico di corde avvolto con maestria, i colpi dati a mani nude o con il vorticare di uno strumento e la/il bottom che salta e si contorce. Ma stasera, in questa grande sala con i bambù appesi, al peer rope euganeo, quello che osservo sono i dettagli, le cose piccole o piccolissime, che mi parlano molto di più delle cose plateali.

    La bunny coi capelli color cenere legata a testa in giù, sospesa a pochi centimetri da terra, struscia piano il viso sulla gamba del Dom seduto sotto di lei a guardarla. Mi pare di sentire quel piccolissimo contatto, la gioia della vicinanza, per quanto minima: sentirlo mentre si è costrette nell’abbraccio doloroso delle corde.
    La masochista che ha ricevuto dure pacche sul sedere dal sadico che ha dieci anni in meno di lei ha un sorriso che le illumina il viso; gattona trascinata per i capelli corti e la sua espressione è la cosa più bella.
    Il piede appoggiato addosso quasi casualmente e il sub che chiude gli occhi e lo ascolta.
    Gli occhi strizzati per il dolore della sospensione durissima e la bocca che ride, stringendo i denti, ma sprizzando gioia.

    Ed io, che socchiudo gli occhi per guardarti mentre mi fai male.